CARTA STRACCIA in POLITIKA – Il blog di JURI Bossuto

Archivi per aprile, 2010

Bilancio di fine mandato: la presidenza commissione lavoro, industria.

Scritto da juribossuto.it il 29 aprile 2010

La sintesi di cinque anni, ossia del periodo inerente l’ottava legislatura, nell’ambito della materia lavoro, ospitata e trattata nei lavori della VII commissione consiliare da me presieduta dopo una prima fase coordinata dal compagno Clement, non può prescindere dal guardare alle battaglie combattute ed, al contempo,  quanto abbiamo portato a “casa” ed a quanto rimane da fare.

Abbiamo tentato, negli anni di presidenza della VII, di trasformare la commissione stessa da legislativa solo, quindi con prioritario compito di esame delle leggi, a sede in cui i lavoratori potessero rappresentare le loro istanze sensibilizzando, nel merito, le Istituzioni elettive. 

Non si contano infatti le audizioni in cui i lavoratori hanno illustrato le ristrutturazioni aziendali di cui sono caduti vittime, oppure le delocalizzazione all’estero dovute a chiusure speculative improvvise e repentine. Il dramma derivante da licenziamenti e mobilità lunghe ha segnato le riunioni di settima, sino a farci immaginare le conseguenze di esistenze abbandonate a se stesse il cui epilogo è purtroppo spesso il suicidio (come è accaduto recentemente a Vinovo). 

Un quadro pesante che disegna ciò che è in realtà la situazione dei lavoratori in Piemonte. Il nostro pensiero và ai dipendenti di Genco, privati della cassaintegrazione a causa dei mancati versamenti da parte della proprietà, và all’Eaton ed ai tanti giorni di presidio nel freddo portati avanti dagli operai. Il pensiero ancora và alla Danfoss dove tutti lavoravano più del dovuto per avere in cambio il famigerato calcio nel “sedere” di buona uscita, và anche alla Cabind ed alle speranza spezzate di chi innanzi ai macchinari nuovi in fabbrica guardava ad un buon intervento strutturale da parte della Regione. Non può non tornare alla mente la Bertone, le tante cartiere in odor di chiusura, alla Boge ed alla SKF con lo sciopero della fame avviato da una coraggiosa lavoratrice solitaria. 

Mancano nell’elenco la Dyco, la Jhonson Eletrics, la Rambaudo, la Vertek e molte altre realtà a cui recentemente si aggiungono Phonmedia ed Eutelia insieme ai loro padroni fantasma nonché dal fare squadristico fascista. Certamente occorre non distogliere lo sguardo dai precari, dagli sfruttati che operano in molte cooperative (o presunte tali) ben rappresentati dalla vicenda giocata sulla loro pelle in reggia a Venaria, ed infine dai soggetti a contratto ad ora. Abbiamo provato ad inserire in Palazzo Lascaris la società reale, quello che spesso manifesta fuori dal palazzo: sulle strade, sulle piazze e nei tanti presidi di protesta. 

Il vero rammarico rimane questo: ossia l’aver incrementato in  modo anche sostanziale gli aiuti sociali, ammortizzatori fondamentali per il sostentamento di molti, ma senza esser riusciti al contempo a modificare strutturalmente il sistema. Abbiamo assistito alla nascita di norme importanti sul settore welfare e artigianato, ma è mancato il coraggio di andare oltre. 

Oltre al sostegno al reddito, incrementato ed ampliato grazie al nostro lavoro politico, occorreva un segnale di cambiamento: un’azione legislativa seria che protegga i territori dalle delocalizzazioni all’estero delle attività produttive, che avvii esperienze di autoimprenditorialità  e si ponga quale riferimento concreto nei confronti della piccola media impresa, oltre che verso i lavoratori. 

