Lettera aperta a “La Repubblica”.

23 Maggio 2011

Gentile Direttore,

ho letto con interesse il commento da Lei pubblicato qualche giorno addietro, ed a firma di Revelli. Il commento, ospitato sulle pagine del Suo quotidiano, trattava le ragioni dell’uscita dalle sedi di rappresentanza istituzionale delle forze di Sinistra.

L’analisi di Revelli andrebbe, a mio dire, discussa ulteriormente poichè apre, di fatto, ad un dibattito sul futuro della Democrazia in Italia: futuro che riguarda anche la presenza in Parlamento, e negli enti locali, delle forze politiche che si richiamano all’ideologia socialista e comunista. Forze che sembrano lasciare spazio ad altre di matrice, apparentemente, qualunquista oppure all’astensione.

Non avremo putroppo modo di farlo, a causa della scelta editoriale di fermarsi al dire che tali forze sono “schegge del sistema politico”.

Mi spiace, direttore, che Lei abbia scelto di dedicarci spazio solo per pubblicare il nostro necrologio, a firma Revelli, mentre durante la campagna elettorale non ho mai avuto il piacere, se non una volta in un quadro generale, di avere la Sua gradita attenzione.

Peccato poichè avevamo idee e proposte, in antitesi al vincitore sindaco, ma degne di essere portate alla conoscenza dei Suoi elettori, tra cui mi annovero.

La Democrazia, caro Direttore, passa anche come ben sa dalla libera informazione: cosa di cui avremmo tutti gran necessità, ma che a quanto pare non è garantita neppure da testate editoriali collocate idelamente nella casa del centrosinistra. Il giornalismo in Italia, forse, richiederebbe il coraggio di inchiesta e confronto libero, anche a Sinistra, e non solo spot elettorali.

Un saluto cordiale,

Juri Bossuto(già candidato Sindaco Comune di Torino.) 


Infine Laurea fu!

2 Marzo 2011

Mi scuso per questi mesi di silenzio, ma avevo un sospeso da lunghissimo tempo con la facoltà di giurisprudenza di Torino.

Martedì scorso mi sono laureato, ora potrò tornare ad essere più presente su questo blog!!!

Quindi a prestissimo……parlando delle comunali di Torino.


La democrazia passa dal silenzio e dall’accettazione?

16 Gennaio 2011

Il piano d’azione di coloro che reggono le fila del potere sembra terribile quanto preciso. Leggendo, nei giorni scorsi, La Stampa si poteva comprendere la concezione democratica in capo all’Associazione Quadri Fiat. Secondo il presidente di tale associazione non esiste agibilità sindacale in fabbrica: ne è prova la contestazione subita da chi illustrava in assemblea le ragioni del “SI”. Ancora una volta, quindi, passa il messaggio che la contestazione è prova di anti democraticità, dando in tal modo vita ad una teoria politica che ha già avuto le sue premesse nelle vicende universitarie.

Anche in occasione dell’ultimo movimento studentesco, infatti, ogni manifestazione di dissenso esplicita, nei riguardi della riforma Gelmini, veniva tacciata quale azione antidemocratica. Il paradosso è assoluto. La democrazia, secondo questi signori che ne sono alfieri, passerebbe per alcuni elementari punti che la certificherebbero come tale:

-          sistema elettorale a sbarramento 4% e premio di maggioranza, cosicché tenere fuori dal Parlamento i gruppi politici minori e garantire ampi numeri di consenso assembleare a chi governa;

-          sistema maggioritario di rappresentatività parlamentare, in modo da garantire due mega schieramenti intorno ai partiti egemoni, ed una rincorsa al voto dei moderati di centro da ambo le parti, annullando così ogni progetto sociale alternativo;

-          eliminazione del confronto sindacale, con rottura del fronte stesso tramite accordi separati frutto di ricatti del tipo “o accetti le condizioni capestro o me ne vado con gli stabilimenti altrove”;

-          insofferenza ad ogni contestazione delle scelte maturate nell’assenza di confronto con la popolazione, e cresciute in compenso con  i liberi suggerimenti delle lobbies interessate alle stesse;

