Due lettere a Specchio dei Tempi mai così “Specchio” di questi tempi medioevali fatti di clientele e privato.

29 Novembre 2011

La Stampa in edicola ieri riportava due interessanti lettere contenute nella rubrica “Specchio dei Tempi”.

La prima narrava la cinica, insopportabile, insistenza di una compagnia telefonica che è riuscita prima ad imporre il cambiamento del gestore ad una signora afflitta da Alzheimer, quindi non titolata a farlo, e poi ad impedirle di recedere dal nuovo patto poiché necessaria la dichiarata volontà della medesima. 

La seconda lettera invece conteneva una lamentela di una cittadina nei confronti dell’agenzia trasporti torinese, di cui un addetto ha verbalizzato una sanzione non dovuta, ma a nulla è valsa l’opposizione alla multa se non nel comportare il pagamento, alla fine del faticoso percorso burocratico di difesa, del doppio della contravvenzione stessa. 

Le due lettere hanno destato la mia attenzione poiché credo che bene ritraggano le conseguenze derivanti dalla privatizzazione dei servizi alla collettività: l’abbandono delle persone a se stesse ed il loro continuo soccombere innanzi al privato.

Con l’uscita della gestione pubblica dal cosiddetto mercato, il cittadino non è stato più considerato tale dagli erogatori delle prestazioni, ma semplicemente un papabile cliente a cui prendere il più possibile. La corsa ad accaparrarsi un nuovo utente, sia nella telefonia che nel settore energie, non conosce limiti di decenza giungendo a proporre, attraverso canali strettamente impersonali, presunti vantaggiosi contratti a cui accedere con un semplice “si” dichiarato alla cornetta telefonica. Un sistema che facilita truffe e ricerche persecutorie nei riguardi dei cittadini soprattutto anziani. Idem per i trasporti che hanno il compito di fare cassa senza assolutamente affidarsi alla comprensione oppure alla pietà umana: chi non paga viene punito pesantemente, ogni appello viene reso difficile nella sua trafila burocratica, cosicché anche chi può dimostrare le sue legittime ragioni, come nel caso descritto nella rubrica “Specchio dei Tempi”, si vede costretto a soccombere. 

Eppure mai come oggi continuano a dirci che la privatizzazione è giusta nonché bella, anche se sfido tutti a farmi un solo esempio di privatizzazione utile agli utenti ed all’economia pubblica.  

Gran parte della politica sembra non voler vedere cosa sta accadendo intorno a se stessa. Diritti assoluti, personali e decenza sembrano affondare ogni giorno di più sotto il tallone dell’interesse di mercato. Chi viene eletto nelle pubbliche istituzioni si adatta molto bene al contesto sprezzante, verso ogni buona fede, che è venuto a crearsi nelle pieghe della società connessa agli affari facili. 

Lo testimonia il fare politica unito a doppio filo con il sistema clientelare. In questi giorni un esponente del mondo politico cittadino sembra abbia consegnato, ad alcuni suoi elettori, una decina di posti di lavoro legati ad un nuovo centro commerciale collocato a Torino Nord, nei pressi dell’ex stadio delle Alpi, mentre un altro (dello schieramento opposto) si dice sia riuscito ad inserire ancora una volta associazioni e consorzi, a lui vicini, in assegnazioni di immobili appena ristrutturati a spese del capoluogo piemontese. 

Stare sul territorio non credo voglia dire fare regalie ai propri amici, ma comprendere le difficoltà in cui si vive quotidianamente e combattere per l’affermazione dei diritti violati. Purtroppo vige il contrario a favore di valvassori e valvassini feudali, introducendo nuovamente un sistema dove progetti pubblici ed assunzioni avvengono quasi solo più per raccomandazione e voto di scambio: ombre di un terribile medio evo su cui nessuno accende lumi, neppure chi dovrebbe ordinare indagini ed invece guarda solo a chi manifesta dissenso in valle Susa.  


Agonia Italia: siti inutili di interesse nazionale e lavoro negato.