Gli oltre cinquanta emendamenti che abbiamo messo al vaglio del consiglio, nel momento in cui si discuteva della nuova legge sul lavoro a firma Migliasso, dimostrano la nostra chiara intenzione a non scordare i veri problemi che attanagliano i diritti di chi lavora e la possibilità di una “buona”Produzione in Piemonte.  

Tutelare il lavoro giusto ed emarginare i banditi: una scommessa su cui testardamente continuiamo e continueremo a spendere tutte le nostre energie e lotte.

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Comunicato Bossuto- Artesio su delocalizzazioni (Bialetti).

Scritto da juribossuto.it il 27 aprile 2010

Al termine dell’incontro di oggi sulla vertenza Bialetti, il Presidente Cota e l’Assessore allo Sviluppo Economico Giordano hanno annunciato di voler proporre un pacchetto di misure per favorire la rilocalizzazione delle imprese e di voler rafforzare il contratto d’insediamento.

“Al Presidente e all’Assessore – sottolinea Juri Bossuto, Consigliere regionale uscente della Federazione della Sinistra – vorrei ricordare, ancora una volta, che in Consiglio è depositata una nostra proposta di legge di contrasto alle delocalizzazioni produttive, che propone di legare i contributi pubblici esclusivamente alle imprese che mantengono la produzione sul territorio e di restituirli con i dovuti interessi in caso di delocalizzaizone. Consiglierei loro di ripartire da qui. Come insegna il medico: prevenire è meglio di curare. O meglio sarebbe opportuno cercare di prevenire le delocalizzazioni, e non solo di tentare ricollocazioni“.

Già nei primi giorni della prossima legislatura – dichiara Eleonora Artesio, Consigliera regionale della FdS – ripresenteremo la pdl: considerato l’impegno ribadito dal presidente Cota e che la Lega Nord solo due mesi fa si è detta pronta a sostenerla pienamente salvo poi contribuire ad affossarla con il suo non voto in aula, mi auguro che la legge possa godere di un iter agevolato e venire approvata in tempi brevi. Non è con gli annunci che si salvano i posti di lavoro: la Regione ha a disposizione strumenti legislativi e di programmazione per invertire una rotta che porta le aziende sempre più lontane dal nostro territorio“.

Ci auguriamo – conclude Artesio – che anche i partiti del centro-sinistra, che nel passato avevano sottovalutato l’importanza di una legislazione regionale fino al punto di considerare la proposta “bizzarra” a detta del segretario del Pd Morgando, alla luce delle situazioni concrete che si manifestano possano rivedere la loro posizione e convergere sulla necessità di tale atto legislativo“.

 

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I miei anni in Regione: TAV, cosa ho fatto.

Scritto da juribossuto.it il 25 aprile 2010

Lo stesso giorno in cui la Presidente Bresso presentava, per la votazione rituale di insediamento, il proprio programma al consiglio regionale alcuni consiglieri firmavano un ordine del giorno, primo firmatario Bossuto, che poneva forti punti critici nei riguardi del progetto Tav -Tac. Così si riavviava nell’ottava legislatura il dibattito sull’opera più dispendiosa della storia italiana, tramite molte firme, circa una quindicina seppur con qualche defezione incorso d’opera, e la conseguente reazione irosa della neo presidente Bresso.

Tra grida, discussioni feroci e minacce continue di dimissioni si apriva la nuova stagione di governo regionale, mentre al contempo le solite trivelle provavano a posizionarsi in località Seghino ed in seguito presso Venaus in valle Susa. I giorni si scandivano tra grandi atti di resistenza fisica e civile in Valle a cui si affiancavano le solite polemiche strumentali in consiglio sino a giungere, nella sorpresa generale, al blocco dei lavori nel momento in cui venne colpito da una manganellata, inferta dalle forze dell’ordine, l’eurodeputato Agnoletto.

