CARTA STRACCIA in POLITIKA – Il blog di JURI Bossuto

Archivi per gennaio, 2009

Con i lavoratori Johnson Electric.

Scritto da juribossuto.it il 24 gennaio 2009

 L’iniziativa dei lavoratori della Johnson Electric di Moncalieri di aprire, insieme con il sindacalista Fiom-Cgil Ivano Franco, un gruppo su Facebook (http://apps.facebook.com/causes/200018?m=ab07ea1b&recruiter_id=21020354) per salvare il proprio posto di lavoro e l’azienda è innovativa ed intelligente”.

Certamente non è un social network a poter garantire il futuro dei 120 dipendenti, ma si tratta di uno strumento in più di comunicazione e sensibilizzazione. Per questo mi sono iscritto ed ho invitato altri a farlo”.

Passando dal virtuale al terreno, mi auguro che – visto l’ennesimo caso di delocalizzazione – possa in qualche modo essere ripresa in considerazione la nostra legge sulle delocalizzazioni, così da impedire l’ennesima perdita produttiva che colpisce il nostro territorio.

Il nostro appello va alla maggioranza regionale affinché dia seguito alle indicazioni che anche il Sindaco di Torino Chiamparino ha lanciato in occasione della vicenda Motorola, relativamente all’inammissibilità dei comportamenti delle aziende che usufruiscono, nella stragrande maggioranza dei casi, dei contributi pubblici e poi decidono di chiudere i battenti lasciando sul terreno le macerie dei loro fallimenti.

 

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Prima della tempesta: un appello alla compattezza nelle differenze.