26 Ottobre 2011

COMUNICATO STAMPA

Agonia Italia: siti inutili di interesse nazionale e lavoro negato

    Evidentemente il crollo di un sistema Paese viene annunciato da alcuni sintomi quali l’incoerenza, l’informazione deformata, la scomparsa di ogni etica nei più della classe politica, l’impossibilità di una visione sociale a lungo periodo ed il nepotismo clientelare, che pervade ogni piega del pubblico e del privato.

    Segnali di una patologia annunciatasi quale inevitabile in Italia, a prescindere da Centro Destra e Centro Sinistra al governo, e che hanno ancora una volta denuncia nel lavoro e nella TAV  il segnale del degrado imminente. La Lear “dismette” letteralmente i suoi lavoratori, che si aggiungono ai tanti impegnati a presidiano cancelli chiusi, mentre Pininfarina,Ilmas e decine di altre aziende proseguono nell’opera di abbandono del territorio e della produzione. Un collasso di diritti in capo al lavoro ed alla fattura materiale sembrano dare vita al sogno “dell’Italia da bere”.

    L’asso della manica, la Panacea di ogni cosa, rimane il TAV: la promessa di sviluppo e lavoro da qui a 20 anni. Una follia che sembra partorita da un autore di fumetti anziché dal potere politico economico di casa. Gli industriali a novembre metteranno sulle televisioni nazionali il loro spot, modello famiglia del Mulino Bianco, che narrerà una linea ad alta velocità serena e da favola. Intanto il sito del cantiere ferroviario viene dichiarato “di interesse nazionale” e chi lo varca non autorizzato rischia da una fucilata a qualche anno di galera: una serie di contraddizioni sintomo di quanto annunciato.

    I lavoratori  nel silenzio di ministri (ed assessori vari) attenderanno il miracolo Tav e certa informazione certificherà, trasformandolo in verità, lo spot del TAV tracciato Bianco. Altro sintomo: i telegiornali, compreso il regionale RAI, quando scoppiano gli contri trasmettono a iosa le bandiere della Federazione della Sinistra, ma quando va tutto bene come domenica scorsa se ne guardano bene dal farlo. Un’agonia lunga quella politica italiana, una malattia che uccide la libertà di popolazioni intere nel nome di pochi pasciuti Baroni di potere.


Bigliettaio sui mezzi GTT: da proposta antieconomica, a servizio appaltato a terzi.

12 Ottobre 2011

    Ieri sera, prima di saperlo dai giornali di stamane, ho avuto modo di incontrare i nuovi bigliettai sulla linea 4. Innanzi a loro mi è giunto lo stupore, poiché mi trovavo davanti alla realizzazione pratica di quanto da me ipotizzato qualche tempo fa. All’epoca, saputo di un’ennesima aggressione subita dall’autista di bus,  proposi di dotare di bigliettai i mezzi pubblici torinesi, al fine di garantire la sicurezza dei conducenti e fornire, agli utenti, la possibilità di acquistare il documento di viaggio a bordo del mezzo stesso.

 

   La risposta che ottenni, proprio da GTT e comune di Torino, all’indomani della  mia proposta in merito alla reintroduzione dei bigliettai, fu negativa e venne motivata adducendo l’antieconomicità dell’iniziativa. In campagna elettorale, comunale, non ci arrendemmo e rilanciammo l’idea anche al fine di garantire nuovi posti di lavoro presso l’azienda dei trasporti torinesi.

 

   Oggi tutto sembra cambiato. Quella che ieri era una proposta maturata nella testa di un comunista sognatore, diventa realtà, ma solo in parte. Poiché l’occasione non fornisce opportunità di nuovo impiego in GTT, ma diventa momento di gestione affidato a cooperative e società esterne.

    Lo stupore riguarda quindi il curioso ripensamento della direzione GTT,  il cui amministratore delegato è nel frattempo cambiato, la quale dopo averlo definito antieconomico si ritrova, al contrario, ad apprezzare il progetto dei bigliettai a bordo. Lo stupore ritorna nella scelta GTT di affidare il servizio all’esterno, anziché valutare se tra i suoi dipendenti ve ne fossero disposti a dedicarsi a tale attività, oppure puntando sull’assunzione di nuovo personale.