Nel 2005 la Valle Susa conobbe una militarizzazione degna della Belfast degli anni ’80, ed il Paese intero vide come poteva essere facile perdere diritti e dignità nella nazione con la costituzione tra le più democratiche al mondo. Anche la trasparenza amministrativa scricchiolava in quei tempi, e continua tuttora a farlo, quando il gruppo regionale PRC,  grazie al lavoro di inchiesta attuato dai compagni di Bussoleno, rilevò l’anomalia di carotaggi eseguiti e analizzati dalla stessa ditta che nutriva interessi nei prossimi cantieri, con buona pace dell’ARPA (ridotta a ruolo di ente certificante) e di tutte le norme di tutela ambientale vigenti.

L’Osservatorio Tecnico e le ambiguità marcatamente stridenti del Presidente Virano, hanno segnato i tempi a seguire sino agli sviluppi odierni in cui trivelle, e resistenza di Valle, tornano ad interessare le vicende politiche nazionali e regionali.

Una brutta vicenda aperta che contribuisce a scrivere l’ennesima, triste, pagina oscura del nostro Paese. L’ignorare scientemente e costantemente la voce dei migliaia che quotidianamente gridano il loro NO alla TAV, significa dare un calcio ben assestato a principi quali quelli della democrazia e della trasparenza nella rappresentanza istituzionale: sino a negare i diritti costituzionali a parte del nostro territorio.

Sinceramente si fatica a comprendere le ragioni per cui le Istituzioni pubbliche hanno sposato, in modo imbarazzante quasi si trattasse di un idolo pagano, il progetto alta velocità (o voracità, o nocività come si diceva un tempo). Una condivisione, la loro, folle e quasi sospetta di fronte ai grandi interessi economici in ballo. Soldi, male affari, distrazione dell’attenzione pubblica sembrano gli elementi destinati a caratterizzare l’affare TAV: un’opera di cui francamente non se ne intuisce la vera utilità, ed a cui tocca il compito di illustrarne il valore alle colate di cemento devastanti (oltre che onerose) ed al mega tunnel di base.

La lotta NO TAV è lotta di buon senso, è lotta sacrosanta di democrazia in difesa dei valori collettivi. In un Paese civile i No Tav sarebbero considerati quali difensori dello Stato, di quello Stato inteso qual istituzione democratica a tutela degli interessi  collettivi, e non quali moderni pericoloso trinariciuti individui. Un ruolo, quello di cui sopra, che invece pare non appartenere a quelle istituzioni che avrebbero nei loro scopi l’agire pubblico, e non il muoversi solo su impulso delle potenti lobbies.

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Bialetti ed Eutelia: drammi che richiamano vecchie e nuove giunte alle loro responsabilità.

Scritto da juribossuto.it il 22 aprile 2010

Attendo con impazienza il vedere le conseguenze pratiche alle dichiarazioni del neo presidente Cota in merito alla grave situazione occupazionale che da tempo investe il Piemonte. 

Non bastano dichiarazioni e buoni propositi per uscire dal pericoloso stallo in cui si trovano i lavoratori piemontesi.

La vicenda Bialetti, unita ad altre in corso tra cui l’ennesimo stabilimento in odor di trasloco all’estero a Settimo Torinese, bene indica quale sia la soluzione da intraprendere al più presto: una soluzione legislativa quale unico possibile deterrente alle delocalizzazioni; una legge come quella da noi proposto anni addietro e bocciata, compattamente, nel mese di febbraio dal consiglio regionale.  

Eutelia, su si esprime un timido ottimismo per quanto concerne lo sperato commissariamento, e Bialetti: da una parte addirittura l’impossibilità di identificare un responsabile dell’impresa, dall’altra un marchio storico, ma in ambedue lavoratori vittime di scelte scriteriate incentrate sul maggior profitto ottenuto scappando all’estero o, semplicemente, auto saccheggiando l’impresa stressa. 

