LA MASCHERA DELLA QUESTIONE DI GENERE NASCONDE LICENZIAMENTI E SACCHEGGIO DEI NIDI TORINESI

8 Maggio 2012

SI ANNUNCIA LA TUTELA DI GENERE E NEI FATTI SI LICENZIANO DONNE E BAMBINI

 

La decisione della giunta comunale torinese inerente la esternalizzazione del 15% degli asili comunali comporterà il licenziamento, di fatto, di circa 300 maestre. Trecento giovani donne che dopo anni di servizio a favore dell’infanzia verranno lasciate a casa. Un fatto scandaloso che mi porta a chiedere dove siano finite tutte quelle consigliere, o assessori, emerse all’onore della politica grazie al proprio impegno nelle pari opportunità.

Tra queste ricordo, sin dai tempi del consiglio regionale, un neo assessore. Donna politica che ha fatto sempre bandiera del suo impegno rivolto alla questione di genere, ma mi pare che in questo caso abbia taciuto consentendo la mattanza di educatrici e maestre che lavorano nei nidi. Non ha impedito tutto questo neppure l’assessore Pellerino, di Sinistra e Libertà, se non presentando un’elaborazione di proposta nebulosa che contempla la loro trasmigrazione presso le cooperative appaltanti, naturalmente con uno stipendio molto ridotto e, forse, insufficiente al proprio mantenimento.

Non mi risulta che tra loro vi siano stati interventi a favore del servizio pubblico alle famiglie, a favore dell’infanzia, a tutela delle lavoratrici e della loro professionalità. Ancora una volta solo giochi di parte e tattiche che ricordano, tristemente, la cosiddetta Prima Repubblica. Temo che a volte appartenenze di genere e sensibilità politiche su diritti negati, emergano sovente solo per accedere a ruoli di potere e gestirli esattamente come fanno i peggiori maschi.

Lo dimostra il lavoro di una giunta che non ha cercato soluzioni reali per evitare l’esternalizzazione dei nidi, magari anche solo redigendo un progetto di gestione pubblica, seppur emergenziale, da sottoporre alla contribuzione di Regione e Stato. Non si è voluto dare sfogo alla fantasia, non si è voluto tirarsi su le maniche e lavorare per salvare la “Città dell’Infanzia”. Come sono lontani i tempi in cui gli assessori, quelli di Novelli, lavoravano di notte per reperire fondi e risorse, correndo magari il mattino dopo a Roma per bussare alle porte dei ministeri. Sembra invece chiaro, oggi, la totale assenza di volontà in merito: si doveva privatizzare e lo si doveva fare con l’aiuto della Fondazione San Paolo ed una strizzata d’occhio alle vicine cooperative sociali.

Constatazione che mi rattrista molto, ma che mi fa sperare in una nuova presa di coscienza collettiva che avvolga donne e uomini, riportando ad una politica di valori ed ideali. Una politica lontana dall’attuale, forse più vicina dopo i terremoti elettorali europei di questi ultimi giorni.

 


LETTERA APERA ALLA POLITICA TORINESE

26 Aprile 2012

 

Che effetto può fare avere la consapevolezza che i cittadini contano nulla quando scendono in campo le potenti lobbies?

 

Quando scendono in campo le lobbies il cittadino cade nella più grande contraddizione della politica. Comprende che nulla può fare contro un potere politico condizionato dai gruppi di pressione economica, quello stesso potere che, magari qualche mese prima, si è rivolto ossessivamente a lui per carpirne il voto.

L’incontro con i gruppi economici di pressione è spesso traumatizzante poiché coincide da una parte con una resa della politica nel fare il proprio lavoro, non si sceglie più il bene collettivo ma esclusivamente quello lobbistico, e dall’altra con l’elettore che di colpo comprende quanto sia marginale il suo ruolo: l’elettore infatti non conterà più nulla sino alle prossime elezioni.

Amministrare dovrebbe voler dire programmare il futuro di una città in base agli interessi della medesima, di conseguenza l’Amministrazione stessa non dovrebbe aver problemi nel confrontarsi con le persone ed i soggetti portatori di idee contrastanti. Al contrario quando i consiglieri o i sindaci lavorano con il fine principale di assecondare un gruppo economico, magari anche mascherato dalla dicitura di cooperativa o di sociale, lo sguardo alla programmazione cittadina cade a con esso il confronto con gli amministrati.

