Hanno implotonato ed allineato non solo gli operai di Pomigliano, ma anche tutti i cittadini nonché molti organi di informazione.

16 Dicembre 2011

Nella pausa imposta al regime berlusconiano dalla finanza europea, il mondo dell’informazione sembra ritrovare una rinnovata omogeneità di intenti e notizie.

    I media ripropongono il mare piatto, l’olio fermo, ogni qualvolta ritraggono la società e l’economia italiana. Accantonato il Silvio nazionale sembra sia venuta meno la materia del contendere: non vi sono più pro e contro il Presidente del consiglio, ma solo apologeti dell’attuale sistema.

   Gli ultimi avvenimenti forniscono un quadro agghiacciante del modello di informazione a cui sembrano fare riferimento i mezzi di comunicazioni nostrani. Il pensiero unico torna a dominare la carta stampata e le televisioni non lasciando più spazio alle voci di dissenso, rubricate quali esternazioni dei soliti disturbatori di professione.

   Alcuni esempi di questi ultimi giorni sembrano non fare molto onore a quell’articolo 21 della Costituzione che protegge la libertà di stampa e di opinione, fornendo al contrario la certezza dei tanti filtri che avvolgono, e cancellano, quel che non si uniforma all’esistente.

   A prova di quanto affermato, tra le tante, le nuove accuse di violenza rivolte alla manifestazione No TAV dell’8 dicembre scorso: gli organi di stampa continuano, infatti, a vedere solo la rabbia di chi protesta senza nulla eccepire sulla violenza di uno Stato che, per costruire una linea ferroviaria, spende migliaia di Euro al giorno al fine di presidiare militarmente il cantiere privato ed avvia la costruzione, sul modello della Guerra Fredda o di quanto fatto in Israele ed Usa (sul confine del Messico), di un muro anti dissenso in cemento armato.

    Tante sono le pagine quotidianamente dedicate alla critica dei militanti in Valle Susa, giungendo a raggiungere lo sproposito se paragonate al vero delitto dell’anno, ossia l’assalto xenofobo al campo nomadi di Torino nord. Una vicenda oscena e che, per poco, poteva causare delle vittime tra i rom; una pagine nera per Torino nata da una manifestazione organizzata prima ancora di avere certezze in merito al presunto stupro, ad opera di non identificati zingari, poi smentito. Sulla base di notizie da verificare è stata organizzata la solita fiaccolata di alcuni cittadini che invocavano sicurezza dove spiccava, tra i pericolosi presupposti razzisti della manifestazione stessa, anche la segretaria provinciale del PD, nonché presidente della quinta circoscrizione: un fatto gravissimo quasi taciuto dalla Rai Piemonte e non solo.

    Infine mercoledì scorso quando lo sconforto ha dato una stretta al cuore mentre scorrevano sul Tg3 Piemonte le immagini della “sfilata” tra operai in tuta bianca nello stabilimento di Pomigliano. Il servizio giornalistico ha dato risalto ad una notizia extra regionale poiché inerente la magnanima FIAT ed alle paradossali, nonché a mio giudizio offensive, parole di Elkan ( tipo: si dimostra che al Sud c’è voglia di lavorare) e Marchionne (del genere: chi non è con noi è contro l’azienda) relegando la Fiom a ruolo di disturbatori fini a se stessi. Quelle immagini dei lavoratori implotonati ed allineati, nelle loro divise nuove, mi ha riportato alla mente le misure contro la devianza dei discoli attuate sul finire dell’Ottocento: epoca a cui facciamo ritorno solo per la repressione e non per le idee che, in quegli anni, iniziavano a cambiare davvero la Storia muovendo i loro primi passi.  