E’ tempo di non premiare imprenditori irresponsabili laddove hanno anche goduto di contributi pubblici, ed al contempo avviare percorsi di auto imprenditorialità. Nessun soldo pubblico a chi fugge all’estero; nessun sostegno a chi apre e chiude società a scapito di territori, lavoratori e famiglie. 

Alla nuova giunta regionale la scelta sulla strada da intraprendere per uscire dalla solita demagogia degli annunci.    

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Lettera a La Stampa: patrimonio culturale. Cronaca di un disastro!

Scritto da juribossuto.it il 22 aprile 2010

In merito all’articolo pubblicato dal vostro quotidiano qualche giorno addietro, avente per oggetto i restauri al Castello di Moncalieri, terrei ribadire un concetto che ho già più volte espresso dai banchi del consiglio regionale. 

Ritengo assolutamente assurdo che si aprano cantieri aventi il fine di restaurare il nostro patrimonio culturale, tanto ricco quanto raro, i quali drammaticamente si consumino in devastanti incendi che trasformano in cenere secoli di arte e di storia.

Incendi la cui conseguenza rimane l’abbandono e la desolazione a fronte di soldi destinati al recupero, sperando a miglior fine, che puntualmente non giungono. Le vicende del Duomo di Torino, prima, e Moncalieri, poi, narrano di un sistema a dir poco bizzarro per quanto concerne alcuni cantieri dedicati al patrimonio architettonico culturale.

Anziché restaurare si distrugge, e naturalmente nessuno paga, né economicamente e neppure penalmente, per i disastri arrecati. 

Quando cambierà questo strano concetto del fare cultura, quando i responsabili (novelli Unni) di tali scempi avranno nome cognome e responsabilità accertata?

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ALCUNE IMPRESSIONI DOPO IL SILENZIO DEL PRE COTA.

Scritto da juribossuto.it il 14 aprile 2010

I mea culpa mancati e quelli utili per guardare al futuro. In passato spesso l’autocritica aiutava ad individuare le falle del sistema e, conseguentemente, giungere al rimedio, all’ammenda. Oggi spesso l’autocritica diventa oggetto, nel metodo, di sfottò innanzi a quello che sembra un rito vuoto di significato. 

Su questa premessa diamo un quadro, anche a costo di essere ripetitivi, di quanto avvenuto nelle consultazioni regionali ultime scorse.  

Partiamo dalle trivelle in Valle Susa. Un evento fisico, non solo mediatico, ben studiato a tavolino da settori ampi del Governo centrale: piazzare trivelle ovunque e di notte, con lo scopo di fare alzare la tensione raccogliendone poi i frutti. Naturalmente la Presidente Bresso è caduta nella trappola come un allocco: tra un amarcord della marcia dei 40.000 al Lingotto e dichiarazioni emotive la frittata si è cotta da sola. A questo si aggiunga il quadro del Consiglio, luogo in cui gli assessori, tranne rare nostre eccezioni, sono spiccati per assenze ed incapacità (evito l’elenco poiché non sarebbe facile da chiudere). 

Gli assessorati che avrebbero potuto rappresentare l’innovazione del dopo Ghigo, hanno preferito invece schierarsi con la sclerotizzazione della spinta innovativa, che è rimasta solo sulla carta nell’ambito ambiente, trasporti, cultura, urbanistica turismo, sport, industria e tanto altro: regalando a molte illusioni del post centrodestra un amaro risveglio. Un risveglio confermato dalle minacce lanciate dal PD agli amministratori ribelli della Valle Susa e dai toni violenti con cui i dirigenti democratici additavano i No Tav. 

Un mix di arroganza presuntuosa che ha comportato il fermo allontanamento dal voto di tante persone. 

Testimone di questa amara situazione il programma Bresso in cui, nelle prime pagine, spicca solo un elemento di sviluppo: Eataly, realtà citata innumerevoli volte. 

In apertura ho fatto cenno all’autocritica, ma ho scantonato in realtà l’argomento sino ad ora.

