CARTA STRACCIA in POLITIKA – Il blog di JURI Bossuto

Referendum in Scozia: la dimostrazione che non esistono scelte “obbligate” da parte dei governi europei.

Scritto da juribossuto.it il 19 settembre 2014

La vicenda referendaria scozzese credo abbia avuto un pregio enorme: quello di riportare governi nazionali ed autorità europee alla realtà svelando che le azioni politiche sono tutte realmente “possibili”, non esistendo di fatto scelte dal carattere obbligatorio.

Da decenni siamo abituati a sentire affermazioni del tipo: “Non possiamo che privatizzare poiché l’Europa lo chiede”; oppure siamo messi innanzi all’ineluttabilità del doversi adeguare agli inviti del FMI (Fondo Monetario Internazionale) o dei potentati locali.

Su questa “ineluttabilità” abbiamo assistito alla privatizzazione, o meglio al saccheggio, del sistema sanitario pubblico inglese ad opera del governo Thatcher. Devastazione che si univa, all’epoca, alla demolizione della rete ferroviaria nazionale ed a migliaia di licenziamenti tra gli operai delle miniere di carbone. La politica della “Dama di ferro” purtroppo ha avuto parecchi emuli in Europa sia tra le fila di Destra che in quelle, sempre più disorientate di Centro sinistra.

I risultati di opzioni politiche dettate dal mondo industriale, sempre più in via di estinzione, e soprattutto da quello finanziario dei grandi speculatori sono sotto i nostri occhi traducendosi,  quotidianamente, in tagli di servizi alla cittadinanza e riduzione macroscopica di spazi di libertà e diritti sociali.

Gli inglesi negli anni ’80 hanno reagito votando i loro carnefici ma recandosi in Scozia per usufruire ancora della sanità pubblica mantenuta, con tutti i mezzi possibili, da Edimburgo. Un ennesimo meccanismo paradossale di questo curioso sistema democratico che vede il cittadino, spesso poco informato e con scarsa coscienza, dare il proprio consenso elettorale a chi gli riduce i diritti fondamentali (il diritto alla salute è tra questi) per poi però, sempre inconsapevolmente, osservarlo ad usufruirne disperatamente laddove altri garantiscono ancora quanto da lui negato a se stesso. Un paradosso in crescita che ha portato numerose simpatie alla voglia secessionistica scozzese.

Il referendum indipendentista della Scozia non sembrava avere le caratteristiche egoistiche, bieche e nazionalistiche a cui ci hanno abituati i nostri padani ed i nostalgici monarchici del nostro Sud. Al contrario è parso come un tentativo estremo di resistenza al volere dei veri poteri europei: sempre più arroganti ed a difesa degli arricchiti a suon di speculazioni realizzate sulla pelle della gente. La prova risiede nelle dichiarazioni del premier inglese Cameron il quale, improvvisamente, viene colto dall’illuminazione della giustizia affermando, mentre guarda preoccupatissimo ai ribelli del nord, che tutto sommato welfare e sanità nazionale possono essere rafforzati e non solo garantiti agli attuali scarsi livelli.

Il miracolo del referendum voluto da Edimburgo è proprio questo: scoprire che volendo tutto è possibile e che non esistono ricette sociali inviolabili ed inevitabili. Innanzi ad uno stato che rischia di spezzarsi in due le politiche neoliberiste si scoprono opzionabili, ossia una possibilità e non “la” scelta unica senza altre alternative. Di colpo la privatizzazione si trasforma in una valutazione tra le tante a cui poter contrapporre la nazionalizzazione ed il sistema di tutela pubblico.

Rivelazioni dal sapor divino che si schiudono mentre il Italia al contrario si riscopre, nelle dirigenze partitiche di tutto l’arco costituzionale, il tatcherismo quale panacea di ogni male. Non passa anno in cui i governi, che si succedono a palazzo Chigi (da Berlusconi sino a Renzi), dedichino la loro azione amministrativa all’elogio delle “dismissioni” oppure alla grande voglia di privatizzare lo Stato. Il tutto sotto la pressione non nascosta di Confindustria e proprietari di grandi yacht ormeggiati in Costa Azzurra, che alla peggio vanno a farsi curare a pagamento in Svizzera.