-          uso della polizia quale strumento di ordine pubblico nelle piazze e durante le manifestazioni politiche;

-          separazione dei cittadini in gruppi di conflitto reciproco tra gli stessi in cui chi ha meno garanzie chiede non un suo miglioramento, ma il peggioramento delle condizioni dei garantiti, oppure più semplicemente chi sta meglio non si interessa di chi sta peggio (come i quadri Fiat hanno dimostrato nel referendum ultimo);

-          potere smisurato delle grandi imprese e delega delle decisioni in materia economica alle commissioni europee non elette democraticamente, ma ottimo alibi per poter fare dire ai governi nazionali “non possiamo fare niente sulle scelte industriali a causa dei patti comunitari europei”. 

Chi accusa altri di scarsa democrazia propugna sempre, e pubblicamente, i principi sopra elencati, dimostrando in modo lapalissiano che forse confonde alcuni termini di cui non conosce significato. L’errore che questi commette è grave poiché crede di difendere la democrazia ed invece instaura la dittatura, crede di vedere negli altri degli anti democratici ed invece ha di fronte a se una disperata richiesta di libertà, crede infine di difendere il diritto di espressione ed invece tutela solo i suoi interessi sacrificando un’intera comunità umana.

La democrazia di costoro, che lamentano scarsa agilità politica e sindacale laddove si contesta, ha un nome preciso che si cela dietro alla loro assoluta ipocrisia: regime dittatoriale del forte su tutti gli altri.  


Poveri noi! In un giorno solo anche i ciechi potevano vedere. Ma non hanno voluto aprire gli occhi per paura.

21 Ottobre 2010

I fatti che si sono succeduti nei giorni scorsi, bene rappresentano la sintesi di quanto sta avvenendo nel nostro Paese.

In un solo giorno abbiamo assistito al voto favorevole, seppur in sede di commissione, alle linee di principio del lodo Alfano (l’immunità del Presidente del Consiglio tra l’altro appena portato a giudizio per l’ennesima ipotesi di reato); alla relazione del Presidente della Corte dei Conti in cui si è evidenxiato che l’unico dato in crescita è la corruzione politica ed amministrativa; alla curiosa e politica sentenza del Consiglio di Statro che sospende il riconteggio dei voti in Piemonte, accogliendo il ricorso di Cota; al voto del Parlamento, unanime, in cui si evidenzia la priorità assoluta dell’opera TAV sulla tratta Torino- Lione (il cui costo suera i 100 milioni al chilometro); al voto negativo del Parlamento per quanto riguarda l’autorizzazione a procedere nei confronti di Lunardi (grande si Tav da sempre).

Credo  che non occorra aggiungere altro. Ogni altra parola rischia davvero di essere prolissa, basta guardare la classe politica che ci governa e, purtroppo, anche parte di quella all’opposizione.

Tutti unanimi sulla necessità di buttare soldi, e devastare una parte della regione Piemonte, grazie al Tav: tutti unanimi a sponsorizzare una spesa folle mentre sanità ed istruzione affondano in un pantano fatto di disattenzioni e tagli senza senso alcuno. Tutti pronti ad auto assolversi magari immaginando già nuove frontiere ricche di facilio speculazioni.

Dove è finito l’interesse cosiddetto collettivo, dove la dignità di chi ci dovrebbe rappresentare e dove, soprattutto la nostra! Guardate la Francia, o la Valle Susa, e la dignità la riconoscete, ma altrove?

A guardare questa Italia viene da rimpiangere Cavour: povera Italia, povero Risorgimento! Poveri noi!

  


Tra signorotti e distrazione generale avanza la nuova Torino.

13 Ottobre 2010

La Torino democratica, la Torino Resistente pare non esista più, specialmente se si guarda a gran parte dell’attuale classe politica dirigente

La nostra città vive da tempo una crisi che non è solo economica, ma purtroppo anche politica. Oltre ai portafogli, sempre più ridotti nel contenuto, ne è prova l’insieme delle vicende politiche e sociali che attraversano la nostra martoriata metropoli.

