CARTA STRACCIA in POLITIKA – Il blog di JURI Bossuto

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UNA STORIA, PIU’ O MENO BELLA, IN UNA CITTA’ IMMAGINARIA, MA NON TROPPO

Scritto da juribossuto.it il 14 settembre 2012

Mettiamo il caso che un comune, in linea con le scelte di un governo, decida di esternalizzare alcuni servizi pubblici. Mettiamo sempre il caso che lo faccia ufficialmente perché ha violato il patto di stabilità e conti di risparmiare, sul proprio bilancio, affidandosi al privato ed alle fondazioni (ossia privatizzando). Pensiamo inoltre ad un comune che, nell’assegnare i servizi ai nuovi gestori privati, fornisca loro anche una lista di proscrizione contenente i nominativi dei lavoratori, anch’essi esternalizzati ed ex precari, un po’ troppo ribelli. Insomma immaginiamo quindi un ente pubblico non del tutto capace nell’applicare i principi costituzionali a tutela del lavoro e della libera espressione.

Immaginiamo sempre che la nazione, a cui appartiene il comune di cui sopra, sia attraversata da un vento, che soffia da oramai da oltre vent’anni, che la spinge ad abbandonare le proprie attività sociali, per assegnarle alle imprese cooperative esterne, oppure a vere e proprie aziende (come accade sovente nella Sanità) che già si occupano dei beni comuni.  

In tale contesto il vento viene alimentato da chi, in politica, sostiene la necessità che lo Stato non occupi la società con proprie attività sottolineando, al contempo, la piena avversione allo statalismo quale principio di governo poiché, affermano costoro, frena lo sviluppo e l’occupazione.

Immaginiamo ancora, quindi, che proprio nel nome del lavoro quella nazione, molti anni indietro, abbia varato una serie di norme a favore del lavoro precario rassicurando, al contempo, i suoi cittadini tramite rappresentazioni di imprese felici, grazie a quelle leggi, e prosperità per tutti: lavoratori ed imprenditori.

Ora facciamo uno sforzo di fantasia e proviamo ad immaginare quale epilogo potrebbe avere la nostra storia fantastica. Ad esempio scoprire, dopo martellanti messaggi mediatici generosi nell’elencare i benefici della precarietà, che nel comune di cui sopra la disoccupazione giovanile superi il 20 % e che l’impresa industriale abbandona la nazione in cerca di più facili guadagni.

Immediatamente dopo si potrebbe verificare che lo Stato è si uscito dai servizi pubblici, ma per metterci il privato “amico”, ovvero soggetti legati ai politici e non allo Stato stesso: ossia a questo è subentrato il potere clientelare partitico con tutta la sua grande area di influenza. Potremmo dire che in quella città si ripete la Storia: in passato lavorava chi aveva in tasca la tessera del Partito Nazionale Fascista, ora chi può disporre di un pacchetto di voti (magari equamente suddivisi) in aggiunta alla tessera medesima. La Democrazia è quindi maturata. 

A questo punto potremmo pensare che la nostra storia abbia risvolti da 48, oppure che la classe politica, dopo aver misurato i propri fallimenti, rivoluzioni le sue scelte in merito. Invece no.

La gente porta i suoi bambini nei nuovi servizi affidati a fiduciari del partito al potere, i lavoratori (sempre gli stessi) operano con un nuovo contratto e paghe ottocentesche, seppur superiori a colleghi che beneficiano invece di salari settecenteschi, mentre il comune suddivide il suo popolo in buoni e cattivi: i primi lavorano con riconoscente precarietà o allegro salario da semi fame; gli altri guardano mentre il popolo applaude e balla sotto il palco del gruppo rock alla moda e, soprattutto, amico degli amici comunali.

Contemporaneamente consiglieri e politici vari, dalle proposte dimostratesi fallimentari, continuano imperterriti per la loro strada scavalcando i disoccupati e dispensando, ancora, lezioni di buon governo a destra ed a manca.

Insomma la nostra storia è immaginaria e non a lieto fine, ma soprattutto è interattiva: se vogliamo possiamo cambiarla con un piccolo sforzo di partecipazione, poiché il finale non è scritto nel destino. Se vogliamo possiamo, parola dell’autore!