    Chiudo con il servizio delle Messa celebrata nell’androne di via Verdi per il Natale dei dipendenti Rai, come dire che il vero proprietario del servizio pubblico, l’Arcivescovado, benediceva in tal modo i suoi lavoratori: la cartina torna sole di come viene intesa, dalla direzione via Verdi, la libertà di stampa e l’obiettività. Spesso mi chiedo chi me lo ha fatto fare di contribuire a difendere la Rai in questi anni di attacchi da parte del Governo, poi ho trovato la risposta: quei lavoratori e giornalisti liberi ed in buona fede che non vanno lasciati soli a combattere spesso anche contro i loro responsabili amministrativi e di testata. Mi consolo solo nel non possedere la televisione e di scroccare qua e là immagini che, se fossero continue, non sarebbero per me sostenibili.

  


Carceri malate e sprechi che si sottraggono al divino spread: scelte in realtà lontane da qualsiasi Legge Divina.

16 Novembre 2011

Uno strano senso di impotenza mi ha colto ieri mentre svolgevo la visita istituzionale all’interno della casa di reclusione di Saluzzo. Il gruppo che ha condotto il sopralluogo carcerario, guidato dal consigliere regionale Artesio, è stato continuamente investito del problema riguardante la sanità penitenziaria. Il quadro che ne è emerso pare infatti al limite del collasso di sistema: la casa di detenzione, che attualmente ospita circa 400 detenuti, arriverà presto a raddoppiare la capienza mentre la logistica medico ospedaliera è insufficiente, già oggi, nel rispondere alle quotidiane richieste dei reclusi. Purtroppo non prevedendo migliorie nell’assistenza clinica, contestualmente alla duplicazione dei posti letto conseguente all’enorme ampliamento della struttura carceraria stessa, è facile immaginare cosa possa accadere nel prossimo futuro.      Poco possono fare la buona volontà del direttore e la presenza continua del medico nell’infermeria interna al carcere, poco può fare un’Asl al limite della propria capacità di pesa, poco può fare la pazienza di chi passa la giornata tra sbarre ed in spazi interni insufficienti al mantenimento di una minima dignità personale. In tale contesto passano addirittura in secondo piano problemi quali la consegna dei pacchi familiari ai detenuti, oggi in via di soluzione dopo un periodo difficile, e l’assenza di una possibilità di istruzione per i condannati dell’alta sorveglianza di Saluzzo.    

  Mancano soldi, manca la presenza del territorio, manca l’appoggio ai volontari ed agli educatori che si occupano di carcere, manca la superficie ed i servizi destinati ai prigionieri. I coraggiosi tentativi di avvio al lavoro di chi è ospitato in Saluzzo, come in altri luoghi di reclusione, deve fare continuamente i conti con la regolare assenza di fondi pubblici a questo destinati ed, ancora una volta, tutto si appoggia così sulla tenacia di operatori, cooperative, direttori e detenuti medesimi.     

Eppure i soldi ci sarebbero. Basta dare una lettura ai giornali di questi ultimi giorni per averne la conferma. Non parlo dei soliti argomenti, seppur legittimi, delle indennità spettanti a parlamentari e consiglieri, ma di quanto viene sprecato nel finanziare attività inutili o per lo meno superflue. In questo istante molti penseranno alla Tav, invece voglio andare altro al simbolo dello sperpero per eccellenza fissandomi su due temi: l’esercito italiano e le regalie contenute nell’ultima manovra.     

 Il sistema militare, scrive La Repubblica di venerdì 11 novembre, raggiunge un impegno di bilancio  vicino ai 27 miliardi di Euro, a cui si aggiungono le spese a questa indirizzate dal Ministero dello Sviluppo economico. Sono 12.000 i soldati impegnati in missioni all’estero, mentre l’organico totale si compone di 190.000 persone di cui 98.000 sono gli ufficiali. 15 milioni di Euro sono stati destinati alla superflua mini naja, le alte cariche con le stellette costano 3 milioni poiché alloggiate in abitazioni che arrivano sino a 600 metri quadri per famiglia. Non mancano indennità ricche e Maserati destinate agli alti ufficiali, che si addizionano ai 15 miliardi previsti per l’acquisto di 131 caccia F-35. In realtà sommando tutte le voci di spesa inerenti l’Esercito si arriva, afferma sempre il quotidiano La Repubblica, a circa 45 Miliardi di Euro: almeno un paio di manovre.    