 

    Chissà a quali altre sorprese dovremo prepararci nel prossimo futuro, magari tra questa l’affidamento a cooperative anche del sistema educativo cittadino, nel nome del risparmio presunto e della sicura precarietà con salario da sopravvivenza.

       


Una città sacrificata alle voglie della Giunta, e del salotto buono: calano le ombre della sera su precari e cittadini “comuni”.

28 Settembre 2011

   Dal sito del Sindaco, http://www.pierofassinosindaco.it/doc/1539/prima-giunta-delibera-per-risparmiare-700-mila-euro-lanno.htm, leggiamo:  

    “Assegnati i compiti Fassino ha voluto lanciare un segnale, ai suoi assessori e ai torinesi. Come primo atto dell’amministrazione ha fatto approvare una delibera predisposta dall’assessore al Bilancio Gianguido Passoni che taglia del 40 per cento i fondi a disposizione degli assessori per reclutare gli staffisti: 90 mila euro l’anno ciascuno contro i 120 della scorsa giunta. Morale: «Spenderemo un milione l’anno anziché 1,7», fa i conti Passoni. E Fassino chiosa: «È un segnale di sobrietà e rigore». (omissis)
Ancora da fissare - ma sarà comunque questione di ore - il faccia a faccia con l’amministratore delegato di Fiat Sergio Marchionne. Ieri, intanto, ha confermato quel che già era trapelato nei giorni scorsi: il City manager Cesare Vaciago resterà in carica fino al termine del 2012, quando maturerà i requisiti per la pensione
”.  

   Credo che queste poche righe bene indichino il mondo parallelo in cui la politica di governo, insieme ad alcuni salotti che contano, vive quotidianamente.   Come avrebbe detto Nick Carter qualche anno fa: “Mentre le prime ombre della sera calano su Torino, una losca figura si aggira nella città”.

   Le ombre della sera noi le raffiguriamo con il disagio che, di giorno in giorno, sale tra i giovani e le famiglie torinesi. Un dato conferma quanto raffigurato nell’immagine cupa, del tramonto Torinese, ossia la percentuale di disoccupati giovani che ha raggiunto in questo anno il 20%, un punto in più della percentuale greca, lo stato a rischio fallimento, dove la mancanza di lavoro interessa “solo” il 19% dei suoi cittadini.   

   A questo possiamo aggiungere il destino incerto, appeso ad un filo, dei tanti precari che impegnano la loro opera nel pubblico come nel privato: persone a tutti gli effetti che vanno a riempire, virtualmente, la casella degli “occupati”, seppur per un giorno o per un mese. L’esempio più eclatante giunge ancora dal Comune, dove i giovani precari reggono le sorti dei nidi e delle scuole materne, in una continua condizione di ostaggi in mano alla macchina comunale, la quale punta alla loro tempia una vera pistola: arma caricata con la ricerca di mobilità interna di personale da altre mansioni, al fine di fare a mano dei precari stessi e della loro professionalità, e dalla scelta della Città di far scadere il contratto ai medesimi prima di Natale cosicché non pagare le ferie (Buon Natale direi).   

   Non solo, potremmo sommare la vicenda dei lavoratori CSEA. L’ente formativo, che vive sui trasferimenti del pubblico a questo consorziato e che qualcuno vuole uccidere per fare posto ai privati, non ha i soldi per pagare circa 200 dipendenti i quali da mesi vedono il loro stipendio modello “macchia di leopardo”. I tagli tolgono a 200 famiglie la speranza di un futuro certo, e la dirigenza, di nomina anche comunale, sembra non essere in grado di voler trovare una soluzione al disastro annunciato.   

    Vorremmo infine, a titolo di esempio, ricordare anche sciagurati aumenti di tariffe decisi dalla giunta, tra questi l’uso della parte museale comunale delle Nuove. L’associazione composta da volontari che gestisce l’ex carcere, deve pagare cinque volte tanto per accedere nei locali in proprietà della Città (da 100 Euro al mese a 500) per accompagnare i visitatori nella struttura.   

