CARTA STRACCIA in POLITIKA – Il blog di JURI Bossuto

Archivi per settembre, 2014

Torino capitale della Cultura oppure città sotto devastazione …

Scritto da juribossuto.it il 27 settembre 2014


Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’ennesima blindatura della città. La presenza dei Ministri europei della cultura è coincisa con un lampante esempio del “vivace” e stretto legame che contraddistingue sempre più il rapporto cittadino – amministratori eletti. Un unione, quella tra eletti ed elettori, fatto di cordoni di polizia a protezione dei primi; di piazze chiuse al transito anche pedonale (in ultimo piazza Carignano causa spettacolo e conseguente cena lusso al Cambio); controlli capillari ed infinite distanze tra i padroni del vapore e chi li ha messi sul loro scranno.

Abbiamo assistito, durante il summit culturale governativo, alla vera idea di Cultura che lor signori coltivano da tempo tra le pareti dei ministeri: gran galà, spettacoli di lusso e ricevimenti tra stucchi ed affreschi decorativi. In parole povere una visione culturale che si pone all’opposto dell’inclusione.

Mai come ora, al contrario, la Cultura dovrebbe essere popolare, diretta ed aperta soprattutto agli strati più deboli della cittadinanza (coloro che leggono, quando lo fanno, solo la “rete” credendo ad ogni panzana in essa collocata).

Cultura non può trasformarsi in vernissage a corte ed eventi per molti ma non per tutti (emulando uno slogan pubblicitario in voga tempo addietro). Se poi guardiamo a Torino il disorientamento diventa assoluto nel valutare l’assegnazione fattale di “Capitale della Cultura”: titolo che la città stessa con la sua ricca Storia merita ma assolutamente no che la ha amministrata in questi ultimi venti anni.

Il capoluogo piemontese ha assistito negli anni ad un vero e proprio deperimento culturale, paragonabile solamente all’ultimo periodo bellico e le sue vaste demolizioni da bombardamento. Tra incendi (dal Duomo sino alla Cavallerizza), devastazioni da opere pubbliche (gallerie Pietro Micca, piazza San Carlo, piazza Castello  ed in ultimo piazza Carlina) ed uso di fondi quanto meno legati al criterio “ad simpatia” (associazioni private stra foraggiate a fronte di altre private di ogni sostegno pur curando beni unici nel loro genere) hanno annichilito il nostro territorio sino a spegnerlo.

Affermazioni queste avvalorate dalle ultime dichiarazioni provenienti da consiglio regionale che lamenta di non aver potuto vendere palazzo Lascaris (storica e bellissima sede) a causa dei troppi vicoli posti sull’immobile dalle Belle Arti: siamo alla mercificazione pura di tutto, altro che Cultura.

Sicuramente credo che la nostra classe dirigente non meriti di vedere assegnata la Capitale della Cultura a Torino. Per averne prova invito chi legge a recarsi poco distante dalla città pedemontana, ad esempio portandosi a Marsiglia od Avignone: esempi reali di cosa significhi “Cultura”.


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Referendum in Scozia: la dimostrazione che non esistono scelte “obbligate” da parte dei governi europei.

Scritto da juribossuto.it il 19 settembre 2014

La vicenda referendaria scozzese credo abbia avuto un pregio enorme: quello di riportare governi nazionali ed autorità europee alla realtà svelando che le azioni politiche sono tutte realmente “possibili”, non esistendo di fatto scelte dal carattere obbligatorio.

Da decenni siamo abituati a sentire affermazioni del tipo: “Non possiamo che privatizzare poiché l’Europa lo chiede”; oppure siamo messi innanzi all’ineluttabilità del doversi adeguare agli inviti del FMI (Fondo Monetario Internazionale) o dei potentati locali.

Su questa “ineluttabilità” abbiamo assistito alla privatizzazione, o meglio al saccheggio, del sistema sanitario pubblico inglese ad opera del governo Thatcher. Devastazione che si univa, all’epoca, alla demolizione della rete ferroviaria nazionale ed a migliaia di licenziamenti tra gli operai delle miniere di carbone. La politica della “Dama di ferro” purtroppo ha avuto parecchi emuli in Europa sia tra le fila di Destra che in quelle, sempre più disorientate di Centro sinistra.