 Infine, come veniva accennato, non va dimenticato quanto regalato dall’ultima incredibile legge di manovra finanziaria. Questa infatti ha previsto circa 150 milioni per attività legate ai territori dei singoli parlamentari, una norma definita dal giornalista Roberto Petrini  “Legge Mancia”, e 3 milioni al fine di pagare il servizio di cronaca parlamentare svolto da Radio Radicale.    

 Insomma quando si vuole i soldi spuntano senza pensare troppo a spread e speculazioni di borsa. Ordini conseguenti a volontà che piovono dall’alto impongono di continuo sacrifici ai comuni mortali. Non si guarda al taglio dei vagoni letto per i pendolari, non si sentono le grida d’allarme che giungono da welfare ed istruzione. Solo favori e clientele sembrano nascere da molte scelte politiche intanto che i mercati, in base a leggi tuttaltro che divine, regolano le nostre sofferenze umane. 


Insultato da un passante vado fiero delle mie idee. Quanti possono dire lo stesso?

6 Novembre 2011

 In questi giorni difficili per (quasi) tutti è davvero difficile non essere colti da una profonda stanchezza interiore leggendo le dichiarazioni rilasciate da chi amministra il nostro Stato, ma anche gli enti  locali.    Non solo deprimono le agenzie stampa che riportano le affermazioni poco rassicuranti provenienti dal Presidente del Consiglio, in cui si indica nei ristoranti pieni la prova dell’assenza di crisi in Italia, ma danneggiano la speranza per una politica migliore anche le recentissime affermazioni rilasciate dall’assessore torinese Pellerino, in occasione del dibattito in commissione inerente i precari dei nidi cittadini. 

   L’assessore in quota SeL ammette che non vorrebbe essere nei panni dei precari, neppure di un assessore quale è lei, limitando alla prospettiva di una deroga al patto di stabilità l’unica possibilità positiva al dramma dei precari: insomma l’ammissione che non vi è soluzione alcuna.    

Per quanto concerne il non volere l’assessore indossare gli abiti di un assessore la soluzione sembra facile e si chiama “dimissioni”, che giunti a questo punto auspicherei al più presto evitando pure gravi sdoppiamenti di personalità, mentre per garantire ai nidi di poter usufruire della professionalità in capo ai precari occorrerebbe solo reperire risorse evitando gli sprechi a cui siamo da tempo abituati.   

Invitare i precari ad affidarsi all’imprenditoria sociale, come è stato detto in sede comunale, pare davvero un paradosso quasi offensivo sia nei loro confronti che in coloro che ancora credono che la giunta Fassino possa definirsi di Sinistra.    

Oggi pomeriggio un passante, con gli occhi pericolosamente sgranati, incrociandomi ha gridato con violenza “Comunista di merda”: alla luce di quanto viene compiuto da chi si definisce di Sinistra, e da chi invece è dichiaratamente berlusconiano, mi tengo l’insulto e ne faccio preziosa medaglia da appuntarmi al petto.   


Commento breve a “Fassino non crede ai beni comuni, e la giunta di Torino cede ai privati.”- di Maurizio Pagliassotti.

9 Ottobre 2011

Su Liberazione del 9 ottobre 2011, Maurizio Pagliassotti bene descrive il quadro torinese all’indomani della sconfitta, nostra, di maggio. A neppure un trimestre dall’insediamento dell giunta Fassino, il neo sindaco alllunga la sua affusolata ombra sulla Città costruendo, nel grigiume più assoluto, il futuro non dei cittadini, ma di chi ritiene appetitosi alcuni beni per ora comunali (ossia di tutti quanto noi torinesi).

Gli asili nido sembrano prepararsi all’affidamento esterno, mentre le aziende che gestiscono i beni comuni si apprestano ad essere alienta ai soliti del salotto buono pedemontano.

Ricchi affari si profilano all’orizzonte, consegnando al cartello della Sinistra una magra consolazione: avevamo ragione, ancora una volta, NOI!