   Ed ecco che nelle ombre torinesi c’è chi vanta i 90 mila Euro annuali agli staffisti di assessorato (7.500 Euro al mese per assessore), ed il mantenimento del posto conservato dal City Manager (stipendio da super manager) al fine di accompagnarlo alla pensione (poverino).   

   Mentre calano le prime ombre della sera su Torino, alcuni marziani con i nasi a trombetta, purtroppo chiamati dal voto dai torinese stessi, invadono la città per farne ciò che vogliono: portano nomi strani quali giunta Fassino e salotto Chiuso, ed hanno un solo punto debole, seppur difficile da raggiungere, che si chiama PIAZZA. 


La voglia di privato non si ferma davanti ai Referendum

15 Giugno 2011

 Il risultato del referendum del 12 e 13 giugno non ammette repliche nella sua chiarezza. I quesiti su cui si sono espressi i cittadini consegnano, alla politica, risposte che si sottraggono ad ogni tentativo di manipolazione: l’interpretazione non può che essere autentica togliendo fiato a chi, subdolamente, tenta strade creative a proprio comodo e somiglianza.

L’abrogazione referendaria delle norme inerenti il nucleare e la questione acqua è il frutto, l’unico possibile, di una volontà popolare espressa nella sola  modalità accettata dalla nostra Costituzione. Il SI è stato inciso a chiare lettere, quasi a fuoco, sulla data di decesso riguardante due privatizzazioni autoritariamente avviate dal governo: la distribuzione dell’acqua e la produzione energetica.

Il piano di privatizzazione dei servizi, trasversale politicamente ai due schieramenti, ha subito un duro colpo dal responso delle urne. Il business che si stava profilando all’orizzonte, dedicato ai gestori del bene essenziale acqua e del nucleare, è da considerarsi quindi annullato e non, come qualcuno inizia a sperare, solo rinviato. Da questo punto di vista preoccupano assai le prime dichiarazioni rilasciate dal dirigente PD Rosy Bindi, la quale parla di un voto che grazia le privatizzazioni ed affonda, al contempo, solo delle brutte leggi malfatte.

Un’affermazione preoccupante poiché apre ad una caparbia difesa di quanto affossato dagli elettori, uno sfregio a quel voto espresso nella cabina referendaria. Occorre quindi vigilare, non abbassare la guardia poiché la voglia di affari non appartiene solo ad una matrice politica berlusconiana, ma purtroppo anche alla casa cosiddetta democratica.

Del resto la decisione repentina di confermare la costruzione dei parcheggi sotterranei nei pressi della Gran Madre in Torino, tramite concessione ai privati, conferma la tendenza poco pubblica, nonché svilente verso chi ha firmato contro, dell’amministrazione di Fassino: tipica creatura politica del PD. Un segnale di come si possa fare a pezzi la volontà dei cittadini per obbedire al profitto di mercato.

 

  


Carcere: una questione insoluta da sempre!

4 Marzo 2011

Periodicamente la carta stampata, e conseguentemente l’opinione pubblica, si occupa del tema carcerario dimostrando, ogni volta, stupore e meraviglia per come si caratterizza quel lontano mondo.

A lunghi periodi in cui il silenzio sull’argomento regna sovrano, interrompendolo solo grazie a eccellenti arresti che spingono ignoti politici a recarsi in cella sotto lo sguardo dei media, si alternano brevi periodi in cui la popolazione sembra prendere coscienza di quegli edifici racchiudenti i “devianti”.

Una coscienza non sempre mossa da motivi di carattere umanitario, ma al contrario spesso partorita da allarmi sociali dedicati alla sicurezza, oppure al fenomeno dell’immigrazione clandestina. Il ritmo tramite il quale ci si occupa del pianeta carcere, sembra dettato dalla grandi campagne di sensibilizzazione alla difesa sociale: ossia la ricerca del nemico che si annida nella società, e da allontanare con rapidità, collega il suo agire alla conseguenza diretta che essa produce tramite la consegna, di questi, al penitenziario di riferimento.