Potrebbe essere un caso o forse no che prosegua ora scrivendo della vicenda asili nido della città di Torino. Partendo, naturalmente, dalle parole del sindaco secondo cui nelle sue attuali scelte non si troverebbe traccia  di privatizzazione, bensì della creazione di un sistema misto a vantaggio di tutti. Di tutti, afferma Fassino, ma il dettaglio di chi siano i vantaggiati non è chiaro.

La cosa certa è quella che riguarda una decina o forse più di nidi, i quali già da luglio passeranno sotto la gestione delle cooperative sociali. In seguito circa trecento precari, che sino ad ora sono stati fondamentali per la sostituzione dei tempi determinati ed il mantenimento del servizio, resteranno senza lavoro. A questi si aggiunge l’incertezza dei lavoratori fissi, altro pilastro fondamentale de servizio a favore dell’infanzia, che si troveranno con orari più lunghi, classi più numerose e sballottati da una sede all’altra.

Sorte simile toccherà ai bambini, destinati a cambiare maestri e vederli sostituiti da personale di cooperativa magari mal pagato e probabilmente con scarsa esperienza. Il comune non risparmierà, l’unica differenza sarà sulla busta paga dei lavoratori, ridotta a pochi Euro all’ora (4/5 Euro lordi). La Città dell’Infanzia rimarrà un amaro ricordo.

Il sistema misto non è un miglioramento e lo sanno i lavoratori della maggior parte delle cooperative sociali, ossia di quelle che di sociale hanno solo la denominazione, lo sanno i dirigenti amministrativi e lo sanno i cittadini a cui regolarmente viene negato il controllo di garanzia sui servizi appaltati. All’indomani dello scandalo dei cimiteri lo avevamo capito tutti, ma la memoria dei Torinesi è corta. Se i lavoratori del sociale fossero pagati il giusto (cosa che non sempre avviene) e non vi fosse il profitto che, in molti casi, va a vantaggio dei dirigenti della stessa, allora forse potremo sperare in qualcosa di meglio: speranza attualmente negata dalle non scelte istituzionali.

Oggi ci prepariamo ad assistere all’ennesimo spettacolo di sfruttamento del lavoro in uno scenario di dismissione del pubblico. L’assenza nei momenti di confronto sul tema asili e materne, come è avvenuto lunedì scorso, del sindaco (all’estero) e dell’assessore competente (per ragioni personali) lo dimostrano ampiamente.

Clientele e voti elettorali sembrano voler disegnare la finta programmazione politica delle nostre città, con buona pace di diritti, servizi ed informazione libera. Chiniamo la testa poiché ci stanno mettendo intorno al collo l’ennesimo cappio, rassicurandosi prima che non scalceremo neppure più una volta sospesi per aria.

 


IN RICORDO DI EROS RICOTTI. PARTIGIANO

23 Aprile 2012

[E’ molto difficile per me prendere parola oggi. E’ difficile per il carico di emozione che mi stringe la gola, è difficile per la rabbia di parlare qui di Eros e non poter invece parlare con lui su qualche piazza il giorno della Liberazione.]

Mi pare giusto citare Guevara, Eros apparteneva all’associazione Italia - Cuba, quando affermava che chi lotta per una vita intera è imprescindibile. La scelta di mettere la propria vita al servizio della collettività, della Libertà, della difesa dei diritti e dell’antifascismo ha caratterizzato l’esistenza di Eros. Una vita coerente in adesione ai principi che difendeva e spiegava, con infinita pazienza, a giovani e meno giovani.

Partigiano della primissima ora, Eros ha continuato la sua lotta per la Libertà anche dopo il 1945, aderendo prima al PCI e poi, sin dalla sua nascita, a Rifondazione Comunista. La sua presenza nel partito si è sempre contraddistinta da una militanza seria, umile e continua. Una militanza non dovuta al voler accaparrare una sedia, ma animata esclusivamente dal forte desiderio di portare davvero questa società ad approdare verso il Sole dell’Avvenire.

Non ha mai chiesto niente per se, niente per la sua famiglia, mettendo la sua tenacia a disposizione della cosa pubblica in maniera disinteressata e pura. Un esempio che va rimarcato più che mai oggi, ossia negli anni in cui il fare politica si unisce a vocaboli quali affari, clientelismo, narcisismo, interesse privato.