Ogni forma di dissenso, ovunque questa avvenga,  sembra essere perseguita tramite ritorsioni personali, sia sul posto di lavoro che nelle sedi di impegno politico, mentre la piazza è vigilata da forze anti sommossa pure quando a manifestare sono i ragazzi di quindici anni.

Cara Torino, siamo tornati alla istituzione delle signorie. Di te, cara città, si occupano nuovamente i signorotti: quelli che regalano giochi al popolo, sotto forma di serate danzanti; quelli che si promuovono tramite l’uso dei tuoi soldi, inviando migliaia di lettere patinate ai cittadini in campagna elettorale e che vanno a gravare sulle casse della comunità (e del quartiere); quelli che trasferiscono i dipendenti non allineati al volere del Signore stesso.

Può infatti capitare, cara città, che un dipendente circoscrizionale (quindi comunale) da oltre venti anni impegnato in un progetto, che seguiva con passione e professionalità, venga improvvisamente trasferito ad altro incarico, a sua insaputa. Il motivo del trasferimento è l’aver osato richiedere maggiore attenzione nella rimozione, complessa, di un tetto d’amianto laddove lavorava con altri colleghi. Un dipendente reo di un’offesa incredibile, verso il signorotto del quartiere, da fare pagare a tutti i costi poiché intrisa di ribellione sindacale e libertà personale.

Al paradosso poi non vi è limite, cara Torino, poiché può capitare che il signorotto che ordina trasferimenti., anti sindacali, si professi di sinistra e vanti un passato, pensa, da comunista.

Povera Torino, portata indietro di 200 anni tra giochi di potere e personalismi agghiaccianti, e poveri noi: in attesa del ripristino delle impiccagioni per chi osa dire la sua.

Cara Torino, ti saluto e mi metto in riva al Po, sperando che intanto le idee illuministe tornino a spazzare via i feudi con i loro privilegi e le loro clientele. Al limite se l’attesa è lunga mi avvierò nella baraonda della cosiddetta movida: non pensare aiuta. 


SICUREZZA A TORINO? CERTO ! quella di avere una classe politica amministrativa che guardi al lungo periodo.

9 Settembre 2010

La depressione coglie chiunque passi in piazza Solferino in questi giorni: una depressione reattiva alla visione dello smantellamento che stanno subendo i famosi “gianduiotti olimpici” firmati Giugiaro.

Lo sconforto deriva dal prendere atto, crudelmente, dell’ottusità che guida tante scelte politiche, caratterizzate per porsi all’antitesi della lungimiranza. L’ubriacatura 2006 ha spalancato i portafogli pubblici, arricchendo pochi imprenditori, come sempre avviene, e lasciando ai più svantaggi uniti a false illusioni.

Oggi, dopo pochi anni dalla costruzione, in seguito a scelte da azzeccagarbugli, si prende atto che nulla è andato nella direzione giusta malgrado i grafici rassicuranti illustrati da TOP. Sembra si aprano i ponti sul baratro della catastrofe, a testimoniarlo sono i trampolini, le piste ed i gianduiotti stessi: monumenti ad una classe politica vanogloriosa e distratta.

L’idea brillante di fare un parcheggio, l’ennesimo, sotto una pubblica piazza centrale, ci riporta con la mente agli scempi archeologici di piazza San Carlo e piazza Vittorio. Un accanimento contro le storiche piazze di Torino che non trova alcuna motivazione nella ZTL: area che dovrebbe convivere con parcheggi ai suoi margini e non nel cuore della città.

Così, mentre molti affittuari sotto la soglia di povertà scoprono di aver perso il sostegno economico, causa dissesto finanziario comunale, e centinaia di precari pubblici assistono al peggioramento delle loro già severe condizioni contrattuali, la città si sveglia dal sogno olimpico: più povera, più ingiusta e con meno speranze.

È questa la sicurezza conquistata dall’attuale amministrazione Chiamparino?


Chiude la mensa, un’altra botta sociale per Torino.

15 Maggio 2010

Nel pomeriggio di sabato 15 maggio, la mensa per i poveri di via Nizza, servirà l’ultimo pasto. Da “domani” si annuncia una chiusura della stessa a tempo indeterminato.