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LA SOLITUDINE DELLA JUNGLA PER LE EDUCATRICI DEI NIDI

Scritto da juribossuto.it il 31 maggio 2012

La jungla. Una jungla pericolosa e senza pietà per nessuno in cui vengono gettate persone, lavoratori e cittadini. Una foresta buia, animata da predatori che aggrediscono nell’ombra approfittando di ogni piccola distrazione o momento di sconforto della vittima.

Questo è il triste luogo naturale in cui vengono gettati soprattutto i giovani, i precari, tutti coloro per cui è impossibile immaginare una prospettiva di un qualsiasi futuro. Gettati quasi nudi tra i flutti verdi di una vegetazione senza pietà, laddove ognuno combatte per la sopravvivenza senza badare agli altri e, soprattutto, senza sperare in aiuto o sostegno alcuno.

Un’immagine netta e precisa di questa jungla mi è giunta innanzi agli occhi lunedì scorso, davanti al comune di Torino. Mi è apparsa mentre osservavo le educatrici dei nidi torinesi nel momento della sconfitta, degli interventi in Sala Rossa, nell’attimo del tradimento della missione pubblica e delle derisione della Costituzione. Le ho viste lì, sole, abbandonate e gettate come nulla fosse in quella foresta cupa e micidiale, impenetrabile al Sole ed a punti di riferimento che ne indichino l’uscita.

Giovani, e meno giovani, lavoratrici per cui si spalanca il baratro del cosa fare, del dove andare a cercare lavoro per mettere insieme il pranzo con la cena, dove poter portare l’esperienza ultra annuale maturata negli asili comunali. Per qualcuna di loro si aggiunge la certezza di non vedere più quei bambini accolti al mattino, in inverno come d’estate, unita allo sconforto verso un privato che prenderà il loro posto nel nome del profitto.

Lavorare per vivere, non per andare in ferie o a fare shopping; lavorare per sentirsi vivi. Aspirazioni impossibili, seppur “modeste”, poiché per loro non è esistito un Pubblico che lanciasse il salvagente, non è esistito un sindacato forte al loro fianco che le difendesse, infatti la CGIL firmando l’accordo le ha condannate definitivamente, non è esistito realmente un supporto politico (se non quello dato da molte colleghe a tempo indeterminato e da alcuni genitori).

Hanno aperto le paratie degli aerei in quota e le hanno abbandonate a quei flutti, come non esistessero per nessuno, come fossero una zavorra da sganciare al più presto. Fantasmi per i poteri forti che reggono questa complice e vile città, così come per quei poteri deboli destinati ad essere sempre più tali nella cecità del condurre piccole battaglie dal respiro di poche ore.

Cantava Ivano Fossati in “Terra dove andare”, qualche anno fa, “Il sindacato gli fa segno di firmare ed il cielo è il comitato centrale”: così è avvenuto sotto la Mole in questo maggio molto lontano da quello messo in poesia da De Andrè. Sole in un buio dove partiti e sindacati, tranne gli autorganizzati, non hanno saputo fare altro che i loro piccoli calcoli a breve periodo. Istituzioni che hanno operato senza pensare a quelle foreste sempre più popolate ed agli iceberg alla deriva posti sulla loro rotta. Una cecità che spalanca le porte a tutto quanto non porti nomi legati a questo naufragio.

La foresta della sopravvivenza solitaria si apre adesso a queste ragazze, le attende. Per senso del dovere le educatrici continuano a prestare al meglio il loro servizio per quel Comune che le ha condannate senza appello, senza ascoltarle realmente. Un senso del dovere forse eccessivo, ma che deriva da una forza che le sosterrà anche in quella selva e che le aiuterà a ritrovare la via d’uscita. Una forza d’animo che unita ad altre potrebbe creare un miracolo: gettare un giorno tra quei rami coloro che giocano sui destini altrui, regalando un po’ di luce in questa Torino che a forza di guardare altrove sta morendo in una agonia lenta e soffocante.

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Privatizzazioni: ora tocca ai nidi di Torino.

Scritto da juribossuto.it il 14 febbraio 2012

Siamo vicini ai lavoratori precari dei nidi e delle materne che hanno manifestato oggi davanti all’ingresso del comune di Torino. Le educatrici, vestite da fantasma, hanno voluto evidenziare la loro inesistenza agli occhi di Sindaco e giunta, seppur fisicamente impegnate tutti i giorni in un servizio pubblico essenziale, qual è quello alla prima infanzia.