Ogni periodo storico pare recare in sé i propri nemici, le prassi avverse, gli atteggiamenti da normare in difesa di nuovi interessi, la soluzione di isolamento per chi viola la vita comunitaria: sembrano mutare solo le categorie vittime della repressione, ma i meccanismi all’origine del tutto rimangono immutabili e radicati nella società.

Nei secoli scorsi Torino era flagellata da vagabondi che dormivano sotto i portici, e l’immigrazione dalle campagne portava nel capoluogo subalpino disagio e miseria. Lo sviluppo industriale necessitava di mano d’opera e minor uso della forca, mentre il furto diventava il reato che maggiormente intaccava gli interessi della nuova borghesia imprenditoriale. Lo stato doveva allora garantire, i suoi migliori cittadini, dalle azioni dannose provocate da quei soggetti che turbavano economia e tranquillità: vennero così moltiplicate le misure in via economica contro “i giovani oziosi” ed i penitenziari si attrezzarono ad imprigionare immigrati e ladri, sottraendo quelle braccia potenzialmente operose al boia.

Foucaul, nella sua opera “Sorvegliare e punire”, scrive che le riforme penitenziarie non maturano alcun frutto, rimandando sempre ai soliti sette punti di intervento ripetuti all’infinito, ossia: la detenzione quale occasione di trasformazione del detenuto, la pene modulate in base all’individuo reo, la classificazione dei detenuti, lavoro quale strumento essenziale alla socializzazione ed alla trasformazione del condannato, educazione del carcerato quale azione prioritaria del sistema pubblico, uso di personale specializzato in settori della struttura penitenziaria ed, infine, misure di assistenza per riadattare il detenuto stesso.

Il legislatore, quando redige proposte di legge sul carcere, sarebbe come una mosca impazzita imprigionata in un bicchiere di vetro, incapace di uscirne seguendo pensieri logici e razionali cosicché non entrarvi più una seconda volta.Garland individua il motivo determinante l’inefficacia delle riforme carcerarie, succedutesi nel tempo, nella dialettica libertà / controllo”. Tale dialettica, secondo il giurista, ha letteralmente caratterizzato gli anni che viviamo, condizionandone le scelte legislative. La liberazione sociale degli anni ’60 e la libertà di mercato diffusa negli anni ’80, hanno fatto crescere controllo sociale e repressione penale. Il mercato impone il controllo serrato sugli esclusi, che neppure sono attraenti in veste di consumatori, stabilendo il principio per cui “la criminalità è una decisione, non una malattia”.

Il quadro che emerge è quello di un immobilismo che perdura da decenni: la carenza di fondi, l’assenza di approfondimenti in merito, la difesa dello status quo sembrano impedire ogni ragionamento oggettivo sul sistema penale.Un esempio ulteriore viene fornito dal dibattito sull’ergastolo. La pena detentiva perpetua, che al 31 dicembre 2004 coinvolgeva 1.161 cittadini, si avvale di un nuovo modello ad uso burocratico che sostituisce la vecchia dicitura “fine pena: mai”. Oggi, gli ergastolani, vengono indicati quali persone libere nel 99/99/9999: una soluzione informatica che sembra farsi beffa di quei detenuti che vivono, in cella, le loro giornate senza porsi speranze o mete di recupero sociale.  Agli scritti del recluso Mele, impegnato nella denuncia dell’istituto ergastolo, si alternano quelli di Mario Gozzini il quale, nel 1988, affermava che l’ergastolo “di fatto non c’è più”. Nel 1981 il referendum popolare ha bocciato la sua abrogazione, mentre la Corte Costituzionale ha ritenuto legittimo il suddetto istituto penale poiché non in contrasto con l’articolo 27 della Carta costituzionale.

Il recupero sociale del detenuto, previsto dalla norma costituzionale, è garantito dalla possibilità di accedere alla libertà condizionata dopo 28 anni di reclusione, oppure alla semi libertà in seguito all’aver scontato 20 di prigionia. Secondo Gozzini le citate garanzie nella pratica forniscono un incentivo di libertà al condannato alla reclusione perenne, eliminando di fatto l’ergastolo: la difesa sociale dalle offese criminali sarebbe garantita in base al dominio delle norme scritte. Altri obietterebbero che il carcere quale luogo di segregazione in cui controllare i devianti, i diversi in quanto nemici della società onesta o presunta tale, è regolato da norme non sempre scritte, e la libertà condizionata non sempre viene emessa su basi certe.