Il servizio della mensa, curato da un’organizzazione ecclesiastica, è stato per anni l’unica speranza alla portata di migliaia di persone. Un servizio che ha compensato anche molte carenze pubbliche, in merito alla distribuzione di pasti caldi a chi impossibilitato a far fronte ai propri bisogni.

E’ penoso pensare alle probabili speculazioni che potrebbero interessare l’area della mensa, nonché quanto strida la scelta di chiusura con le parole espresse dal Santo Padre in visita recente alla città.

Essere, nella Torino dei Santi Sociali, vicini all’emarginazione significa ampliare questi servizi anziché chiuderli: mi appello alle Istituzioni civili e religiose per trovare al più presto una soluzione che dia continuità al servizio di mensa oramai di fatto soppresso.


Torino sembra scegliere la via autoritaria.

15 Maggio 2010

Sinceramente non comprendo la scelta che ha condotto agli arresti, ed al rastrellamento collegato, di alcuni giovani appartenenti a centri o case occupate torinesi.

A distanza di alcuni giorni continuo a cercare di comprendere su quali reali motivazioni politiche, si è attuata una misura repressiva di tale portata.

Mi stupisce anche l’aver di fatto rischiato, con questa operazione, di infrangere una tregua utile, alle Istituzioni, al fine di assicurare un regolare svolgimento alla manifestazione, turistico religiosa, legata alla Sindone. Una tregua rispettata invece dai movimenti torinesi e No Tav, come gli stessi hanno dimostrato adeguandosi alla scelta, quasi provocatoria, di vietare l’ utilizzo della piazza San Carlo in occasione del  Primo Maggio.

Spero non sia questo il biglietto da visita della nuova giunta Cota e mi appello al senso democratico di chi ancora si definisce tale nella Torino “che conta”, richiamando tutti alla vigilanza verso la continua negazione del diritto di opinione: una negazione frutto di una involuzione autoritaria di molte Istituzioni solo ufficialmente democratiche.


Lettera a La Stampa: patrimonio culturale. Cronaca di un disastro!

22 Aprile 2010

In merito all’articolo pubblicato dal vostro quotidiano qualche giorno addietro, avente per oggetto i restauri al Castello di Moncalieri, terrei ribadire un concetto che ho già più volte espresso dai banchi del consiglio regionale. 

Ritengo assolutamente assurdo che si aprano cantieri aventi il fine di restaurare il nostro patrimonio culturale, tanto ricco quanto raro, i quali drammaticamente si consumino in devastanti incendi che trasformano in cenere secoli di arte e di storia.

Incendi la cui conseguenza rimane l’abbandono e la desolazione a fronte di soldi destinati al recupero, sperando a miglior fine, che puntualmente non giungono. Le vicende del Duomo di Torino, prima, e Moncalieri, poi, narrano di un sistema a dir poco bizzarro per quanto concerne alcuni cantieri dedicati al patrimonio architettonico culturale.

Anziché restaurare si distrugge, e naturalmente nessuno paga, né economicamente e neppure penalmente, per i disastri arrecati. 

Quando cambierà questo strano concetto del fare cultura, quando i responsabili (novelli Unni) di tali scempi avranno nome cognome e responsabilità accertata?


ALCUNE IMPRESSIONI DOPO IL SILENZIO DEL PRE COTA.

14 Aprile 2010

I mea culpa mancati e quelli utili per guardare al futuro. In passato spesso l’autocritica aiutava ad individuare le falle del sistema e, conseguentemente, giungere al rimedio, all’ammenda. Oggi spesso l’autocritica diventa oggetto, nel metodo, di sfottò innanzi a quello che sembra un rito vuoto di significato. 

Su questa premessa diamo un quadro, anche a costo di essere ripetitivi, di quanto avvenuto nelle consultazioni regionali ultime scorse.  