Le Poste Italiane come Las Vegas.

7 Ottobre 2011

     Recandosi alla sede centrale della Posta, in via Alfieri, si viene colti da disorientamento e stupore. Certi di varcare il portone del palazzo postale per pagare bollette, inviare pacchi e raccomandate, compilare vaglia, ci si trova invece, messo piede al di là della soglia, in una sorta di casa da gioco modello Las Vegas.   

L’occhio del cittadino che accede agli sportelli postali con il modulo in mano, e magari dalla mente già angosciata dal dover essere in procinto di pagare utenze e multe, cade subito su un coloratissimo distributore automatico di “Gratta e Vinci” posto nell’atrio di attesa agli sportelli, in adiacenza dell’ingresso, per poi potersi posare, l’occhio medesimo, su tutti gli sportelli stessi dotati, in bella vista, di ampi inviti al gioco del Monopolio statale.    

Non solo. All’atto dello svolgimento della propria pratica, l’impiegato, che non ha colpa se non quella di dover ubbidire ai superiori, suggerisce gentilmente l’acquisto di un biglietto “Gratta e Vinci” al fine di tentare la fortuna.    

Sinceramente tutto il meccanismo sembra incentrato su creare la tentazione del gioco verso persone che, in gran parte, fanno spesso fatica a mettere insieme i soldi per saldare le fatture per cui si trovano in Posta.     

In un Paese che la morale su mille cose, trovo strano da non moralista quale sono, che venga permesso un uso di tal genere degli uffici postali nazionali. Si direbbe, questo elemento, frutto di un moralismo a senso alternato: spietato con chi ammette di aver occasionalmente fatto uso di sostanze stupefacenti, ricordo la vicenda del cantante Morgan a cui venne negata la presenza a San Remo, ma estremamente tollerante su chi stimola la dipendenza al gioco d’azzardo. Anzi lo Stato stesso, e gli enti di cui è parte, sembra diventare fautore di un vizio che ha regalato fortune a pochi e drammi ai più.   

Come spiegare tali pesanti contraddizioni?  


Ma dove stà Zazà: al di qua o al di là dei nuovi confini sul Po?

19 Settembre 2011

   Scrivere oggi del comizio tenuto ieri da Bossi, il leader indiscusso della Lega Nord, è atto certamente banale che rischia di confondersi tra le mille cose già dette nelle ore successive al raduno leghista.

   Tacere in merito, però, rischia di avvalorare la strada intrapresa da pochi, nel nome di tutti. La secessione di una nazione, infatti, non credo possa essere decisa da qualche centinaia di persone, pur indossando questi sulla testa l’elmo celtico.

   La mia premessa, naturalmente, è molto distante dalla necessità di spaccare il Paese, unito con tanta fatica 150 anni fa, ma vuole evidenziare il paradosso del paradosso: pochi sembrano voler decidere il destino di tutti, una minoranza desidera dettar legge ai più. Un paradosso minimo rispetto ad altri che sembrano scaturiti da un romanzo di fantapolitica, più che alla realtà di uno stato moderno.

   Tra questi il fatto che a proclamare, gridandolo, la secessione dell’Italia sia un Ministro della Repubblica stessa, e che al rilascio di questa grave dichiarazione non seguano atti normali, tipo la richiesta di sue dimissioni da parte dello stesso Presidente del Consiglio dei Ministri, che evidentemente annovera tra i suoi collaboratori un potenziale nemico dello Stato. Dimissioni, infatti, che richiederebbe immediatamente un Presidente leale verso il Paese: un atto che invece mai compirebbe chi ha, come missione istituzionale, il mantenere la poltrona al sol fine di evitare le conseguenze derivanti da innumerevoli processi aperti a proprio carico.

   Inoltre nell’attimo in cui la politica criminalizza il movimento No Tav, tramite il Ministro leghista Maroni che con esplicite parole indica sovente in esso le radici di un complotto eversivo, un importante componente del Governo, nonché leader dello stesso partito di Maroni, attenta all’unità d’Italia: fattispecie di reato che, se ricordo bene, prevede l’applicazione di pene severe tra cui l’ergastolo.