Scorrendo i titoli dei giornali di questi ultimi anni emerge quanto affermato all’inizio. Il quotidiano “La Repubblica, del 22 settembre 2010, in un articolo denunciava 32.000 nuovi ingressi all’anno negli istituti penitenziari e le condizioni difficilissime vissute da chi vi entrava per la prima volta. Il giornalista scriveva, in chiusura al suo pezzo: “sicurezza e giustizia rendono le carceri simili ad una tonnara nel giorno di mattanza”. Seguivano i dati dei suicidi, 54 nel 2010 a settembre, e la superficie destinata ad ogni detenuto in cella: 2,66 metri quadri, al di sotto dei 3 definiti limite di guardia per non definire la reclusione quale tortura.

Quadro disperato di una situazione richiamata già il 15 novembre 1990, quando la rivista “ASPE” intitolava una sua inchiesta “Carcere indietro tutta”: al fine di evidenziare la distruzione attuata sulla legge Gozzini dai vari testi normativi su criminalità organizzata, immigrazione e tossicodipendenza.

Il quotidiano “Il Manifesto”, l’11 luglio 2004, prendeva atto della crisi del sistema detentivo e informava sulle nuove misure dirette solo alla costruzione di nuovi edifici carcerari. La mancanza di fondi, secondo il giornale, faceva prendere in considerazione l’idea di istituti privati oppure strutture in leasing fornendo ai costruttori la gestione stessa.

Notizie ed affermazioni che indicano la paralisi che insegue il sistema penitenziario da secoli, e da cui sembra impossibile trovare una via di uscita: poiché schiacciati tra luoghi comuni e qualunquismo.

Il direttore della casa circondariale Lo Russo Cotugno, già “carcere delle Vallette”, Buffa cita in un suo lavoro letterario Goffman, sottolineando in tal modo le difficoltà che prova chi, vivendo nel mondo libero, tenta di comprendere le dinamiche interne di un’istituzione coatta. Goffman si era detto convinto che un buon modo per apprendere qualcosa fosse quello di partecipare alla vita “internata” pur sapendo che “ogni carcere è una repubblica autonoma”. Le differenze che infatti caratterizzano le strutture detentive sono tra le medesime, a livello di organizzazione e regole, enormi e variegate: spesso la qualità della vita, di chi risiede in prigione, è determinata dalla professionalità in capo al direttore ed alla sua sensibilità.  Direttori, magistrati di sorveglianza, ministri del governo sono figure determinanti nell’esecuzione penale, a tal punto che a condanna simile non sempre segue identità di percorso punitivo.

Due reclusi potrebbero paradossalmente essere soggetti ad identica condanna, derivante da identica fattispecie di reato, ma percorrere strade molto diverse sino ad una parziale riduzione della stessa in capo ad uno dei due, e la piena esecuzione in capo all’altro.

La Rivoluzione francese ha avuto la capacità di modificare il rapporto corpo del condannato- Stato, creando una prassi che si è evoluta lentamente tra regole di mercato e voglia di sicurezza. Oggi, come ieri, contraddizioni e confusione sembrano essere i soli elementi su cui si incentra il dibattito sulla sempre annunciata riforma carceraria.

La Costituzione repubblicana in questo caso, come in tanti altri, rappresenta la punta più avanzata di una legislazione normativa mai portata a pieno compimento. Una Carta fondamentale a cui segue il nulla di un dibattito che non pone all’ordine del giorno il superamento del carcere, ma che si incentra solo sul “punire”  riabilitando desideri di vendetta che, sinceramente, speravamo relegati ad un profondo passato storico.   


Appello per una nuova Torino!

1 Giugno 2010

TRa poco più di un anno si voterà per l’elezione del sindaco di Torino. Da giorni, da settimane, sui  quotidiani cittadini assistiamo al solito balletto uso media, in cui danzano nomi e piroettano indicazioni per  chi dovrà occupare la poltrona del primo cittadino.