In questi giorni l’assenza per malattia di alcune educatrici, assunte a tempo indeterminato, ha fatto scattare un’emergenza derivante dal mancato rapporto legale tra il numero di bambini ed educatrici stesse. Parte dei media, e del mondo politico, ha approfittato di questo per accelerare il percorso di affidamento del servizio emergenziale a soggetti privati esterni.

Una ricetta in realtà non obbligatoria e neppure dettata da presunte volontà ineluttabili. Esternalizzare le supplenze non è altro che il primo passo verso la privatizzazione dei nidi: un passo che vede quale prima vittima proprio l’infanzia torinese, oltre a quelle lavoratrici che, per anni, hanno sopperito ai buchi di organico che il comune  non riusciva a colmare in altro modo.

Affidare a terzi un servizio pubblico, un bene comune qual è quello degli asili nidi e scuole materne, non vuol dire fare risparmiare l’Amministrazione pubblica ma solo abbattere la remunerazione del personale ancor più precario.

Noi chiediamo a questo comune un’azione di coraggio. Far si che la scelta di violare il patto di stabilità per garantire il pagamento delle forniture alle aziende private, non cada sulla testa delle lavoratrici e dei lavoratori. Chiediamo il coraggio di mantenere pubblica la gestione di nidi e materne ed inoltre la stabilizzazione dei precari che, sino ad oggi, hanno spesso garantito la continuità del servizio. Altri comuni lo hanno fatto, come Firenze, anche sulla base di calcoli economici che ritraggono l’assenza di risparmi reali nel costo globale di un servizio esternalizzato.

I fondi per stabilizzare i precari ci sono, occorre solo non destinarli ad eventuali clientele o scelte utili solo al super ego di chi le propone.

Ezio LOCATELLI Segretario Provincia Torino PRC

Juri BOSSUTO  Responsabile provinciale Lavoro PRC

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Piazze e precari: alla legge Reale la soluzione, nel silenzio di assessori e giunte varie.

Scritto da juribossuto.it il 19 ottobre 2011

    Sembra incredibile la dinamica di quello che sta accadendo intorno a noi quotidianamente. La classe politica che non si turba innanzi a nulla sembra perdere, clamorosamente, ogni controllo davanti a quanto avvenuto sabato a Roma. Un’agitazione parlamentare irrefrenabile che conduce a voler reintrodurre la legge Reale ed a considerare i disordini di piazza quali atti di “terrorismo urbano”. Ritorna quella legge Reale già considerata liberticida negli anni di piombo, e mai abrogata malgrado la fine dei motivi da cui scaturì, al fine dichiarato di controllare l’agitazione sociale, per fermare un malessere crescente di giorno in giorno.    

   Nulla smuove la Politica, la “P” maiuscola è una concessione puramente gratuita, se non gli atti che mettono a repentaglio la sicurezza della propria esistenza. Non stupisce quindi il suo silenzio, a Torino, innanzi alla consulenza da 160 mila Euro  affidata da GTT, non stupisce neppure la futura consulenza da 400 mila Euro destinata a chi preparerà le nuove ipotesi speculative su Torino nord.Nel Paese del nepotismo, delle corporazioni, delle baronie  i politici non battono quasi ciglio di fronte alla candidatura “sicura” di Di Pietro Jr. o la cooptazione stampo feudale alla guida della Lega già pronunciata a favore del Trota.     

    Nessun stupore per loro, ma la natura umana vorrebbe il contrario. Dopo aver saccheggiato il Pubblico, ora gli amministratori al potere si richiamano ai patti di stabilità e, nel loro nome, sono pronti a svendere quanto amministrato al primo amico, privato, che passa loro innanzi, con buona pace di dipendenti e precari. Vergognoso esempio giunge dalla conduzione in corso, a firma di una giunta detta di Centrosinistra ed un assessore autodichiaratosi addirittura di Sinistra (SEL),  della questione che interessa il futuro degli asili nido torinesi, nonché delle giovani persone che ne garantiscono “precariamente” la continuità di servizio.     

    Ieri il coordinamento precari nido e materne ha simulato, in piazza davanti al comune, il funerale del diritto all’istruzione e della felice sicurezza dei bambini. Dal palazzo comunale l’assessore, senza scendere tra le manifestanti (forse poiché già temeva l’applicazione della Reale) ha avuto un’idea di Sinistra: i precari non riassunti saranno aiutati ad entrare nell’impresa sociale, ossia saranno sostenuti a diventare nuovi sfruttati nel nome della stabilità (di chi poi?).    