Partiamo dalle trivelle in Valle Susa. Un evento fisico, non solo mediatico, ben studiato a tavolino da settori ampi del Governo centrale: piazzare trivelle ovunque e di notte, con lo scopo di fare alzare la tensione raccogliendone poi i frutti. Naturalmente la Presidente Bresso è caduta nella trappola come un allocco: tra un amarcord della marcia dei 40.000 al Lingotto e dichiarazioni emotive la frittata si è cotta da sola. A questo si aggiunga il quadro del Consiglio, luogo in cui gli assessori, tranne rare nostre eccezioni, sono spiccati per assenze ed incapacità (evito l’elenco poiché non sarebbe facile da chiudere). 

Gli assessorati che avrebbero potuto rappresentare l’innovazione del dopo Ghigo, hanno preferito invece schierarsi con la sclerotizzazione della spinta innovativa, che è rimasta solo sulla carta nell’ambito ambiente, trasporti, cultura, urbanistica turismo, sport, industria e tanto altro: regalando a molte illusioni del post centrodestra un amaro risveglio. Un risveglio confermato dalle minacce lanciate dal PD agli amministratori ribelli della Valle Susa e dai toni violenti con cui i dirigenti democratici additavano i No Tav. 

Un mix di arroganza presuntuosa che ha comportato il fermo allontanamento dal voto di tante persone. 

Testimone di questa amara situazione il programma Bresso in cui, nelle prime pagine, spicca solo un elemento di sviluppo: Eataly, realtà citata innumerevoli volte. 

In apertura ho fatto cenno all’autocritica, ma ho scantonato in realtà l’argomento sino ad ora.

Vi sono temi invece che non vanno evitati, e che se affrontati con decisione potrebbero riportare il popolo di sinistra a dire che noi non siamo come gli altri.  

In primis ritorna, come più volte accennato da tanti, la questione morale: ossia la necessità di saper e voler valutare l’etica, il nostro comportamento, gli atti di alleati e nostri compagni. Essere superficiali su questo tema è pericoloso oltre che dannoso. Non è possibile guardare a persone che fanno della politica il loro sporco lavoro e che per portare avanti se stessi si adattano, senza scrupoli, a pratiche da far invidia alla peggior DC antica (vedi ad esempio l’unico eletto della lista Bresso): il rischio di essere contagiati è forte ed il gioco spesso non vale la candela. 

Per morale, da non confondere con moralismo, intendo anche la conduzione di lotte e battaglie da chi ha il dovere di coordinare il collettivo di lavoro, ai gruppi come ovunque. Lo svendere gli obiettivi politici del partito in un ottica elettorale, o per una manciata di interessi propri è cosa grave, un atteggiamento che occorrerebbe  fermare sul nascere.    

In secondo è necessario ritrovare autorevolezza ed affidabilità: due elementi che dall’esterno non vengono più percepiti nel modo in cui lo erano in passato per quanto ci riguardava. Gli incredibili nostri cedimenti, da me segnati con voto difforme al gruppo nell’indifferenza generale del Partito, su temi importanti quali i buoni scuola, le delocalizzazioni e la lotta alle discriminazioni (in cambio di cosa non è dato sapere) non hanno certo fornito elemento di chiarezza, anzi, ad un quadro politico dai contorni sempre più incerti. Troppo facile a questo aggiungere il tema Tav: questione spesso strumentalizzata nelle fasi traumatiche del partito, ma che al momento della resa dei conti, con PD ed alleati,  viene sacrificata nel nome di alleanze mal costruite ed ambigue nella loro linea politica.  

Dulcis in fundo, si è sciaguratamente deciso di cedere anche sulla riforma del regolamento consiliare, cosicché si renderà ancor più difficile la battaglia di resistenza che dovrà portare avanti l’unica compagna eletta nella prossima legislatura. Scelta a cui il sottoscritto, con il compagno Dalmasso, si è opposto sino a giungere, ancora una volta, al voto non conforme al gruppo durante il dibattito in aula. Anche in questo caso si ha l’impressione che ancora una volta la sudditanza all’egemonia PD ricadrà, negli effetti, sulle teste di tutti, con buona pace di coloro che ritenevano impossibile una vittoria del Centro Destra su Bresso.  