In Rifondazione Eros ha unito i temi politici con il territorio (il suo) facendosi interprete della voglia diffusa di partecipazione degli anni 70 sino a prendere parte attiva alla creazione dei primi comitati di quartiere ed, in seguito, a quella delle circoscrizioni cittadine.

La sua passione, la sua tenacia è così approdata anche nell’assemblea circoscrizionale dove ha intrapreso altre  nuove battaglie in difesa del territorio e dei valori della Resistenza.

Nel circolo di Santa Rita ha ricoperto il ruolo di tesoriere, ossia di colui che persegue la complessa via dell’autofinanziamento mettendo a disposizione dei militanti il proprio essere integerrimo e la sua autorevolezza. Ha curato la creazione e la redazione del periodico “Qualcosa di Sinistra”, ha sostenuto l’associazione Due Piazze e Rosa Luxemburg.

Eros ha sempre rappresentato la politica di chi ha ben presente cosa voglia dire conquistare la Democrazia con le armi in pugno. Eros ha avuto ben chiaro cosa voglia dire approdare alla Libertà e difenderla consegnandosi, per giungerci, al sacrificio ed alla sofferenza. La sua formazione politica non lo ha mai fatto cadere in ambiguità o personalismi, era un Uomo al servizio dell’idea, del popolo e di Torino.

Il ricordo che ho di lui lo lega alla cartella, in cui si trovava l’essenza delle mille iniziative che sempre aveva in corso, ed alla sua auto con cui percorreva per lungo e per largo il quartiere e la Città. Ma ancor più se penso ad Eros la prima immagine che mi viene in mente è il suo sguardo solare, il sorriso, il guardare sempre al futuro, il saper parlare ai giovani, il non legarsi a stereotipi o rigidità e cordate varie.

Eros era un animo libero, proprio come la sintesi della sua esistenza, impossibile da ingabbiare in retoriche di partito o di appartenenza. Non rinunciava mai a dire la sua, anche quando poteva essere scomodo farlo, animato da voglia di costruire, di dare nuova ninfa e nuova energia. Mai era animato da voglie distruttive o devastanti.

Non l’ho mai sentito fare ragionanti di comodo o convenienza. Molti direbbero che era radicale nelle sue affermazioni, ma in realtà era lucido ed attento a quanto capitava intorno a lui, maturando una coscienza critica orientata ad una rinascita della Sinistra e non certo avviata verso chissà quale reazione di rabbia. La sua indignazione sembrava alimentare la sua forza, dare efficacia ulteriore alle sue parole, avvicinarlo alle ragioni dei giovani. Con il passare degli anni faceva l’esatto opposto  di molti suoi coetanei: non si chiudeva in sé o nelle sue sofferenze (non l’abbiamo mai sentito una volta lamentarsi)  bensì lavorava per spiegare alle nuove generazioni il prezzo della Democrazia, per costruire il partito e per dare impulso al lavoro della Circoscrizione.

Instancabile, l’ho incontrato indaffarato e di corsa solo qualche settimana fa, è riuscito a portare a buon fine l’intitolazione di due vie adiacenti alla scuola Antonelli a partigiani (nel 2008 a Lanfranco ed i fratelli Carando) sostenendo le manifestazioni del 25 aprile negli anni.

[La sua dedizione alle idee, la sua visione di partito quale strumento per raggiungere obiettivi sociali, la sua cultura politica ha fatto si che si dimettesse dalla Circoscrizione, insieme  al compagno Garbin, per fare entrare me in quella sede: investendo così politicamente in un nuovo quadro da sostenere nell’ottica di modificare lo scenario politico in quartiere. Era costantemente pronto a farsi da parte a favore di un giovane da formare. ]

Con lui la battuta era pronta. Un compagno che anche con ironia volgeva il suo sguardo su quella realtà che Gramsci ci ha insegnato a tenere sempre sott’occhio.

Chi lotta per una vita è imprescindibile, chi consegna il suo insegnamento ad altri è imprescindibile. Eros oggi verrà via da qui con noi. Sarà con noi il 25 aprile, sarà con noi ogni volta che saremo colti da incertezza o quando staremo avviando nuove lotte.

Con il suo esempio ed i suoi insegnamenti Eros continuerà a sostenere la sua grande battaglia. Senza retorica, senza intolleranza, senza ipocrisia.