    Così il Pubblico che non riuscirebbe a pagare il personale alle sue dipendenze, si appresta ad appaltare i servizi a cooperative sapendo su cosa risparmiare: i costi umani. Un quadro che si avvera con la benedizione delle Fondazioni, di cui alcuni settori interni sono probabilmente interessati al business che si profila.    

    Solo il buon senso potrà salvarci tutti dalle piazze impazzite, in caso contrario temo che la legge Reale potrà solo riempire le galere e nulla più.

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Da settembre altri precari a casa e lavoro “esclusivo”: ecco la Torino della Giunta Fassino.

Scritto da juribossuto.it il 30 luglio 2011

    Il mese di settembre si preannuncia quale avvio di un periodo ancor più grigio per i torinesi. Infatti la metropoli che alcune statistiche, attendibili, indicano come quella con il più alto tasso di povertà, assisterà tra le altre cose anche ad un rimodellamento, in negativo, del sistema educativo infantile.

   L’Assessorato ai Servizi Educativi ha già avviato, prima ancora di aprire il confronto con i sindacati, una consistente contrazione del numero di educatrici a tempo determinato (precari) che ricoprono posti vacanti, sostituzioni e ruoli di sostegno. Da 310 si passerà a confermarne 250 circa, facendo leva sul recupero di altro personale interno “dirottato” da servizi dedicati ad altri progetti educativi.

     Questo pare il frutto dei tagli governativi, ma anche di scelte dissennate attuate nella passata amministrazione Chimparino ed oggi, pare, purtroppo riconfermate. Fare cassa sembra la parola d’ordine: per questa ragione l’asilo nido di via Delleani in queste ore subisce un cantiere che di fatto l’annullerà per lasciare spazio ad un centro per anziani a gestione rigorosamente privata.

    L’evento olimpico, o meglio il glamour intorno al medesimo, ha creato molti cadaveri lasciati marcire al sole e pochi esclusivi posti di lavoro. Per il resto poco male: nell’epoca dei reality ad esclusione in cui uno solo vincerà, lasciare a casa precari rientra nella cultura dominante delle “nomination”. Per Torino invece vorrà dire aumentare la forbice del divario economico tra i suoi cittadini.

    Piccole considerazioni, ma poco importanti nell’attimo in cui apprendiamo sorgerà un palazzo ancora una volta esclusivo in piazza San Carlo e, guada caso, in un edificio di proprietà comunale alienato per incassare alla faccia dei torinesi.

       

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DELOCALIZZAZIONI PRODUTTIVE: storia di una sconfitta della giunta Bresso.

Scritto da juribossuto.it il 9 settembre 2010

Sembra fatto sconcertante, ed impossibile da concepirsi, la facilità con cui un manager, strapagato generalmente, cancella dal territorio un’ azienda con un tratto di penna. Una riga d’inchiostro sotto cui cadono lavoratori, famiglie e amministrazioni comunali.L’unica motivazione che muove la mano, che si dedica alla cancellazione di stabilimenti produttivi, è il “profitto”, ossia la ricerca di salari al limite della sopravvivenza unita agli incentivi, di localizzazione, rilasciati da molti stati esteri.

Su tale premessa in pochi anni, centinaia di imprese piemontesi hanno alzato la vela per dirigersi nei porti di Polonia, india, Romania, Serbia, Ungheria, Brasile e Cina.Il risultato è uno svuotamento lento della produzione che comporta, nel breve periodo, uno stato di miseria per numerose famiglie  e la desertificazione territoriale.

Cabind, Eaton, Dyco, Danfoss, Bialetti, Stampal sono solo alcune delle tante fabbriche che hanno chiuso i battenti, accollando (mentendo spudoratamente) la colpa alla crisi, per portare le macchine all’estero.Attualmente un peggioramento della situazione, già drammatica di suo, deriva dalla scelta di Fiat: marchio in gran parte a capitale pubblico, i cui dirigenti hanno da poco avviato una duplice sfida. Fiat ha scelto i suoi nuovi campi di battaglia:  da una parte l’assalto ai diritti dei lavoratori (Pomigliano) tramite il ricatto della delocalizzazione produttiva; dall’altro il passare direttamente ai fatti presso Mirafiori, dove lo stabilimento guarda al prossimo trasloco in Serbia.

