CARTA STRACCIA in POLITIKA – Il blog di JURI Bossuto

Archivi per marzo, 2011

Carcere: una questione insoluta da sempre!

Scritto da juribossuto.it il 4 marzo 2011

Periodicamente la carta stampata, e conseguentemente l’opinione pubblica, si occupa del tema carcerario dimostrando, ogni volta, stupore e meraviglia per come si caratterizza quel lontano mondo.

A lunghi periodi in cui il silenzio sull’argomento regna sovrano, interrompendolo solo grazie a eccellenti arresti che spingono ignoti politici a recarsi in cella sotto lo sguardo dei media, si alternano brevi periodi in cui la popolazione sembra prendere coscienza di quegli edifici racchiudenti i “devianti”.

Una coscienza non sempre mossa da motivi di carattere umanitario, ma al contrario spesso partorita da allarmi sociali dedicati alla sicurezza, oppure al fenomeno dell’immigrazione clandestina. Il ritmo tramite il quale ci si occupa del pianeta carcere, sembra dettato dalla grandi campagne di sensibilizzazione alla difesa sociale: ossia la ricerca del nemico che si annida nella società, e da allontanare con rapidità, collega il suo agire alla conseguenza diretta che essa produce tramite la consegna, di questi, al penitenziario di riferimento.

Ogni periodo storico pare recare in sé i propri nemici, le prassi avverse, gli atteggiamenti da normare in difesa di nuovi interessi, la soluzione di isolamento per chi viola la vita comunitaria: sembrano mutare solo le categorie vittime della repressione, ma i meccanismi all’origine del tutto rimangono immutabili e radicati nella società.

Nei secoli scorsi Torino era flagellata da vagabondi che dormivano sotto i portici, e l’immigrazione dalle campagne portava nel capoluogo subalpino disagio e miseria. Lo sviluppo industriale necessitava di mano d’opera e minor uso della forca, mentre il furto diventava il reato che maggiormente intaccava gli interessi della nuova borghesia imprenditoriale. Lo stato doveva allora garantire, i suoi migliori cittadini, dalle azioni dannose provocate da quei soggetti che turbavano economia e tranquillità: vennero così moltiplicate le misure in via economica contro “i giovani oziosi” ed i penitenziari si attrezzarono ad imprigionare immigrati e ladri, sottraendo quelle braccia potenzialmente operose al boia.

Foucaul, nella sua opera “Sorvegliare e punire”, scrive che le riforme penitenziarie non maturano alcun frutto, rimandando sempre ai soliti sette punti di intervento ripetuti all’infinito, ossia: la detenzione quale occasione di trasformazione del detenuto, la pene modulate in base all’individuo reo, la classificazione dei detenuti, lavoro quale strumento essenziale alla socializzazione ed alla trasformazione del condannato, educazione del carcerato quale azione prioritaria del sistema pubblico, uso di personale specializzato in settori della struttura penitenziaria ed, infine, misure di assistenza per riadattare il detenuto stesso.

Il legislatore, quando redige proposte di legge sul carcere, sarebbe come una mosca impazzita imprigionata in un bicchiere di vetro, incapace di uscirne seguendo pensieri logici e razionali cosicché non entrarvi più una seconda volta.Garland individua il motivo determinante l’inefficacia delle riforme carcerarie, succedutesi nel tempo, nella dialettica libertà / controllo”. Tale dialettica, secondo il giurista, ha letteralmente caratterizzato gli anni che viviamo, condizionandone le scelte legislative. La liberazione sociale degli anni ’60 e la libertà di mercato diffusa negli anni ’80, hanno fatto crescere controllo sociale e repressione penale. Il mercato impone il controllo serrato sugli esclusi, che neppure sono attraenti in veste di consumatori, stabilendo il principio per cui “la criminalità è una decisione, non una malattia”.

Il quadro che emerge è quello di un immobilismo che perdura da decenni: la carenza di fondi, l’assenza di approfondimenti in merito, la difesa dello status quo sembrano impedire ogni ragionamento oggettivo sul sistema penale.Un esempio ulteriore viene fornito dal dibattito sull’ergastolo. La pena detentiva perpetua, che al 31 dicembre 2004 coinvolgeva 1.161 cittadini, si avvale di un nuovo modello ad uso burocratico che sostituisce la vecchia dicitura “fine pena: mai”. Oggi, gli ergastolani, vengono indicati quali persone libere nel 99/99/9999: una soluzione informatica che sembra farsi beffa di quei detenuti che vivono, in cella, le loro giornate senza porsi speranze o mete di recupero sociale.  Agli scritti del recluso Mele, impegnato nella denuncia dell’istituto ergastolo, si alternano quelli di Mario Gozzini il quale, nel 1988, affermava che l’ergastolo “di fatto non c’è più”. Nel 1981 il referendum popolare ha bocciato la sua abrogazione, mentre la Corte Costituzionale ha ritenuto legittimo il suddetto istituto penale poiché non in contrasto con l’articolo 27 della Carta costituzionale.