I risultati di opzioni politiche dettate dal mondo industriale, sempre più in via di estinzione, e soprattutto da quello finanziario dei grandi speculatori sono sotto i nostri occhi traducendosi,  quotidianamente, in tagli di servizi alla cittadinanza e riduzione macroscopica di spazi di libertà e diritti sociali.

Gli inglesi negli anni ’80 hanno reagito votando i loro carnefici ma recandosi in Scozia per usufruire ancora della sanità pubblica mantenuta, con tutti i mezzi possibili, da Edimburgo. Un ennesimo meccanismo paradossale di questo curioso sistema democratico che vede il cittadino, spesso poco informato e con scarsa coscienza, dare il proprio consenso elettorale a chi gli riduce i diritti fondamentali (il diritto alla salute è tra questi) per poi però, sempre inconsapevolmente, osservarlo ad usufruirne disperatamente laddove altri garantiscono ancora quanto da lui negato a se stesso. Un paradosso in crescita che ha portato numerose simpatie alla voglia secessionistica scozzese.

Il referendum indipendentista della Scozia non sembrava avere le caratteristiche egoistiche, bieche e nazionalistiche a cui ci hanno abituati i nostri padani ed i nostalgici monarchici del nostro Sud. Al contrario è parso come un tentativo estremo di resistenza al volere dei veri poteri europei: sempre più arroganti ed a difesa degli arricchiti a suon di speculazioni realizzate sulla pelle della gente. La prova risiede nelle dichiarazioni del premier inglese Cameron il quale, improvvisamente, viene colto dall’illuminazione della giustizia affermando, mentre guarda preoccupatissimo ai ribelli del nord, che tutto sommato welfare e sanità nazionale possono essere rafforzati e non solo garantiti agli attuali scarsi livelli.

Il miracolo del referendum voluto da Edimburgo è proprio questo: scoprire che volendo tutto è possibile e che non esistono ricette sociali inviolabili ed inevitabili. Innanzi ad uno stato che rischia di spezzarsi in due le politiche neoliberiste si scoprono opzionabili, ossia una possibilità e non “la” scelta unica senza altre alternative. Di colpo la privatizzazione si trasforma in una valutazione tra le tante a cui poter contrapporre la nazionalizzazione ed il sistema di tutela pubblico.

Rivelazioni dal sapor divino che si schiudono mentre il Italia al contrario si riscopre, nelle dirigenze partitiche di tutto l’arco costituzionale, il tatcherismo quale panacea di ogni male. Non passa anno in cui i governi, che si succedono a palazzo Chigi (da Berlusconi sino a Renzi), dedichino la loro azione amministrativa all’elogio delle “dismissioni” oppure alla grande voglia di privatizzare lo Stato. Il tutto sotto la pressione non nascosta di Confindustria e proprietari di grandi yacht ormeggiati in Costa Azzurra, che alla peggio vanno a farsi curare a pagamento in Svizzera.

La Scozia ha voluto alla fine dimostrare che l’agenda politica può essere dettata anche dal popolo e non solo da ricche famiglie in adunata nei salotti buoni. Conferma, al contrario, che giunge in Italia nel momento in cui, per l’ennesima volta, un premier tenta l’affondo contro diritti conquistati a fatica negli anni della ribellione sociale. Mi riferisco alla modifica, o meglio abrogazione, dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Ancora una volta assistiamo ad un Presidente del Consiglio che vanta la ricetta giusta ed ineluttabile: togliere garanzie per favorire assunzioni, come dire che si permette di licenziare con maggior facilità per sostenere l’occupazione. Una tesi che stride con la verità degli intenti già solo descrivendola in queste poche righe. Come si può creare flessibilità (termine in voga quando si trattano diritti) nel lavoro permettendo di espellere lavoratori anche quando solamente osano dissentire; come si può creare impiego nuovo favorendo i licenziamenti facili; come diventa possibile parlare di rilancio dell’economia favorendo lo sfruttamento dei salariati e lo svilimento dl lavoro salariato stesso.

Decenni di erosione delle norme di tutela della parte debole di un rapporto contrattuale sbilanciato, che vede da un lato il ricco proprietario e dall’altra chi vive solo del proprio stipendio, hanno prodotto solamente miseria e disoccupazione anziché rilancio dell’industria (oramai all’estero dove ancora qualcuno redige politiche industriali nazionali) e dell’economia: fatti sotto gli occhi di tutti.