   Naturalmente, ancora una volta, l’attenzione dell’apparato giudiziario si concentra su quanto avviene a Chiomonte, ignorando i fatti ben più gravi avvenuti a Venezia ieri. Tra l’altro la “Libera Repubblica della Maddalena” potrebbe scaturire addirittura le simpatie da parte dei dirigenti della Lega Nord, se considerata come prima progenie della divisione italica, ma evidentemente il vocabolo “libera”, in essa contenuto, è di ostacolo al far sorgere nei leghisti feeling nei suoi confronti.

   Quale repubblica emergerebbe dall’attuazione in fatti delle enunciazioni di Bossi, se non uno stato a sua volta frammentato ed in cui gran parte dei suoi cittadini (o sudditi vista la repentina nomina a successore di Bossi fatta calare sul “Trota” dallo stesso senatur) non si riconoscerebbero assolutamente. Chissà quanti “padani”, per regia volontà altrui, lavorerebbe alla secessione della secessione il giorno in cui scoprissero di vivere sotto il regno di Bossi: il ritorno ai ducati sarebbe così dietro all’angolo.

   Per chi immagina un mondo senza confini fatto di uguaglianza, e costituito da cittadini liberi, il momento è davvero complesso. L’unica speranza risiede nei comuni, nella loro lungimiranza nel non mettere, già da subito, confini e controlli tra un loro quartiere e l’altro: cosa utile al fine di istituire un futuro “palio” della città, ma certamente deleterio per i rapporti umani e sociali nell’immediato.

 


Tagli di nastri e tagli di posti di lavoro: ecco in nuovo Comune di Fassino!

12 Settembre 2011

Il “nuovo” comune di Torino si è avviato. La macchina politica, eletta a maggio, ha preso il controllo dell’apparato amministrativo e, passata la pausa estiva, si prepara a prendere in mano la vita della città insieme a quella dei torinesi.

   I primi atti sono già visibili, e consegnano a noi tutti la speranza in un mondo davvero migliore: un mondo pieno di soddisfazioni e speranze per il futuro.

   L’atto più significativo portato a compimento dal neo sindaco Fassino, giovane torinese dalle grandi attese, è stato il taglio del nastro al nuovo “negozio” Eataly di via Lagrange. Trattasi di un’attività commerciale redditizia, gestita dal figlio di Oscar Farinetti (il fondatore del gruppo Eataly), che ha aperto i battenti in agosto, rilevando i locali appartenuti alla defunta azienda Vagnino, di cui non sappiamo che fine abbiano fatto i dipendenti.

   Naturalmente ci aspettiamo che il primo cittadino torinese d’ora in vanti si rechi a tutte le aperture di punti commerciali, con tanto di fascia tricolore, per consegnare alle inaugurazioni momenti ufficiali come quelli regalati ad Eataly.  Qualcuno potrebbe pensare malignamente che la presenza di Fassino in via Lagrange fosse dovuta, guarda caso, all’amicizia politica che lega il mondo slow food al PD piemontese, l’Università di Pollenzio è stata ampiamente finanziata dalla giunta regionale Bresso ed anche da quella Ghigo, ma credo che questo vada smentito: siamo infatti certi che il Sindaco presiederà anche alla prossima inaugurazione della Kebaberia della società Mohamed- Romanuscu, situata in Torino Nord.

   Oltre al doveroso atto concesso ad Eataly, la nuova giunta ha preparato anche un ghiotto pacchetto al sistema educativo per l’infanzia del capoluogo piemontese. L’assessore ai Servizi Educativi, forse a sua stessa insaputa, ha allestito un piano che prevede il rientro negli asili nido di quei dipendenti oramai da tempo destinati ad altre mansioni in città. Un piano che esclude automaticamente circa 150 precari dalla possibilità di avere un posto di lavoro in comune, gli stessi che in passato avevano letteralmente salvato i servizi all’infanzia, ed al contempo farebbe risparmiare una manciatina di Euro alle casse di piazza Palazzo di Città 1. Questa illuminata scelta alimenterà ancora un po’ il numero di disoccupati in questa “ricca” città, e contemporaneamente aiuterà a fornire un pessimo servizio all’infanzia stessa.