Vi sono temi invece che non vanno evitati, e che se affrontati con decisione potrebbero riportare il popolo di sinistra a dire che noi non siamo come gli altri.  

In primis ritorna, come più volte accennato da tanti, la questione morale: ossia la necessità di saper e voler valutare l’etica, il nostro comportamento, gli atti di alleati e nostri compagni. Essere superficiali su questo tema è pericoloso oltre che dannoso. Non è possibile guardare a persone che fanno della politica il loro sporco lavoro e che per portare avanti se stessi si adattano, senza scrupoli, a pratiche da far invidia alla peggior DC antica (vedi ad esempio l’unico eletto della lista Bresso): il rischio di essere contagiati è forte ed il gioco spesso non vale la candela. 

Per morale, da non confondere con moralismo, intendo anche la conduzione di lotte e battaglie da chi ha il dovere di coordinare il collettivo di lavoro, ai gruppi come ovunque. Lo svendere gli obiettivi politici del partito in un ottica elettorale, o per una manciata di interessi propri è cosa grave, un atteggiamento che occorrerebbe  fermare sul nascere.    

In secondo è necessario ritrovare autorevolezza ed affidabilità: due elementi che dall’esterno non vengono più percepiti nel modo in cui lo erano in passato per quanto ci riguardava. Gli incredibili nostri cedimenti, da me segnati con voto difforme al gruppo nell’indifferenza generale del Partito, su temi importanti quali i buoni scuola, le delocalizzazioni e la lotta alle discriminazioni (in cambio di cosa non è dato sapere) non hanno certo fornito elemento di chiarezza, anzi, ad un quadro politico dai contorni sempre più incerti. Troppo facile a questo aggiungere il tema Tav: questione spesso strumentalizzata nelle fasi traumatiche del partito, ma che al momento della resa dei conti, con PD ed alleati,  viene sacrificata nel nome di alleanze mal costruite ed ambigue nella loro linea politica.  

Dulcis in fundo, si è sciaguratamente deciso di cedere anche sulla riforma del regolamento consiliare, cosicché si renderà ancor più difficile la battaglia di resistenza che dovrà portare avanti l’unica compagna eletta nella prossima legislatura. Scelta a cui il sottoscritto, con il compagno Dalmasso, si è opposto sino a giungere, ancora una volta, al voto non conforme al gruppo durante il dibattito in aula. Anche in questo caso si ha l’impressione che ancora una volta la sudditanza all’egemonia PD ricadrà, negli effetti, sulle teste di tutti, con buona pace di coloro che ritenevano impossibile una vittoria del Centro Destra su Bresso.  

Occorre, ne sono convinto, uscire del “pidicentrismo” ed iniziare a ragionare quale forza autonoma in grado di badare a se stessa, e scegliere con chi e quando allearsi nelle battaglie non solo elettorali. Occorre un guizzo di dignità che metta al primo posto la risposta, culturale e politica, all’aggressione a tutto campo portata avanti dalla destra. Separare le questioni che ci obbligano da tempo alla discussione ideologica, su cui giusto discutere, dalle azioni immediate su cui costruire l’attualità e la strada a quello che amo chiamare il “neo comunismo” (ossia l’esperienza che diventa azione odierna, dell’oggi guardando al mondo nuovo). 

La mia esperienza nell’ultima campagna elettorale, segnata da piccole e grandi situazioni Kafkiane determinate dal solito agire per gruppuscoli, ha lasciato almeno in me delle certezze: ossia come assenza di lucidità, unita a visioni spesso miopi, rendano la lotta elettorale un’ultima spiaggia in cui combatti contro i nemici sbagliati, in cui versi energie per poco o niente. 

Mentre a Roma si cospirava, tra banchetti e scannamenti di potere, i barbari scendevano lungo la penisola: questo temo sia il quadro più allucinante e vicino all’essere quotidiano del fare politica nel 2010, a sinistra come a destra. 