Occorre, ne sono convinto, uscire del “pidicentrismo” ed iniziare a ragionare quale forza autonoma in grado di badare a se stessa, e scegliere con chi e quando allearsi nelle battaglie non solo elettorali. Occorre un guizzo di dignità che metta al primo posto la risposta, culturale e politica, all’aggressione a tutto campo portata avanti dalla destra. Separare le questioni che ci obbligano da tempo alla discussione ideologica, su cui giusto discutere, dalle azioni immediate su cui costruire l’attualità e la strada a quello che amo chiamare il “neo comunismo” (ossia l’esperienza che diventa azione odierna, dell’oggi guardando al mondo nuovo). 

La mia esperienza nell’ultima campagna elettorale, segnata da piccole e grandi situazioni Kafkiane determinate dal solito agire per gruppuscoli, ha lasciato almeno in me delle certezze: ossia come assenza di lucidità, unita a visioni spesso miopi, rendano la lotta elettorale un’ultima spiaggia in cui combatti contro i nemici sbagliati, in cui versi energie per poco o niente. 

Mentre a Roma si cospirava, tra banchetti e scannamenti di potere, i barbari scendevano lungo la penisola: questo temo sia il quadro più allucinante e vicino all’essere quotidiano del fare politica nel 2010, a sinistra come a destra. 

E’ inutile cercare colpevoli altrove se non guardandosi allo specchio. Il fenomeno Grillo, che ritengo qualunquistico e non di sinistra (come loro stessi affermano rivendicando uno spazio politico trasversale), ha colmato il vuoto da noi lasciato. In quartiere ho pagato l’essere sempre troppo altrove fisicamente, e non ho recuperato in Valle quello che anche la stessa mi ha sottratto nel mio territorio di origine. La colpa di quanto accaduto, non è certo dei circoli e dei compagni, anzi, ma di scelte vagliate non con la dovuta attenzione che hanno comportato la ribellione dei Movimenti verso noi, tutto l’opposto di ciò che accadeva anni addietro (sino al famoso e drammatico G8 di Genova). 

Come è possibile essere egemonizzati da atteggiamenti derivanti dal sistema pre tangentopoli e, inoltre, da un partito, come quello Democratico, che sembra la fotocopia brutta del PSI di Craxi: lo  testimonia non solo la vicenda Grinzane, SITO di Orbassano, oppure la gestione del post olimpico e conseguenti speculazioni, ma ancor più le voglie e le motivazioni, squisitamente anti democratiche, che stanno dietro alla vicenda TAV, vicenda penosa per tutta la nostra comunità umana. 

Morale pur correndo (letteralmente) in Valle, sempre in accordo con i circoli, sono stati pochi i voti conquistati, così come sembra non aver pagato, se non in parte, l’essere, e ci siamo stati davvero, davanti alle fabbriche in crisi e no. L’ironia della sorte sembra essere quella di lavoratori, operai, che hanno votato la Lega premiandola pure per una campagna elettorale incentrata sulle delocalizzazioni che, in realtà, la Lega stessa ha bocciato in aula.  

Ironia è anche quella di una iniziativa politica targata PRC, avviata dopo un’esperienza personale agli sportelli, inerente il modello para strozzinaggio di Equitalia, ed approdata all’approvazione di un odg in aula, ma ignorata quasi del tutto dal Partito regalandola così ad altri candidati e gruppi. 

Forse è vero che le esigenze dei cittadini non  passano più nelle risposte fornite dai partiti, forse è vero che occorre ricongiungere una cultura nostra sparsa ai 4 venti, e magari anche tra le file degli altezzosi grillini, ma per verificare tutto questo non necessitiamo di altri tatticismi, di altre cospirazioni da “Barbiere di Siviglia”. 

Necessitiamo di un ritorno al territorio, un ritorno a laboratori diffusi a cui fornire organizzazione e sostegno, ma anche libertà di elaborazione: dare contenuto all’importante parola Comunismo è fondamentale Occorre farlo ed in fretta altrimenti non potremo più misurarci con alcun comunismo, bensì solo con un fastidioso ed opprimente tecno fascismo mascherato beffardamente dalle parole “popolo” e “libertà”. 

 Saluti fraterni.                 


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