   Tagliare i servizi per non ridurre i fondi destinati ad amici e sostenitori, qualcuno potrebbe dire indicando il clientelismo quale causa di tanto dissesto finanziario pubblico, ma all’assessore stesso pare che la cosa non interessi. Chi si è recato all’Anatra Zoppa giovedì sera ha potuto osservare un responsabile politico ai servizi educativi, targato Sinistra e Libertà, nel pallone più completo: apparentemente non consapevole di quanto accadeva ed insensibile alle vicende dei precari li presenti; incapace nel dare una risposta convincente a quei giovani che chiedevano spiegazioni in merito. E’ incredibile come alcuni ruoli di potere consegnino sin da subito, all’indomani del termine della campagna elettorale, un’arroganza che colloca gli assessori sul Monte Olimpo: mentre i cittadini sono costretti a porgere loro omaggio, quali umili questuanti.

   La stizza che ha colto l’assessore durante il dibattito, in seno alla festa del suo partito, si è espressa più volte tramite gesti ed espressioni inequivocabili: neppure Chiamparino nei primi mesi del suo mandato avrebbe reagito così alle domande del pubblico, seppur critico. L’unico concetto chiaramente emerso, dalle sue parole, era quello che la politica non poteva fare nulla in merito, poiché decideva tutto l’amministrazione burocratica.

   Settemila elettori hanno sognato una Torino a misura d’uomo e per la collettività, ma ha vinto, ancora una volta, il grigio torbido. Gli effetti, di tale vittoria, si stanno rilevando con tutto il loro potere nefasto.

    


Una classe politica tra clientelismo ed incapacità: dimezzarla o ridurne favori e clientele?

20 Agosto 2011

Dimezzare la Democrazia o tagliare i favori alla classe politica? 

   Il coro univoco con cui si grida al dimezzamento dei deputati è, a dir poco, allarmante. La classe di potere, la classe politica, sceglie di dimezzarsi anziché rinunciare ad indennità e favori di varia natura. La proposta sembra una pericolosa conservazione dello status quo, del sistema corporativistico che agisce fingendo di cambiare tutto per, in realtà, non cambiare nulla.

   Allarmante poiché dimezzare i deputati, per tanto disonorevoli che molti di essi siano, significa innalzare la percentuale di quorum per la rappresentanza democratica. Insomma per la cosiddetta “delega democratica” cadono le speranze per il singolo cittadino per essere rappresentato in Parlamento.

   I redattori della Carta costituzionale, negli anni in cui la popolazione italiana era minore, avevano previsto circa novecento tra deputati e senatori, in un rapporto che oggi possiamo sintetizzare in questo modo: gli italiani aventi diritto al voto nell’ultimo Referendum sono stati 49.669.456, cifra che va divisa con il numero attuale dei parlamentari (ossia 630 deputati più 315 senatori) per giungere a 52.560 voti per esprimere un eletto. Questo significa che ad oggi lo sbarramento naturale è molto basso.

   I deputati percepiscono un’indennità mensile pari a 5.486 Euro, a cui si aggiungono 4.000 Euro di diaria e 4.190 Euro sempre mensili per i rapporti con gli elettori. In tutto quindi i singolo parlamentare percepisce circa 13.676 a cui si sommano circa 3.000 Euro all’anno per le spese telefoniche.

   La cifra globale approssimativa di spesa per le casse pubbliche, al mese, si aggira sui 12.923.820, mentre nel caso di dimezzamento degli stessi si spenderebbero 6.461.910, ma occorrerebbero 105.680 voti per eleggere un rappresentante. Inutile dire che in questo modo si innalzano quorum, e si restringe, al contempo la democrazia: i partiti già schiacciati dal sistema maggioritario sparirebbero del tutto lasciando l’agire politico ai soli PD e PDL , uniti nel progetto di riduzione. Siamo di fronte ad un metodo legale per annientare la “concorrenza politica”, ossia in parole povere un golpe.