E’ inutile cercare colpevoli altrove se non guardandosi allo specchio. Il fenomeno Grillo, che ritengo qualunquistico e non di sinistra (come loro stessi affermano rivendicando uno spazio politico trasversale), ha colmato il vuoto da noi lasciato. In quartiere ho pagato l’essere sempre troppo altrove fisicamente, e non ho recuperato in Valle quello che anche la stessa mi ha sottratto nel mio territorio di origine. La colpa di quanto accaduto, non è certo dei circoli e dei compagni, anzi, ma di scelte vagliate non con la dovuta attenzione che hanno comportato la ribellione dei Movimenti verso noi, tutto l’opposto di ciò che accadeva anni addietro (sino al famoso e drammatico G8 di Genova). 

Come è possibile essere egemonizzati da atteggiamenti derivanti dal sistema pre tangentopoli e, inoltre, da un partito, come quello Democratico, che sembra la fotocopia brutta del PSI di Craxi: lo  testimonia non solo la vicenda Grinzane, SITO di Orbassano, oppure la gestione del post olimpico e conseguenti speculazioni, ma ancor più le voglie e le motivazioni, squisitamente anti democratiche, che stanno dietro alla vicenda TAV, vicenda penosa per tutta la nostra comunità umana. 

Morale pur correndo (letteralmente) in Valle, sempre in accordo con i circoli, sono stati pochi i voti conquistati, così come sembra non aver pagato, se non in parte, l’essere, e ci siamo stati davvero, davanti alle fabbriche in crisi e no. L’ironia della sorte sembra essere quella di lavoratori, operai, che hanno votato la Lega premiandola pure per una campagna elettorale incentrata sulle delocalizzazioni che, in realtà, la Lega stessa ha bocciato in aula.  

Ironia è anche quella di una iniziativa politica targata PRC, avviata dopo un’esperienza personale agli sportelli, inerente il modello para strozzinaggio di Equitalia, ed approdata all’approvazione di un odg in aula, ma ignorata quasi del tutto dal Partito regalandola così ad altri candidati e gruppi. 

Forse è vero che le esigenze dei cittadini non  passano più nelle risposte fornite dai partiti, forse è vero che occorre ricongiungere una cultura nostra sparsa ai 4 venti, e magari anche tra le file degli altezzosi grillini, ma per verificare tutto questo non necessitiamo di altri tatticismi, di altre cospirazioni da “Barbiere di Siviglia”. 

Necessitiamo di un ritorno al territorio, un ritorno a laboratori diffusi a cui fornire organizzazione e sostegno, ma anche libertà di elaborazione: dare contenuto all’importante parola Comunismo è fondamentale Occorre farlo ed in fretta altrimenti non potremo più misurarci con alcun comunismo, bensì solo con un fastidioso ed opprimente tecno fascismo mascherato beffardamente dalle parole “popolo” e “libertà”. 

 Saluti fraterni.                 

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Ancora un post campagna elettorale: Bolkestein. Poi appena riesco commenti a quasi caldo.

Scritto da juribossuto.it il 1 aprile 2010

Ribadiamo il nostro famoso “noi l’avevamo detto”, affermazione sin troppo facile di fronte ai danni, sempre diretti ai soliti e mai ai potenti, che la direttiva Bolkestein sta creando ovunque nel mondo del lavoro. Ad essere colpiti sono ora gli ambulanti a cui, di fronte alla possibilità che le grandi catene occupino anche i plateatici, va tutta la nostra solidarietà.

Bolkestein e liberalizzazioni stanno falcidiando i lavoratori delle ferrovie, dei mercati rionali e cittadini ed il nostro diritto all’uso dell’acqua. E noi ci siano opposti a tutti i livelli: regionale, nazionale, europeo.

Siamo sempre più convinti della necessità di resistere di fronte ad una deriva pericolosa ed anti-democratica.

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