Grazie Eros. Ti abbracciamo compagno, ti siamo grati per quello che hai fatto e che continuerai a fare per un mondo libero e migliore!!


La memoria corta della Sinistra torinese favorisce l’opera dei Demolisti.

3 Aprile 2012

L’ubriacatura continua. Quel clima sociale e politico basato sulla faciloneria e sulle soluzioni di tutti i mali affidate alla negazione dei diritti personali, sembra non terminare mai sin dagli anni 80. La nostra città non solo non si scosta dal distruttivo atteggiamento tenuto dalla classe politica nazionale in questi anni, ma addirittura si pone all’avanguardia dei Demolisti grazie al ben avviato laboratorio di Distruzione della Sinistra  locale e non solo.

Quale esempio di quanto affermato basterebbe fare il riassunto della situazione privatizzazioni in capo alla Città, guardando contemporaneamente ad alcuni nomi che, a Sinistra, hanno caratterizzato il dibattito pre elettorale torinese: confronto orientato all’epoca sul nome da contrapporre al candidato sindaco indicato dall’uscente Chiamparino.

Ebbene nei mesi antecedenti all’inizio del confronto amministrativo, a Torino nacquero alcuni tavoli in cui la Sinistra cittadina si confrontava a tal fine e dove spiccavano alcuni nominativi di “compagni” che si autocandidavano quali unici rappresentanti della vera forza antagonista contrapposta alla compagine di potere del PD.

Tra i protagonisti della presunta Sinistra torinese spicca l’Assessore Pellerino, creatura  politico amministrativa pare voluta dal consigliere regionale PD  Placido,  approdata quindi in Sel poche settimane prima delle elezioni ed ora Assessore ai Servizi Educativi. Assessore oggi pronta a minacciare le dimissioni dalla giunta torinese, ma nelle settimane scorse praticamente apatica innanzi al piano di privatizzazione del servizio dell’istruzione pubblica a favore delle cooperative bianche.

Non dimentichiamo il giovane Passoni, ossia un ex comunista dal percorso politico vivace: area Rosso Ideale,  appoggiato nella raccolta firme per la candidatura alle primarie da un universo variegato tra cui un consigliere regionale ex prc, ex pdci, ex Uniti per Bresso ed ora del  Pd nonché molto “attento” ai voti di preferenza. L’assessore uscente della giunta Chiamparino è stato molto bravo nell’aderire ai tavoli della Torino “che non si piega” ed introdursi così di nuovo in giunta da cui non esprime alcun commento su quanto avviene prima e dopo la violazione del patto di stabilità (privatizzazioni comprese).

A cornice del tutto spicca Sel, ossia il cortile di casa del Pd e luogo di incontro delle varie correnti di cui sopra. Partito che nella fretta di trovare una soluzione salva assessore ha elaborato un piano interessante a salvaguardia delle lavoratrici precarie dei nidi, in odore di esternalizzazione, ma dimenticando la costruzione di un qualsiasi percorso politico che guardasse anche alle privatizzazioni medesime magari impedendole.

Nel caso nidi la frittata cucinata dai Demolisti è così pronta: asili esternalizzati  dando la colpa alle leggi nazionali ed europee, intanto va di moda, e spaccatura in due dei lavoratori. Da una parte i precari e dall’altra le maestre a tempo indeterminato fissi, soggetti con proposte diverse a difesa di occupazione e pubblico in un contesto di demolizione del servizio che avanza .

I Demolisti sono al traguardo della loro diabolica opera. Compresi quelli che stanno straziando la Sinistra salvo magari tra 4 anni rivederli per riproporsi quali nuovi salvatori degli ideali e, fatto che ancor più sconcerta, nel silenzio rispettoso di quel popolo progressista che ha la stessa memoria corta del popolo qualunquista di destra.


Hanno implotonato ed allineato non solo gli operai di Pomigliano, ma anche tutti i cittadini nonché molti organi di informazione.

16 Dicembre 2011

Nella pausa imposta al regime berlusconiano dalla finanza europea, il mondo dell’informazione sembra ritrovare una rinnovata omogeneità di intenti e notizie.