Scritto da juribossuto.it il 18 gennaio 2009

Quante parole sono state dedicate, sino ad oggi, in merito alla nostra crisi politica, alla nostra disgregazione. Abbiamo letto decine di documenti, molti articoli, tantissimi interventi politici. Aggiungere qualcosa all’oceano di parole e lettere non è impresa facile, così come il non cadere nel banale o nel già detto, ma qualcosa sento di dover portare anche io al “ricco” dibattito in corso.Dal mese di agosto assisto, e non da lontano, allo snodarsi delle fasi che hanno scosso il nostro partito: dal risultato congressuale, alla ricerca del partito sociale; dalla costituente della Sinistra alla quasi attuale scissione. Un valzer di azioni che hanno visto soprattutto i dirigenti del nostro partito lanciarsi in atti, non sempre da manuale, e spesso, apparentemente, frutto di un non saper più dove andare.Non è un caso che il sottoscritto abbia aderito alla manifestazione della Sinistra svoltasi al cinema Eliseo, seppur con qualche perplessità crescente dovuta pure all’uso fatto della stampa al fine di trascinarvi compagni messi infine alle strette, e ne sia uscito con un giudizio positivo solo, ed esclusivamente, per quanto concerneva l’intervento di Ovadia: scrittore, artista ma non certamente politico (almeno in teoria).La delusione su tutto il resto è stata grande. Specialmente se rapportato al fatto che la mia adesione al documento congressuale 2 (detto Vendola) era condizionata tramite l’allegato che avevo all’epoca redatto: uno scritto che indicava nel mantenimento del progetto comunista, seppur rinnovato, la via da perseguire; terminavo infatti il mio scritto affermando: “ se questo non sarà dovrò rivedere la mia attuale posizione”. Ebbene, in sei mesi sono accadute molte cose. Eventi che non possiamo escludere dal panorama in cui ci muoviamo, molti dei quali potrebbero farci dire con serenità: ”lo avevamo detto”. Abbiamo visto, restando nel locale, lo stadio delle Alpi stravolto dalle ruspe poiché sostanzialmente inutile, nel ‘90 fui tra coloro che vennero caricati poiché questo epilogo gridavamo in piazza; abbiamo scoperto che le Olimpiadi hanno creato un buco economico alla Città che, a sua volta, vende spazi pubblici per risanare il vuoto bilancio (tra cui CST come via Baltimora); abbiamo notato la decadenza dei gianduiotti di piazza Solferino e di alcune opere monumentali olimpiche; abbiamo osservato la crescente questione morale che lentamente avvolge, sino a strangolare, il PD; infine abbiamo letto della Corte dei Conti che accusa le Ferrovie di aver prodotto enormi debiti soprattutto a causa della TAV.Tutto quanto scritto merita un cenno anche alla cosiddetta “crisi”, annunciata da anni nei nostri settori politici ogniqualvolta analizzavamo la precarietà, il mondo della speculazione, l’irresponsabilità dell’industria ed il silenzio del Pubblico: un quadro che si chiamava sfruttamento assoluto il cui frutto è, sempre, la deflazione e la conseguente crisi.Eppure siamo qui, ridotti ad un lumicino frammentato in molte anime e prossimi alla scissione, in un contesto dove i nostri elettori, sempre attenti al contrario di quelli di altri partiti, ci guardano da benevola (!?) distanza. Pur con le nostre ragioni, rese tali dagli eventi ultimi, pur con i nostri tentativi di resistere alla cancellazione totale siamo giunti ad un bivio, dove in una delle biforcazioni si cela il baratro senza uscita.Lo scenario “mosche in un bicchiere di vetro”, che già avevo delineato al congresso di Torino, si ripropone con forza: lo dimostra anche lo spettacolo che offriamo ad una base sempre più disorientata, sbatacchiata tra una presenza nella società ridotta ai banchetti del pane calmierato, e assurde scissioni che prendono a scusa la difesa politica di un indifendibile Sansonetti (non difendibile per come ha contribuito, non da solo, a ridurre il giornale). Quale causus belli, quindi, le decisioni inerenti un compagno (Sansonetti) che ha condotto certamente battaglie per i diritti fondamentali, ma inefficace e quindi inutile nelle vicende da affrontare nel quotidiano.Il modello di società che si sta imponendo in Europa (e Stai Uniti) implica una sorta di ritorno ai modelli feudali del medioevo: una società parcellizzata composta da individui e rapporti esclusivamente gerarchizzati. Un dramma ricco di isolamento che, forse, ci ha già contagiato, in cui la collettività si spappola relegando, tra le altre conseguenze, i deboli (le classi subalterne) ai margini delle città e lasciando, al contempo, piccoli spazi centrali delle stesse agli agiati ed all’amministrazione: una sorta di cortile da castello in cui però le speranze del popolo si schiantano non innanzi al boia, ma davanti alla mancanza di alternative credibili e immediate. Quadro ricco di individualismo, quello descritto, che si allarga sino a coinvolgere i partiti stessi.Anche per quel che concerne le prospettive (o meglio le illusioni) lavorative si torna al passato: le “grandi opere” di cui tutti parlano (riempendosi la bocca), cos’altro sono se non una riedizione dei grands travaux di ottocentesca memoria.Alternative credibili ed immediate: l’equilibrio tra i nostri desiderata, le nostre grandi ed imprescindibili idee, e le necessità che il quotidiano crea in capo a noi ed ai nostri concittadini. Un equilibrio difficile che, se assente, lascia intatto uno spazio delicato, osservato con crescente attenzione dalle derive populiste e nazionaliste. Il problema culturale sembra voler cucinare a puntino la velenosa ricetta, laddove mancando coscienza, storia, capacità critica un’intera generazione sembra avviata al macello del conformismo-consumismo