Eppure per impedire la generazione in premessa, bastava davvero poco: una legge, ad esempio, come quella da noi presentata nella scorsa legislatura regionale. Una legge dai pochi e chiari articoli: finanziamenti a chi si impegna a non fuggire via dal territorio, riconoscendo al contempo i diritti costituzionali e sindacali ai lavoratori; rimborso e restituzione di quanto erogato in caso di violazione del contratto stipulato dall’azienda con l’Ente finanziatore; costituzione di un fondo per promuovere l’imprenditorialità collettiva in capo ai dipendenti.Una proposta di legge definita dalla coppia Bresso-Morgando “troppo socialista e statalista”, e quindi liquidata con il suo affossamento dal centro sinistra. Ora Cota pare abbia voluto appropriarsi dei principi base della nostra proposta anti delocalizzazione, naturalmente epurando il testo da ogni riferimento all’autogestione aziendale dei lavoratori.

Una contraddizione che lascia senza fiato: la Lega coglie parte di quanto il PD ha negato per lungo tempo alla sinistra. Questa storia porta i segni chiari di quanto si poteva e non si è voluto fare, salvo piangere sul latte versato. Un insegnamento del valore che porta ancora in sé la lotta: unica speranza per una giustizia reale nel mondo del lavoro.

Unica speranza per fare si che la proposta di legge, di cui ero primo firmatario ed oggi assunta da Artesio, diventi un reale freno allo sfruttamento dei lavoratori.  

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RICCHE INAUGURAZIONI ALL’ESTERO E PRECARI A TORINO

Scritto da juribossuto.it il 6 settembre 2010

 

Sono certo anch’io che l’apertura a NY del nuovo punto vendita della catene Eataly contribuirà a far conoscere Torino, il Piemonte nei territori d’oltreoceano: un dato che fa sicuramente piacere.

Eataly, che si occupa della distribuzione di prodotti definiti d’eccellenza e dal prezzo generalmente accessibile ad una classe medio alta, è una delle tante aziende private italiane che portano l’immagine della nostra regione all’estero, cosi come infatti fanno altre realtà spesso lasciate a loro stesse.

Malgrado il lato positivo dell’inaugurazione, fa meno piacere il dato della fitta presenza di politici locali, e soprattutto del sindaco di Torino, in occasione dell’evento stesso: una presenza il cui costo, credo, sia stato interamente addebitato al pubblico.

Eataly , che spicca per unire ai cartelli “chi ruba è un ladro” ad azioni promozionali ben costruite, è realtà a cui la politica pare molto attenta, al punto di guadagnare molto spazio all’interno del programma regionale presentato dalla stessa Bresso, la presenza del sindaco a New York. Malgrado l’adozione da parte del mondo amministrativo pubblico, l’azienda di distribuzione pubblica è privata, così come lo è l’Università di Pollenzio.

Sinceramente dopo le vicende legate al Premio Grinzane ritengo che la politica dovrebbe, cautamente,  valutare con più attenzione modi e tempi con cui presentarsi mascotte di una qualsiasi realtà, e magari prestare più orecchio alle grida d’aiuto che la nostra terra lancia quotidianamente.

Ne sono esempio i precari che in questi giorni vengono convocati per le sostituzioni presso gli asili nido: giovani obbligati a presentarsi entro poche ore dalla chiamata, a pena di decadenza, per accedere a contratti a tempo determinato mensili e rinnovabili dopo Natale, cosicché il Comune non si debba accollare le spese delle vacanze. Centinaia di ragazze gettati nel baratro della precaria incertezza, centinaia di vite a “scommessa” a cui, tra inaugurazioni e salotti “eccellenti”, nessuno sembra interessarsi. Non chiedete come possa essere messo in relazione il tutto..sarebbe una domanda superflua.   

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I tagli Cota e le conseguenze occupazionali.

Scritto da juribossuto.it il 22 giugno 2010

I tagli di bilancio annunciati nelle ultime settimane dalla giunta Cota, ed attualmente in discussione presso le commissioni consiliari, si presentano simili, negli effetti, ad una tempesta che si abbatte in un mare burrascoso di suo.

Quotidianamente leggiamo comunicati elencanti, con freddezza dalle caratteristiche quasi monarchiche, le pesanti riduzioni apportate ai vari capitoli di spesa. La prima vittima, in ordine di tempo, è stata la cultura, la quale ha visto calare su di se una sforbiciata milionaria. In seguito abbiamo appreso che sanità ed assistenza sono diventate importanti bersagli di azioni dette di “risparmio”: azioni che si abbattono su infermieri, cittadini non autosufficienti (anziani e down), detenuti, nomadi.