    I media ripropongono il mare piatto, l’olio fermo, ogni qualvolta ritraggono la società e l’economia italiana. Accantonato il Silvio nazionale sembra sia venuta meno la materia del contendere: non vi sono più pro e contro il Presidente del consiglio, ma solo apologeti dell’attuale sistema.

   Gli ultimi avvenimenti forniscono un quadro agghiacciante del modello di informazione a cui sembrano fare riferimento i mezzi di comunicazioni nostrani. Il pensiero unico torna a dominare la carta stampata e le televisioni non lasciando più spazio alle voci di dissenso, rubricate quali esternazioni dei soliti disturbatori di professione.

   Alcuni esempi di questi ultimi giorni sembrano non fare molto onore a quell’articolo 21 della Costituzione che protegge la libertà di stampa e di opinione, fornendo al contrario la certezza dei tanti filtri che avvolgono, e cancellano, quel che non si uniforma all’esistente.

   A prova di quanto affermato, tra le tante, le nuove accuse di violenza rivolte alla manifestazione No TAV dell’8 dicembre scorso: gli organi di stampa continuano, infatti, a vedere solo la rabbia di chi protesta senza nulla eccepire sulla violenza di uno Stato che, per costruire una linea ferroviaria, spende migliaia di Euro al giorno al fine di presidiare militarmente il cantiere privato ed avvia la costruzione, sul modello della Guerra Fredda o di quanto fatto in Israele ed Usa (sul confine del Messico), di un muro anti dissenso in cemento armato.

    Tante sono le pagine quotidianamente dedicate alla critica dei militanti in Valle Susa, giungendo a raggiungere lo sproposito se paragonate al vero delitto dell’anno, ossia l’assalto xenofobo al campo nomadi di Torino nord. Una vicenda oscena e che, per poco, poteva causare delle vittime tra i rom; una pagine nera per Torino nata da una manifestazione organizzata prima ancora di avere certezze in merito al presunto stupro, ad opera di non identificati zingari, poi smentito. Sulla base di notizie da verificare è stata organizzata la solita fiaccolata di alcuni cittadini che invocavano sicurezza dove spiccava, tra i pericolosi presupposti razzisti della manifestazione stessa, anche la segretaria provinciale del PD, nonché presidente della quinta circoscrizione: un fatto gravissimo quasi taciuto dalla Rai Piemonte e non solo.

    Infine mercoledì scorso quando lo sconforto ha dato una stretta al cuore mentre scorrevano sul Tg3 Piemonte le immagini della “sfilata” tra operai in tuta bianca nello stabilimento di Pomigliano. Il servizio giornalistico ha dato risalto ad una notizia extra regionale poiché inerente la magnanima FIAT ed alle paradossali, nonché a mio giudizio offensive, parole di Elkan ( tipo: si dimostra che al Sud c’è voglia di lavorare) e Marchionne (del genere: chi non è con noi è contro l’azienda) relegando la Fiom a ruolo di disturbatori fini a se stessi. Quelle immagini dei lavoratori implotonati ed allineati, nelle loro divise nuove, mi ha riportato alla mente le misure contro la devianza dei discoli attuate sul finire dell’Ottocento: epoca a cui facciamo ritorno solo per la repressione e non per le idee che, in quegli anni, iniziavano a cambiare davvero la Storia muovendo i loro primi passi.  

    Chiudo con il servizio delle Messa celebrata nell’androne di via Verdi per il Natale dei dipendenti Rai, come dire che il vero proprietario del servizio pubblico, l’Arcivescovado, benediceva in tal modo i suoi lavoratori: la cartina torna sole di come viene intesa, dalla direzione via Verdi, la libertà di stampa e l’obiettività. Spesso mi chiedo chi me lo ha fatto fare di contribuire a difendere la Rai in questi anni di attacchi da parte del Governo, poi ho trovato la risposta: quei lavoratori e giornalisti liberi ed in buona fede che non vanno lasciati soli a combattere spesso anche contro i loro responsabili amministrativi e di testata. Mi consolo solo nel non possedere la televisione e di scroccare qua e là immagini che, se fossero continue, non sarebbero per me sostenibili.

  


Carceri malate e sprechi che si sottraggono al divino spread: scelte in realtà lontane da qualsiasi Legge Divina.

