CARTA STRACCIA in POLITIKA – Il blog di JURI Bossuto

LA SOLITUDINE DELLA JUNGLA PER LE EDUCATRICI DEI NIDI

Scritto da juribossuto.it il 31 maggio 2012

La jungla. Una jungla pericolosa e senza pietà per nessuno in cui vengono gettate persone, lavoratori e cittadini. Una foresta buia, animata da predatori che aggrediscono nell’ombra approfittando di ogni piccola distrazione o momento di sconforto della vittima.

Questo è il triste luogo naturale in cui vengono gettati soprattutto i giovani, i precari, tutti coloro per cui è impossibile immaginare una prospettiva di un qualsiasi futuro. Gettati quasi nudi tra i flutti verdi di una vegetazione senza pietà, laddove ognuno combatte per la sopravvivenza senza badare agli altri e, soprattutto, senza sperare in aiuto o sostegno alcuno.

Un’immagine netta e precisa di questa jungla mi è giunta innanzi agli occhi lunedì scorso, davanti al comune di Torino. Mi è apparsa mentre osservavo le educatrici dei nidi torinesi nel momento della sconfitta, degli interventi in Sala Rossa, nell’attimo del tradimento della missione pubblica e delle derisione della Costituzione. Le ho viste lì, sole, abbandonate e gettate come nulla fosse in quella foresta cupa e micidiale, impenetrabile al Sole ed a punti di riferimento che ne indichino l’uscita.

Giovani, e meno giovani, lavoratrici per cui si spalanca il baratro del cosa fare, del dove andare a cercare lavoro per mettere insieme il pranzo con la cena, dove poter portare l’esperienza ultra annuale maturata negli asili comunali. Per qualcuna di loro si aggiunge la certezza di non vedere più quei bambini accolti al mattino, in inverno come d’estate, unita allo sconforto verso un privato che prenderà il loro posto nel nome del profitto.

Lavorare per vivere, non per andare in ferie o a fare shopping; lavorare per sentirsi vivi. Aspirazioni impossibili, seppur “modeste”, poiché per loro non è esistito un Pubblico che lanciasse il salvagente, non è esistito un sindacato forte al loro fianco che le difendesse, infatti la CGIL firmando l’accordo le ha condannate definitivamente, non è esistito realmente un supporto politico (se non quello dato da molte colleghe a tempo indeterminato e da alcuni genitori).

Hanno aperto le paratie degli aerei in quota e le hanno abbandonate a quei flutti, come non esistessero per nessuno, come fossero una zavorra da sganciare al più presto. Fantasmi per i poteri forti che reggono questa complice e vile città, così come per quei poteri deboli destinati ad essere sempre più tali nella cecità del condurre piccole battaglie dal respiro di poche ore.

Cantava Ivano Fossati in “Terra dove andare”, qualche anno fa, “Il sindacato gli fa segno di firmare ed il cielo è il comitato centrale”: così è avvenuto sotto la Mole in questo maggio molto lontano da quello messo in poesia da De Andrè. Sole in un buio dove partiti e sindacati, tranne gli autorganizzati, non hanno saputo fare altro che i loro piccoli calcoli a breve periodo. Istituzioni che hanno operato senza pensare a quelle foreste sempre più popolate ed agli iceberg alla deriva posti sulla loro rotta. Una cecità che spalanca le porte a tutto quanto non porti nomi legati a questo naufragio.

La foresta della sopravvivenza solitaria si apre adesso a queste ragazze, le attende. Per senso del dovere le educatrici continuano a prestare al meglio il loro servizio per quel Comune che le ha condannate senza appello, senza ascoltarle realmente. Un senso del dovere forse eccessivo, ma che deriva da una forza che le sosterrà anche in quella selva e che le aiuterà a ritrovare la via d’uscita. Una forza d’animo che unita ad altre potrebbe creare un miracolo: gettare un giorno tra quei rami coloro che giocano sui destini altrui, regalando un po’ di luce in questa Torino che a forza di guardare altrove sta morendo in una agonia lenta e soffocante.

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