La Lega sembra voler colpire proprio le realtà utili, strategicamente, a costruire il clima di odio su cui edificare a sua volta la propria fortuna elettorale: detenuti e “zingari” verranno nuovamente ricacciati in una sorta di pattumiera sociale, da cui essere ripescati solo per trattare il tanto caro tema “sicurezza”.

Purtroppo a più sfugge la consistenza del dramma sociale, derivante dalle scelte di Cota, il quale trova fondi per Tav e grandi speculazioni, ma non reperisce finanze per il popolo piemontese. In un contesto come il presente, fatto di disoccupazione perpetua, cassa integrazione infinita e contratti di lavoro invece limitati sovente alle 24 ore, le scelte del governo locale non portano solo l’ulteriore emarginazione di alcune categorie social, ma conducono anche ad un serio appesantimento del dato occupazionale.

L’incremento della disoccupazione, già derivante dalle riduzioni dei trasferimenti statali ai comuni, avrà ulteriori sviluppi sia nel settore culturale che in quello sociale: artisti, scenografi, addetti, artigiani, cooperative, badanti, educatori si preparano ad essere le prossime vittime di una programmazione politica cieca e quindi limitata.

colpi di scure optate dal governo Cota, costeranno cari a ciò che è rimasto del mondo lavorativo piemontese. Guardando alle cifre dei settori per ora più interessati, ripeto essere sanità- cultura- assistenza, è possibile valutare in circa 3.000 i posti di lavoro che cadranno a causa di questo attacco regionale. Tremila cittadini, probabilmente impegnati da contratti di collaborazione o soci di cooperativa, vedono innanzi a loro un futuro ancor più difficile di quello a cui tristemente abituati.

Cooperative sociali e cultura sono di fatto dei veri e propri settori industriali: settori discriminati poiché da una parte  di reperiscono risorse per chi costruisce ferrovie ed autostrade, consegnando occupazione spesso in nero e al limite della dignità umana, mentre al contempo si annullano gli ambiti destinati ai servizi alla persona (tempo libero o assistenza essi siano).

Non vogliono queste poche righe essere il sunto di una perniciosa profezia, ma un semplicemente il quadro di uno stato dell’arte che, se non stiamo attenti, potrebbe abbattere la nostra comunità in modo irreversibile.

 

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Bilancio di fine mandato: la presidenza commissione lavoro, industria.

Scritto da juribossuto.it il 29 aprile 2010

La sintesi di cinque anni, ossia del periodo inerente l’ottava legislatura, nell’ambito della materia lavoro, ospitata e trattata nei lavori della VII commissione consiliare da me presieduta dopo una prima fase coordinata dal compagno Clement, non può prescindere dal guardare alle battaglie combattute ed, al contempo,  quanto abbiamo portato a “casa” ed a quanto rimane da fare.

Abbiamo tentato, negli anni di presidenza della VII, di trasformare la commissione stessa da legislativa solo, quindi con prioritario compito di esame delle leggi, a sede in cui i lavoratori potessero rappresentare le loro istanze sensibilizzando, nel merito, le Istituzioni elettive. 

Non si contano infatti le audizioni in cui i lavoratori hanno illustrato le ristrutturazioni aziendali di cui sono caduti vittime, oppure le delocalizzazione all’estero dovute a chiusure speculative improvvise e repentine. Il dramma derivante da licenziamenti e mobilità lunghe ha segnato le riunioni di settima, sino a farci immaginare le conseguenze di esistenze abbandonate a se stesse il cui epilogo è purtroppo spesso il suicidio (come è accaduto recentemente a Vinovo). 

Un quadro pesante che disegna ciò che è in realtà la situazione dei lavoratori in Piemonte. Il nostro pensiero và ai dipendenti di Genco, privati della cassaintegrazione a causa dei mancati versamenti da parte della proprietà, và all’Eaton ed ai tanti giorni di presidio nel freddo portati avanti dagli operai. Il pensiero ancora và alla Danfoss dove tutti lavoravano più del dovuto per avere in cambio il famigerato calcio nel “sedere” di buona uscita, và anche alla Cabind ed alle speranza spezzate di chi innanzi ai macchinari nuovi in fabbrica guardava ad un buon intervento strutturale da parte della Regione. Non può non tornare alla mente la Bertone, le tante cartiere in odor di chiusura, alla Boge ed alla SKF con lo sciopero della fame avviato da una coraggiosa lavoratrice solitaria. 