16 Novembre 2011

Uno strano senso di impotenza mi ha colto ieri mentre svolgevo la visita istituzionale all’interno della casa di reclusione di Saluzzo. Il gruppo che ha condotto il sopralluogo carcerario, guidato dal consigliere regionale Artesio, è stato continuamente investito del problema riguardante la sanità penitenziaria. Il quadro che ne è emerso pare infatti al limite del collasso di sistema: la casa di detenzione, che attualmente ospita circa 400 detenuti, arriverà presto a raddoppiare la capienza mentre la logistica medico ospedaliera è insufficiente, già oggi, nel rispondere alle quotidiane richieste dei reclusi. Purtroppo non prevedendo migliorie nell’assistenza clinica, contestualmente alla duplicazione dei posti letto conseguente all’enorme ampliamento della struttura carceraria stessa, è facile immaginare cosa possa accadere nel prossimo futuro.      Poco possono fare la buona volontà del direttore e la presenza continua del medico nell’infermeria interna al carcere, poco può fare un’Asl al limite della propria capacità di pesa, poco può fare la pazienza di chi passa la giornata tra sbarre ed in spazi interni insufficienti al mantenimento di una minima dignità personale. In tale contesto passano addirittura in secondo piano problemi quali la consegna dei pacchi familiari ai detenuti, oggi in via di soluzione dopo un periodo difficile, e l’assenza di una possibilità di istruzione per i condannati dell’alta sorveglianza di Saluzzo.    

  Mancano soldi, manca la presenza del territorio, manca l’appoggio ai volontari ed agli educatori che si occupano di carcere, manca la superficie ed i servizi destinati ai prigionieri. I coraggiosi tentativi di avvio al lavoro di chi è ospitato in Saluzzo, come in altri luoghi di reclusione, deve fare continuamente i conti con la regolare assenza di fondi pubblici a questo destinati ed, ancora una volta, tutto si appoggia così sulla tenacia di operatori, cooperative, direttori e detenuti medesimi.     

Eppure i soldi ci sarebbero. Basta dare una lettura ai giornali di questi ultimi giorni per averne la conferma. Non parlo dei soliti argomenti, seppur legittimi, delle indennità spettanti a parlamentari e consiglieri, ma di quanto viene sprecato nel finanziare attività inutili o per lo meno superflue. In questo istante molti penseranno alla Tav, invece voglio andare altro al simbolo dello sperpero per eccellenza fissandomi su due temi: l’esercito italiano e le regalie contenute nell’ultima manovra.     

 Il sistema militare, scrive La Repubblica di venerdì 11 novembre, raggiunge un impegno di bilancio  vicino ai 27 miliardi di Euro, a cui si aggiungono le spese a questa indirizzate dal Ministero dello Sviluppo economico. Sono 12.000 i soldati impegnati in missioni all’estero, mentre l’organico totale si compone di 190.000 persone di cui 98.000 sono gli ufficiali. 15 milioni di Euro sono stati destinati alla superflua mini naja, le alte cariche con le stellette costano 3 milioni poiché alloggiate in abitazioni che arrivano sino a 600 metri quadri per famiglia. Non mancano indennità ricche e Maserati destinate agli alti ufficiali, che si addizionano ai 15 miliardi previsti per l’acquisto di 131 caccia F-35. In realtà sommando tutte le voci di spesa inerenti l’Esercito si arriva, afferma sempre il quotidiano La Repubblica, a circa 45 Miliardi di Euro: almeno un paio di manovre.    

 Infine, come veniva accennato, non va dimenticato quanto regalato dall’ultima incredibile legge di manovra finanziaria. Questa infatti ha previsto circa 150 milioni per attività legate ai territori dei singoli parlamentari, una norma definita dal giornalista Roberto Petrini  “Legge Mancia”, e 3 milioni al fine di pagare il servizio di cronaca parlamentare svolto da Radio Radicale.    

 Insomma quando si vuole i soldi spuntano senza pensare troppo a spread e speculazioni di borsa. Ordini conseguenti a volontà che piovono dall’alto impongono di continuo sacrifici ai comuni mortali. Non si guarda al taglio dei vagoni letto per i pendolari, non si sentono le grida d’allarme che giungono da welfare ed istruzione. Solo favori e clientele sembrano nascere da molte scelte politiche intanto che i mercati, in base a leggi tuttaltro che divine, regolano le nostre sofferenze umane. 


Insultato da un passante vado fiero delle mie idee. Quanti possono dire lo stesso?