Il recupero sociale del detenuto, previsto dalla norma costituzionale, è garantito dalla possibilità di accedere alla libertà condizionata dopo 28 anni di reclusione, oppure alla semi libertà in seguito all’aver scontato 20 di prigionia. Secondo Gozzini le citate garanzie nella pratica forniscono un incentivo di libertà al condannato alla reclusione perenne, eliminando di fatto l’ergastolo: la difesa sociale dalle offese criminali sarebbe garantita in base al dominio delle norme scritte. Altri obietterebbero che il carcere quale luogo di segregazione in cui controllare i devianti, i diversi in quanto nemici della società onesta o presunta tale, è regolato da norme non sempre scritte, e la libertà condizionata non sempre viene emessa su basi certe.

Scorrendo i titoli dei giornali di questi ultimi anni emerge quanto affermato all’inizio. Il quotidiano “La Repubblica, del 22 settembre 2010, in un articolo denunciava 32.000 nuovi ingressi all’anno negli istituti penitenziari e le condizioni difficilissime vissute da chi vi entrava per la prima volta. Il giornalista scriveva, in chiusura al suo pezzo: “sicurezza e giustizia rendono le carceri simili ad una tonnara nel giorno di mattanza”. Seguivano i dati dei suicidi, 54 nel 2010 a settembre, e la superficie destinata ad ogni detenuto in cella: 2,66 metri quadri, al di sotto dei 3 definiti limite di guardia per non definire la reclusione quale tortura.

Quadro disperato di una situazione richiamata già il 15 novembre 1990, quando la rivista “ASPE” intitolava una sua inchiesta “Carcere indietro tutta”: al fine di evidenziare la distruzione attuata sulla legge Gozzini dai vari testi normativi su criminalità organizzata, immigrazione e tossicodipendenza.

Il quotidiano “Il Manifesto”, l’11 luglio 2004, prendeva atto della crisi del sistema detentivo e informava sulle nuove misure dirette solo alla costruzione di nuovi edifici carcerari. La mancanza di fondi, secondo il giornale, faceva prendere in considerazione l’idea di istituti privati oppure strutture in leasing fornendo ai costruttori la gestione stessa.

Notizie ed affermazioni che indicano la paralisi che insegue il sistema penitenziario da secoli, e da cui sembra impossibile trovare una via di uscita: poiché schiacciati tra luoghi comuni e qualunquismo.

Il direttore della casa circondariale Lo Russo Cotugno, già “carcere delle Vallette”, Buffa cita in un suo lavoro letterario Goffman, sottolineando in tal modo le difficoltà che prova chi, vivendo nel mondo libero, tenta di comprendere le dinamiche interne di un’istituzione coatta. Goffman si era detto convinto che un buon modo per apprendere qualcosa fosse quello di partecipare alla vita “internata” pur sapendo che “ogni carcere è una repubblica autonoma”. Le differenze che infatti caratterizzano le strutture detentive sono tra le medesime, a livello di organizzazione e regole, enormi e variegate: spesso la qualità della vita, di chi risiede in prigione, è determinata dalla professionalità in capo al direttore ed alla sua sensibilità.  Direttori, magistrati di sorveglianza, ministri del governo sono figure determinanti nell’esecuzione penale, a tal punto che a condanna simile non sempre segue identità di percorso punitivo.

Due reclusi potrebbero paradossalmente essere soggetti ad identica condanna, derivante da identica fattispecie di reato, ma percorrere strade molto diverse sino ad una parziale riduzione della stessa in capo ad uno dei due, e la piena esecuzione in capo all’altro.

La Rivoluzione francese ha avuto la capacità di modificare il rapporto corpo del condannato- Stato, creando una prassi che si è evoluta lentamente tra regole di mercato e voglia di sicurezza. Oggi, come ieri, contraddizioni e confusione sembrano essere i soli elementi su cui si incentra il dibattito sulla sempre annunciata riforma carceraria.

La Costituzione repubblicana in questo caso, come in tanti altri, rappresenta la punta più avanzata di una legislazione normativa mai portata a pieno compimento. Una Carta fondamentale a cui segue il nulla di un dibattito che non pone all’ordine del giorno il superamento del carcere, ma che si incentra solo sul “punire”  riabilitando desideri di vendetta che, sinceramente, speravamo relegati ad un profondo passato storico.   

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Infine Laurea fu!

Scritto da juribossuto.it il 2 marzo 2011

Mi scuso per questi mesi di silenzio, ma avevo un sospeso da lunghissimo tempo con la facoltà di giurisprudenza di Torino.

Martedì scorso mi sono laureato, ora potrò tornare ad essere più presente su questo blog!!!

Quindi a prestissimo……parlando delle comunali di Torino.

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