Mancano nell’elenco la Dyco, la Jhonson Eletrics, la Rambaudo, la Vertek e molte altre realtà a cui recentemente si aggiungono Phonmedia ed Eutelia insieme ai loro padroni fantasma nonché dal fare squadristico fascista. Certamente occorre non distogliere lo sguardo dai precari, dagli sfruttati che operano in molte cooperative (o presunte tali) ben rappresentati dalla vicenda giocata sulla loro pelle in reggia a Venaria, ed infine dai soggetti a contratto ad ora. Abbiamo provato ad inserire in Palazzo Lascaris la società reale, quello che spesso manifesta fuori dal palazzo: sulle strade, sulle piazze e nei tanti presidi di protesta. 

Il vero rammarico rimane questo: ossia l’aver incrementato in  modo anche sostanziale gli aiuti sociali, ammortizzatori fondamentali per il sostentamento di molti, ma senza esser riusciti al contempo a modificare strutturalmente il sistema. Abbiamo assistito alla nascita di norme importanti sul settore welfare e artigianato, ma è mancato il coraggio di andare oltre. 

Oltre al sostegno al reddito, incrementato ed ampliato grazie al nostro lavoro politico, occorreva un segnale di cambiamento: un’azione legislativa seria che protegga i territori dalle delocalizzazioni all’estero delle attività produttive, che avvii esperienze di autoimprenditorialità  e si ponga quale riferimento concreto nei confronti della piccola media impresa, oltre che verso i lavoratori. 

Gli oltre cinquanta emendamenti che abbiamo messo al vaglio del consiglio, nel momento in cui si discuteva della nuova legge sul lavoro a firma Migliasso, dimostrano la nostra chiara intenzione a non scordare i veri problemi che attanagliano i diritti di chi lavora e la possibilità di una “buona”Produzione in Piemonte.  

Tutelare il lavoro giusto ed emarginare i banditi: una scommessa su cui testardamente continuiamo e continueremo a spendere tutte le nostre energie e lotte.

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Comunicato Bossuto- Artesio su delocalizzazioni (Bialetti).

Scritto da juribossuto.it il 27 aprile 2010

Al termine dell’incontro di oggi sulla vertenza Bialetti, il Presidente Cota e l’Assessore allo Sviluppo Economico Giordano hanno annunciato di voler proporre un pacchetto di misure per favorire la rilocalizzazione delle imprese e di voler rafforzare il contratto d’insediamento.

“Al Presidente e all’Assessore – sottolinea Juri Bossuto, Consigliere regionale uscente della Federazione della Sinistra – vorrei ricordare, ancora una volta, che in Consiglio è depositata una nostra proposta di legge di contrasto alle delocalizzazioni produttive, che propone di legare i contributi pubblici esclusivamente alle imprese che mantengono la produzione sul territorio e di restituirli con i dovuti interessi in caso di delocalizzaizone. Consiglierei loro di ripartire da qui. Come insegna il medico: prevenire è meglio di curare. O meglio sarebbe opportuno cercare di prevenire le delocalizzazioni, e non solo di tentare ricollocazioni“.

Già nei primi giorni della prossima legislatura – dichiara Eleonora Artesio, Consigliera regionale della FdS – ripresenteremo la pdl: considerato l’impegno ribadito dal presidente Cota e che la Lega Nord solo due mesi fa si è detta pronta a sostenerla pienamente salvo poi contribuire ad affossarla con il suo non voto in aula, mi auguro che la legge possa godere di un iter agevolato e venire approvata in tempi brevi. Non è con gli annunci che si salvano i posti di lavoro: la Regione ha a disposizione strumenti legislativi e di programmazione per invertire una rotta che porta le aziende sempre più lontane dal nostro territorio“.

Ci auguriamo – conclude Artesio – che anche i partiti del centro-sinistra, che nel passato avevano sottovalutato l’importanza di una legislazione regionale fino al punto di considerare la proposta “bizzarra” a detta del segretario del Pd Morgando, alla luce delle situazioni concrete che si manifestano possano rivedere la loro posizione e convergere sulla necessità di tale atto legislativo“.

 

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