   Se al contrario si portasse l’indennità a 4.000 Euro al mese tutto compreso, cifra ben più alta di uno stipendio medio in Italia, si spenderebbero 3.780.000 Euro tagliando la spesa di 9.143.820, ossia tre milioni in più di risparmio rispetto al gridato dimezzamento democratico.

   Certamente si vorrebbe anche una classe dirigente politica più incline e sensibile all’interesse comune e meno al proprio interesse, in tal modo si eliminerebbe il fastidioso fenomeno del clientelismo: milioni di Euro concessi in contribuzioni ad amici e propri elettori. Se poi si aggiungesse l’annullamento dell’investimento Tav, qualche miliardo probabilmente regalato ai numeri elettorali, allora avremmo un beneficio per le casse pubbliche e per la democrazia.

   Crea indignazione il dover destinare risorse per stipendiare politici spesso inetti ed arroganti, nonché insensibili al bene comune ed al contrario iper attenti alla cura delle proprie clientele: il male del sistema non si risolve dimezzando il male, bensì sconfiggendolo riportando in auge la rappresentanza diretta.

   Vista l’aria demagogica che tira immagino che avremo solo parlamentari in meno, correndo come un treno ad alta velocità verso il direttorio, verso la dittatura dell’uomo forte e ben pagato con tutto il nostro sangue. 


Ecco alcuni frutti del voto espresso dalla maggioranza dei torinese e degli italiani.

28 Luglio 2011

Assistenza Anziani comune di Torino: gli assistiti firmano contratto (PAI) con comune di Torino (servizi sociali). Il servizio fa capo alla cooperatica CILTE di via San Marino. La quota di assistena viene pagata per metà dal Servizio Nazionale e metà dalle famiglie se non indegenti. La cosa interessante è che la cooperativa si affida non a propri lavoratori ma all’agenzia iterinale Obiettivo Lavoro. Questa ha aumentato il costo del servizio che va a gravare alle famiglie, acquisito senza modificare il contratto che scade il 31 dic 2011.

Alla sua contestazione, fatta da alcuni utenti, questi hanno minacciato di ritirare il servizio ed i medesimi hanno, così, dovuto trattare con l’agenzia iterinale e non con il comune.

Sbaglio o è una privatizzazione nella privatizzazione. Inoltre hanno messo dirigenti dei servizi sociali a scavalco su più quartieri: sta crollando il welfare a Torino.

A questo si aggiunge il desiderio di affidare le scuole materne alle Fondazioni, comprese le compagnie religiose, mentre l’Assessore Pellegrino (Sel) afferma che la gestione privata delle stesse costa meno di quella pubblica.

Siamo alla frutta? Può essere.

Mentre le attenzioni vanno tutte al TAV, dove si è pronti  spendere miliardi di euro gettandoli dai finistrini ad alta velocità, il comune crolla sotto il peso dei tagli governativi ma anche dei proprin inopportuni debiti.

Meno male che ci pensa Borghezio, con l’ideologia della xenofobia armata, a risolvere tutto da qui a qualche mese.

Attenzione, apriamo gli occhi e vigiliamo sui nostri Diritti e sulla agognata Libertà.


Evviva i SI!!

14 Giugno 2011

Una vittoria strepitosa. 4 SI CHE RAPPRESENTANO UNO SCHIAFFONE AI POTENTATI ITALIANI E NON SOLO. E poi dicono che sappiamo dire solo dei NO :-)) Attenzione però…ieri su Rai 3 Rosy Bindi ha dichiarato che il referendum non è stato un no alle liberalizzazioni, ma solo ad una legge sull’acqua fatta male. Il PD non si smentisce per essere più liberal dei liberal!!!!!


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