e delle spinte da disagio individuale (vandalismo, violenza, aggressioni per pochi soldi o per scommessa).Insomma se non si mette mano al problema culturale, rimane insoluto anche quello politico svelando l’illusione di chi, nel nuovo e riformista, avanza ipotesi di costruzione di nuovi soggetti politici destinati, per quanto detto, alla subalternità nei riguardi del meno peggio (apparente, presunto tale) del sistema partitico bipolare. Mentre da una parte non si può creare e disfare solo in base alle alleanze elettorali prospettabili, frutto di questo sistema ed anche segno di grande debolezza della Sinistra, dall’altra non è possibile si limiti il nostro ruolo, specie nelle istituzioni, a frenare il maledetto crollo della diga sul villaggio sottostante: l’immagine che ho spesso di me, e noi tutti, si rifà al famoso giovane olandese che con il dito ha otturato la falla del muro che conteneva l’acqua, atto per cui è morto pur salvando, temporaneamente, la sua comunità.I massimalismi fatti di soli slogan lontani dalla realtà del quotidiano, sono il contraltare alla falla nella diga, o meglio al dito nella falla, così come il sostituirci ai movimenti oppure i tentativi di fare su loro egemonia pura. Occorre recuperare lucidità ed autorevolezza, occorre essere credibili nelle azioni e nelle proposte: da subito fare proposte che non svendano nulla, ma forniscano fattibili alternative a ciò che viene propinato dal potere.Mentre chiudono fabbriche e famiglie, già strangolate da costi e mutui, cadono nella disperazione, non possiamo pontificare con massime o quadri irreali, dobbiamo agire, seppur con le nostre parole d’ordine, prima che lo facciano altri con le loro incitazioni al razzismo.Temi su cui lavorare non mancano: delocalizzazione, precariato, diritti, beni comuni, quartieri, lavoro, sanità e tanto altro. Argomenti che vanno nella direzione contraria rispetto al “non infiammare i cuori”: cuori inariditi nel tempo da pratiche sterili, essiccati dal continuo rinnegare il passato unito al vuoto del presente ed ai giochi di potere (da cui non siamo immuni). Per decenni abbiamo scelto di non dire, di non fare cosa che potesse svegliare dal sonno la coscienza collettiva, sino a fare del sonno la regola. Aggrappandoci a liturgie rassicuranti abbiamo regalato quiete pure a noi stessi, svilendo l’azione politica a ritualità scontata e altrettanto noiosa: abbiamo ora un dovere, quello di invertire percorsi simili negli anni, strade che si ripetono come un vecchio disco di vinile su cui inciampa la puntina. Quando parlo di neo comunismo per farmi capire, intendo questo. Uscire da schemi triti e ritriti, oramai neanche più conosciuti dai più che avremmo l’ardire di voler rappresentare; dare un calcio a divisioni oggi insensate; smettere di guardare male il nostro variegato popolo a seconda delle scelte prima o dopo i congressi fatte e mettersi ad elaborare, a creare nel rapporto con il quotidiano delle strade e delle fatiche umane.Analizzare il passato con il coraggio di chi sa distinguere il bene dal male, con il coraggio di chi sa uscire dalle proprie gabbie mentali, senza la sola pretesa di fare uscire gli altri dalle stesse, con il coraggio di chi guarda il mondo non per come lo vorrebbe, ma per come è.Da qui vedo sorgere l’idea comunista, da questi semplici e piccoli passaggi. Un’idea che si rapporta con le forze politiche in campo, che costruisce nei luoghi di lavoro e non solo tramite le proposte credibili ed i militanti attivi, che valuta le offerte di chi cerca alleanze sapendo, al contempo, dire si o no in base al progetto che si vuol portare con chiarezza avanti. Questo appello alla “compattezza” va ai Compagni di buona volontà in qualsiasi “area” essi siano, ai Comunisti ovunque siano. Un appello che parte da un militante, seppur istituzionale, di Rifondazione. Da un militante che già solo per il debito che ha verso il partito, che lo ha sin qui formato, e per il legame che lo unisce a tanti militanti dei nostri circoli (da Bussoleno a Germagnano passando per Mirafiori e andando nel Canavese, a Chivasso o Venaria) è e rimane in Rifondazione Comunista. Un legame a Compagni che non nega un saluto triste verso i tanti amici che invece escono, o usciranno, dal partito tramite un atto che ritengo profondamente errato: un atto non utile all’obiettivo necessario di ricostruire un cammino insieme, noi tutti e la Sinistra. Forse ci si ritroverà, forse no, rimane il rapporto umano e, su tutto, la necessità di andare avanti nei nostri obiettivi: a prescindere da arrivismi, promesse di posizione o dirigenti poco illuminati. 

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Tav: parte V, la riconferma!

Scritto da juribossuto.it il 18 gennaio 2009

La decisione del Governo di riconfermare l’architetto Virano alla guida dell’Osservatorio, unendola al conferimento di poteri “progettuali” in capo all’Osservatorio stesso, annuncia prospettive preoccupanti.

Sembra così, infine, sia stata gettata la maschera che ritraeva l’Osservatorio quale luogo di confronto ed analisi dei trasporti commerciali, mostrando il duro volto di una struttura che si annuncia luogo di decisione unilaterale: entro il 2010 il progetto deve essere redatto a prescindere in merito ad utilità o meno dell’opera.

Si segnano in tal modo parecchi passi indietro: il Governo sembra volerci riportare bruscamente al 2005, all’epoca del duro confronto, in Valle di Susa, tra popolazione e Forze dell’ordine.

Credo che siamo innanzi all’ennesima scelta scellerata fatta nei confronti dell’ormai “nauseante”

tema TAV.

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