6 Novembre 2011

 In questi giorni difficili per (quasi) tutti è davvero difficile non essere colti da una profonda stanchezza interiore leggendo le dichiarazioni rilasciate da chi amministra il nostro Stato, ma anche gli enti  locali.    Non solo deprimono le agenzie stampa che riportano le affermazioni poco rassicuranti provenienti dal Presidente del Consiglio, in cui si indica nei ristoranti pieni la prova dell’assenza di crisi in Italia, ma danneggiano la speranza per una politica migliore anche le recentissime affermazioni rilasciate dall’assessore torinese Pellerino, in occasione del dibattito in commissione inerente i precari dei nidi cittadini. 

   L’assessore in quota SeL ammette che non vorrebbe essere nei panni dei precari, neppure di un assessore quale è lei, limitando alla prospettiva di una deroga al patto di stabilità l’unica possibilità positiva al dramma dei precari: insomma l’ammissione che non vi è soluzione alcuna.    

Per quanto concerne il non volere l’assessore indossare gli abiti di un assessore la soluzione sembra facile e si chiama “dimissioni”, che giunti a questo punto auspicherei al più presto evitando pure gravi sdoppiamenti di personalità, mentre per garantire ai nidi di poter usufruire della professionalità in capo ai precari occorrerebbe solo reperire risorse evitando gli sprechi a cui siamo da tempo abituati.   

Invitare i precari ad affidarsi all’imprenditoria sociale, come è stato detto in sede comunale, pare davvero un paradosso quasi offensivo sia nei loro confronti che in coloro che ancora credono che la giunta Fassino possa definirsi di Sinistra.    

Oggi pomeriggio un passante, con gli occhi pericolosamente sgranati, incrociandomi ha gridato con violenza “Comunista di merda”: alla luce di quanto viene compiuto da chi si definisce di Sinistra, e da chi invece è dichiaratamente berlusconiano, mi tengo l’insulto e ne faccio preziosa medaglia da appuntarmi al petto.   


Commento breve a “Fassino non crede ai beni comuni, e la giunta di Torino cede ai privati.”- di Maurizio Pagliassotti.

9 Ottobre 2011

Su Liberazione del 9 ottobre 2011, Maurizio Pagliassotti bene descrive il quadro torinese all’indomani della sconfitta, nostra, di maggio. A neppure un trimestre dall’insediamento dell giunta Fassino, il neo sindaco alllunga la sua affusolata ombra sulla Città costruendo, nel grigiume più assoluto, il futuro non dei cittadini, ma di chi ritiene appetitosi alcuni beni per ora comunali (ossia di tutti quanto noi torinesi).

Gli asili nido sembrano prepararsi all’affidamento esterno, mentre le aziende che gestiscono i beni comuni si apprestano ad essere alienta ai soliti del salotto buono pedemontano.

Ricchi affari si profilano all’orizzonte, consegnando al cartello della Sinistra una magra consolazione: avevamo ragione, ancora una volta, NOI!


Le Poste Italiane come Las Vegas.

7 Ottobre 2011

     Recandosi alla sede centrale della Posta, in via Alfieri, si viene colti da disorientamento e stupore. Certi di varcare il portone del palazzo postale per pagare bollette, inviare pacchi e raccomandate, compilare vaglia, ci si trova invece, messo piede al di là della soglia, in una sorta di casa da gioco modello Las Vegas.   

L’occhio del cittadino che accede agli sportelli postali con il modulo in mano, e magari dalla mente già angosciata dal dover essere in procinto di pagare utenze e multe, cade subito su un coloratissimo distributore automatico di “Gratta e Vinci” posto nell’atrio di attesa agli sportelli, in adiacenza dell’ingresso, per poi potersi posare, l’occhio medesimo, su tutti gli sportelli stessi dotati, in bella vista, di ampi inviti al gioco del Monopolio statale.    

Non solo. All’atto dello svolgimento della propria pratica, l’impiegato, che non ha colpa se non quella di dover ubbidire ai superiori, suggerisce gentilmente l’acquisto di un biglietto “Gratta e Vinci” al fine di tentare la fortuna.    

Sinceramente tutto il meccanismo sembra incentrato su creare la tentazione del gioco verso persone che, in gran parte, fanno spesso fatica a mettere insieme i soldi per saldare le fatture per cui si trovano in Posta.     