NOn si contano suggerimenti reciproci, indicazioni, prospettive, richiami: il tutto all’interno della solita cerchia, quasi familiare, in cui volti noti e sorridenti si scambiano vicendevoli inviti a  fare passi avanti oppure a proporre candidature idonee al governo della Città.

SEMbra quasi un clima da tramonto della monarchia, oppure semplicemente il quadro di oligarchie che non vogliono mollare il potere, preparando a tavolino successioni al trono rassicuranti per i soliti illustri personaggi.

DOPo la pesante sconfitta elettorale delle regionali, sconfitta in cui arroganza e presunzione hanno avuto il loro devastante ruolo, credo sia giunto l’ultimo momento utile, forse già fuori tempo massimo, per voltare pagina. I cinque anni di presidenza al centro sinistra del Piemonte hanno lasciato, in eredità, delusioni derivanti dall’operato di una giunta in gran parte debole  e priva di caratterizzazione politica davvero “di Sinistra”.

CHi sperava in un dopo Ghigo di rottura è rimasto a bocca aperta osservando come poco cambiasse, guardando al passato,  nei giorni della giunta Bresso e la disillusione del cittadino cresceva innanzi ad un immobilismo politico raccapricciante.

SONo passati gli anni in cui chi si rivolgeva a noi, della Sinistra doc, lo faceva sapendo che eravamo diversi poiché ci differenziavamo, decisamente, dal decadentismo in cui scivolava di giorno in giorno la politica tutta.

ARRivismi, pressappochismi, ottusità, interessi privati, clientelismi, cecità politica e progettuale hanno intaccato gravemente anche i nostri spazi gettando molti compagni nell’astensionismo o nel voto di protesta.Torino in questi anni è diventata meno operaia e più da bere, lo testimoniano i tanti fantasmi legati ad opere olimpiche già abbandonate a se stesse, così come lo dimostra l’essere sempre più lontana l’amministrazione pubblica dai problemi del territorio, delle periferie dei cittadini.

LA svendita del patrimonio comunale immobiliare, il voler far cassa usando spazi pubblici ed aree verdi,i favori ai soliti salotti buoni , sono elementi che narrano di una sinistra davvero lontana da piazze e mercati; una sinistra o presunta tale più capace a sedere nei salotti che sulle pubbliche panchine.

ANChe dal punto di vista della tenuta democratica, Torino sta cedendo pericolosamente alle tentazioni di una involuzione modello “ordine e disciplina” che ha come nemici ed obiettivi unici i disagiati ed i giovani “ribelli” della città antagonista:  un’azione politica che sembra nascondersi dietro il facile  dito della demagogia (di destra) per distrarre su ciò che davvero sono i problemi che attanagliano il tessuto urbano. Lavoro, casa, diritti, giovani, lotta al degrado, integrazione: i temi su cui tornare a lavorare con serietà e da Sinistra.Questo è un appello, uno dei tanti (vero), rivolto a tutti i sinceri democratici, a tutti coloro che appartengono alla cultura della Sinistra che ha le sue radici nelle speranze sociali e comuniste degli anni in cui questi termini avevano un senso concreto e reale. Un appello a uscire dal buio, a liberarsi dalle catene imposte da chi ama le stanze nascoste del potere, per decidere e costruire.

PROviamo a costruire dai quartieri, dalle piazze una alternativa a ciò che i soliti noti vogliono propinarci. Proviamo a reagire a scrivere tutti insieme un programma e scegliere i candidati alle presidenze di quartiere ed a Sindaco che eliminino dall’orizzonte clientelismi e favori, arrivisti e faccendieri. Non lasciamo tutto in mano alla farsa di grillini e di pietristi: noi siamo la Sinistra, riprendiamoci i nostri spazi, le nostre verdi infinite praterie.

DIAmo vita immediatamente a luoghi di partecipazione e confronto in cui costruire, insieme, il futuro di questa nostra Città, sottraendola a salotti buoni e poteri forti.


CIE di corso Brunelleschi: paradossi di uno Stato che dice di essere democratico.