La Scozia ha voluto alla fine dimostrare che l’agenda politica può essere dettata anche dal popolo e non solo da ricche famiglie in adunata nei salotti buoni. Conferma, al contrario, che giunge in Italia nel momento in cui, per l’ennesima volta, un premier tenta l’affondo contro diritti conquistati a fatica negli anni della ribellione sociale. Mi riferisco alla modifica, o meglio abrogazione, dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Ancora una volta assistiamo ad un Presidente del Consiglio che vanta la ricetta giusta ed ineluttabile: togliere garanzie per favorire assunzioni, come dire che si permette di licenziare con maggior facilità per sostenere l’occupazione. Una tesi che stride con la verità degli intenti già solo descrivendola in queste poche righe. Come si può creare flessibilità (termine in voga quando si trattano diritti) nel lavoro permettendo di espellere lavoratori anche quando solamente osano dissentire; come si può creare impiego nuovo favorendo i licenziamenti facili; come diventa possibile parlare di rilancio dell’economia favorendo lo sfruttamento dei salariati e lo svilimento dl lavoro salariato stesso.

Decenni di erosione delle norme di tutela della parte debole di un rapporto contrattuale sbilanciato, che vede da un lato il ricco proprietario e dall’altra chi vive solo del proprio stipendio, hanno prodotto solamente miseria e disoccupazione anziché rilancio dell’industria (oramai all’estero dove ancora qualcuno redige politiche industriali nazionali) e dell’economia: fatti sotto gli occhi di tutti.

Eppure malgrado il dramma che il nostro malato sistema sociale vive continuamente c’è chi ancora suggerisce tagli, privatizzazioni e misure contro le riforme (quelle vere e degne di tale nome) attuate negli anni ’70. Incuranti della povertà disseminata ovunque i governi senza idee, ma con suggeritori provenienti dai mercati speculativi finanziari, proseguono nella loro folle corsa: eliminazione di spazi democratici quali Senato e Provincie, oramai eletti dagli “eletti”; ridefinizione della Costituzione considerata dai potentati troppo democratica ed antifascista; azzeramento delle protezioni verso i più deboli. Un ritorno al XVII secolo ma con una grande differenza: le vittime (i cittadini) votano e sostengono i loro carnefici sociali salvo poi disperarsi nel momento in cui misurano, sulla propria pelle, il frutto del loro incauto voto.

La Scozia quindi ha dimostrato che le strade della democrazia sono svariate e non a senso unico obbligato. Ha insegnato a noi tutti l’esistenza in vita della “scelta”. Certamente il risultato della vittoria del “No” era scontato grazie ad una partita elettorale giocata sul terrore del crack economico in caso di secessione, oltre a ragioni di Stato di carattere internazionale che impedivano un diverso esito, ma aver tenuto sul filo del rasoio per mesi tutti i governi europei è stato, di per se, un grande successo.

Quando penso ai promotori del referendum scozzese non mi viene in mente l’On. Borghezio, che con tutto questo non ha nulla a che fare poiché diametralmente all’opposto, ma al nervosismo provocato in chi da decenni comanda su tutto e tutti nell’incontrastato potere assolutistico. Penso ai volti imbellettati delle foto scattate ai consessi del G8; penso ai benestanti lineamenti curati dei dirigenti del FMI e di tanti altri organismi sovranazionali; penso agli arroganti ministri che regnano, letteralmente, negli stati europei. Dittatori in erba che per un attimo hanno tremato e che dovremmo invece più spesso obbligare all’ascolto di chi ogni giorno paga per le stolte scelte dagli stessi portate a compimento sulla base di un consenso “viziato” ad arte.

 

 

 

 

Lascia un Commento

XHTML: Puoi usare i questi tag: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

 

Bad Behavior has blocked 111 access attempts in the last 7 days.

Usiamo i cookie per assicurarti la migliore esperienza di navigazione nel nostro sito web.
Ok