In un Paese che la morale su mille cose, trovo strano da non moralista quale sono, che venga permesso un uso di tal genere degli uffici postali nazionali. Si direbbe, questo elemento, frutto di un moralismo a senso alternato: spietato con chi ammette di aver occasionalmente fatto uso di sostanze stupefacenti, ricordo la vicenda del cantante Morgan a cui venne negata la presenza a San Remo, ma estremamente tollerante su chi stimola la dipendenza al gioco d’azzardo. Anzi lo Stato stesso, e gli enti di cui è parte, sembra diventare fautore di un vizio che ha regalato fortune a pochi e drammi ai più.   

Come spiegare tali pesanti contraddizioni?  


Ma dove stà Zazà: al di qua o al di là dei nuovi confini sul Po?

19 Settembre 2011

   Scrivere oggi del comizio tenuto ieri da Bossi, il leader indiscusso della Lega Nord, è atto certamente banale che rischia di confondersi tra le mille cose già dette nelle ore successive al raduno leghista.

   Tacere in merito, però, rischia di avvalorare la strada intrapresa da pochi, nel nome di tutti. La secessione di una nazione, infatti, non credo possa essere decisa da qualche centinaia di persone, pur indossando questi sulla testa l’elmo celtico.

   La mia premessa, naturalmente, è molto distante dalla necessità di spaccare il Paese, unito con tanta fatica 150 anni fa, ma vuole evidenziare il paradosso del paradosso: pochi sembrano voler decidere il destino di tutti, una minoranza desidera dettar legge ai più. Un paradosso minimo rispetto ad altri che sembrano scaturiti da un romanzo di fantapolitica, più che alla realtà di uno stato moderno.

   Tra questi il fatto che a proclamare, gridandolo, la secessione dell’Italia sia un Ministro della Repubblica stessa, e che al rilascio di questa grave dichiarazione non seguano atti normali, tipo la richiesta di sue dimissioni da parte dello stesso Presidente del Consiglio dei Ministri, che evidentemente annovera tra i suoi collaboratori un potenziale nemico dello Stato. Dimissioni, infatti, che richiederebbe immediatamente un Presidente leale verso il Paese: un atto che invece mai compirebbe chi ha, come missione istituzionale, il mantenere la poltrona al sol fine di evitare le conseguenze derivanti da innumerevoli processi aperti a proprio carico.

   Inoltre nell’attimo in cui la politica criminalizza il movimento No Tav, tramite il Ministro leghista Maroni che con esplicite parole indica sovente in esso le radici di un complotto eversivo, un importante componente del Governo, nonché leader dello stesso partito di Maroni, attenta all’unità d’Italia: fattispecie di reato che, se ricordo bene, prevede l’applicazione di pene severe tra cui l’ergastolo.

   Naturalmente, ancora una volta, l’attenzione dell’apparato giudiziario si concentra su quanto avviene a Chiomonte, ignorando i fatti ben più gravi avvenuti a Venezia ieri. Tra l’altro la “Libera Repubblica della Maddalena” potrebbe scaturire addirittura le simpatie da parte dei dirigenti della Lega Nord, se considerata come prima progenie della divisione italica, ma evidentemente il vocabolo “libera”, in essa contenuto, è di ostacolo al far sorgere nei leghisti feeling nei suoi confronti.

   Quale repubblica emergerebbe dall’attuazione in fatti delle enunciazioni di Bossi, se non uno stato a sua volta frammentato ed in cui gran parte dei suoi cittadini (o sudditi vista la repentina nomina a successore di Bossi fatta calare sul “Trota” dallo stesso senatur) non si riconoscerebbero assolutamente. Chissà quanti “padani”, per regia volontà altrui, lavorerebbe alla secessione della secessione il giorno in cui scoprissero di vivere sotto il regno di Bossi: il ritorno ai ducati sarebbe così dietro all’angolo.

   Per chi immagina un mondo senza confini fatto di uguaglianza, e costituito da cittadini liberi, il momento è davvero complesso. L’unica speranza risiede nei comuni, nella loro lungimiranza nel non mettere, già da subito, confini e controlli tra un loro quartiere e l’altro: cosa utile al fine di istituire un futuro “palio” della città, ma certamente deleterio per i rapporti umani e sociali nell’immediato.

 


Bad Behavior has blocked 54 access attempts in the last 7 days.