1 Marzo 2010

Se la struttura è notevolmente migliorata rispetto alle precedenti visite,  in quanto le persone rinchiuse non vivono più in container ma in “case” di muratura, permangono tutti i problemi politici legati alla legislazione di emergenza voluta dal governo delle destre, al reato di clandestinità e alla grave carenze di servizi sociali e di strutture sul territorio atti a sostenere una migrazione di massa che tende a crescere. Sono i motivi per cui crediamo che la struttura dei CIE debba essere superata.

Tra i paradossi osservati, frutto di questa legislazione, la vicenda di un maghrebino 23enne da 21 anni in Italia, diplomato, e prossimo all’espulsione in Marocco per un reato minore, cosa a dir poco assurda e disumana.L’incontro con le migranti e i migranti presenti al CIE ha evidenziato la necessità di mediazione culturale, di maggiore contatto con gli avvocati e con le associazioni dei migranti.

Anche per questo  è un fatto negativo che la nostra e altre proposte di legge regionali sulla migrazione non siano state discusse in questi anni e siano state “rimandate” al prossimo Consiglio Regionale.


Solidarietà a Laura Orsucci.

17 Febbraio 2010

Esprimiamo vera preoccupazione per il grave atto intimidatorio che ha colpito la nostra compagna consigliera di Gassino Laura Orsucci.
Oltre alla nostra solidarietà il pensiero va subito alla similitudine tra la tipologia di attentato di cui è stata vittima e ciò che è avvenuto nei presidi valsusini.
L’impressione è che di questi tempi amministratori e cittadini schierati contro le faraoniche grandi opere siano soggetti a attacchi che non esito a definire di intimidazione  di stampo mafioso.
Richiamo la politica alla responsabilità del momento in cui valgano le scelte migliori per la collettività che dovrebbero, ricordo, essere al riparo da pressioni lobbistiche e interessi speculativi.


Banca Italia svende tra sprechi e incuranza verso il destino delle attività commerciali.

3 Febbraio 2010

 Gentile ed Illustrissimo Presidente,Gentile Governatore, 

con la presente è mia intenzione segnalare alla Vostra attenzione il mio personale disagio nell’osservare le scelte, gestionali, attuate da Banca Italia Torino. La medesima ha sede in via Arsenale, in un palazzo storico che, in passato, era anche residenza di affittuari, parti contrattuali con Banca d’Italia, privati e commerciali. Lentamente Banca d’Italia non ha rinnovato i contratti di locazione e l’edificio si è lentamente svuotato riducendosi ad ospitare, oltre la Banca, due attività commerciali a cui è già stata comunicata l’intenzione di non rinnovare il patto, giungendo in un caso al proprio e vero sfratto esecutivo. 

La piccola impresa sfrattata è un bar, la cui licenza è stata acquisita da non molto tempo dalla famiglia che lo conduce, la quale è sull’orlo della disperazione in seguito alla cessata attività forzata verso cui va incontro. In tempi di grave crisi economica, come gli attuali, ritengo paradossale che Banca d’Italia crei altri tre disoccupati almeno, così come è assurda la collocazione di un ponteggio a ridosso della facciata aulica del palazzo che da quattro anni ne caratterizza i contorni: ponteggio elevato a causa di un tema architettonico pericolante il cui costo di messa in sicurezza, probabilmente, era minore del noleggio dei tubi in ferro medesimi.

Il tutto sembra sempre più un grande spreco di risorse pubbliche: alloggi ed esercizi vuoti da anni con il mancato introito conseguente, si sommano al costo del ponteggio stesso. Suggerirei, con umiltà, che sarebbe cosa opportuna evitare gli ultimi sfratti almeno sino all’alienazione effettiva dello stabile: un piccolo gesto di umanità ed intelligenza in mezzo a tanti atti incomprensibili e, ritengo, opposti al concetto di chi amministra da “Buon padre di famiglia” i beni pubblici. 

Ringrazio per l’attenzione prestata a questa mia e, con l’occasione, porgo i più cordiali saluti.     

 


Bad Behavior has blocked 54 access attempts in the last 7 days.