Eppure malgrado il dramma che il nostro malato sistema sociale vive continuamente c’è chi ancora suggerisce tagli, privatizzazioni e misure contro le riforme (quelle vere e degne di tale nome) attuate negli anni ’70. Incuranti della povertà disseminata ovunque i governi senza idee, ma con suggeritori provenienti dai mercati speculativi finanziari, proseguono nella loro folle corsa: eliminazione di spazi democratici quali Senato e Provincie, oramai eletti dagli “eletti”; ridefinizione della Costituzione considerata dai potentati troppo democratica ed antifascista; azzeramento delle protezioni verso i più deboli. Un ritorno al XVII secolo ma con una grande differenza: le vittime (i cittadini) votano e sostengono i loro carnefici sociali salvo poi disperarsi nel momento in cui misurano, sulla propria pelle, il frutto del loro incauto voto.

La Scozia quindi ha dimostrato che le strade della democrazia sono svariate e non a senso unico obbligato. Ha insegnato a noi tutti l’esistenza in vita della “scelta”. Certamente il risultato della vittoria del “No” era scontato grazie ad una partita elettorale giocata sul terrore del crack economico in caso di secessione, oltre a ragioni di Stato di carattere internazionale che impedivano un diverso esito, ma aver tenuto sul filo del rasoio per mesi tutti i governi europei è stato, di per se, un grande successo.

Quando penso ai promotori del referendum scozzese non mi viene in mente l’On. Borghezio, che con tutto questo non ha nulla a che fare poiché diametralmente all’opposto, ma al nervosismo provocato in chi da decenni comanda su tutto e tutti nell’incontrastato potere assolutistico. Penso ai volti imbellettati delle foto scattate ai consessi del G8; penso ai benestanti lineamenti curati dei dirigenti del FMI e di tanti altri organismi sovranazionali; penso agli arroganti ministri che regnano, letteralmente, negli stati europei. Dittatori in erba che per un attimo hanno tremato e che dovremmo invece più spesso obbligare all’ascolto di chi ogni giorno paga per le stolte scelte dagli stessi portate a compimento sulla base di un consenso “viziato” ad arte.

 

 

 

 

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Tre orsi uccisi per un uomo ferito non gravemente: leggi naziste regolano i rapporti tra Uomo e Natura

Scritto da juribossuto.it il 11 settembre 2014

Allora vediamo di raccontare una storia. Un giorno un signore va nel bosco a raccogliere funghi. Vede un’orsa che due piccoli. Essendo quel signore un uomo di montagna sa bene che non dovrebbe farlo ma la curiosità lo rende un pochetto scem…o e si nasconde, vicino ai cuccioli, per osservarli. La mamma orso si inquieta per tale vicinanza (conoscendo la nostra specie super predatrice direi comprensibilmente si inquieta) e difende i suoi piccoli attaccando il signore incauto. Non lo uccide, egli se la cava con qualche punto e molta visibilità mediatica dove (tra le altre cose) dimostra anche tutto il suo non ricco bagaglio culturale. Però mamma orso ha osato attaccare un uomo per cui va stanata ed eliminata. Lei comprende e fugge (conosce la capacità della nostra specie nelle operazioni di pulizia etnica) ma un incapace la stana e le spara un anestetizzante che la uccide: vendetta è fatta con buona pace dei suoi cuccioli destinati a fare la stessa fine. Morale: noi possiamo annientare nostri simili e la Natura nel nome della razza eletta e va tutto bene. Se invece un animale ferisce uno dei nostri la condanna è la morte sua e dei suoi ciuccioli: un ferito= tre giustiziati, esattamente quasi come i nazisti, Se la stessa legge valesse per chi uccide il pianeta e condanna molti suoi simili alla fame ed all’ingiustizia allora forse in Occidente non sarebbe più vivo nessuno di noi. In confidenza, ma non troppo, credo che sia ora di capire che la salvezza della nostra specie passi per il rispetto verso il pianeta che ci ospita e le sue creature (noi stessi compresi). Sarebbe una bella rivoluzione capire che non siamo i padroni scalcinati del mondo ma solo suoi ospiti temporanei e che guerre, ingiustizia, ineguaglianza, distruzione fanno di noi i veri alieni di cui aver paura.
Veri Predator senza futuro e con le mani lorde del sangue del pianeta Terra…..

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