La voglia di privato non si ferma davanti ai Referendum

15 Giugno 2011

 Il risultato del referendum del 12 e 13 giugno non ammette repliche nella sua chiarezza. I quesiti su cui si sono espressi i cittadini consegnano, alla politica, risposte che si sottraggono ad ogni tentativo di manipolazione: l’interpretazione non può che essere autentica togliendo fiato a chi, subdolamente, tenta strade creative a proprio comodo e somiglianza.

L’abrogazione referendaria delle norme inerenti il nucleare e la questione acqua è il frutto, l’unico possibile, di una volontà popolare espressa nella sola  modalità accettata dalla nostra Costituzione. Il SI è stato inciso a chiare lettere, quasi a fuoco, sulla data di decesso riguardante due privatizzazioni autoritariamente avviate dal governo: la distribuzione dell’acqua e la produzione energetica.

Il piano di privatizzazione dei servizi, trasversale politicamente ai due schieramenti, ha subito un duro colpo dal responso delle urne. Il business che si stava profilando all’orizzonte, dedicato ai gestori del bene essenziale acqua e del nucleare, è da considerarsi quindi annullato e non, come qualcuno inizia a sperare, solo rinviato. Da questo punto di vista preoccupano assai le prime dichiarazioni rilasciate dal dirigente PD Rosy Bindi, la quale parla di un voto che grazia le privatizzazioni ed affonda, al contempo, solo delle brutte leggi malfatte.

Un’affermazione preoccupante poiché apre ad una caparbia difesa di quanto affossato dagli elettori, uno sfregio a quel voto espresso nella cabina referendaria. Occorre quindi vigilare, non abbassare la guardia poiché la voglia di affari non appartiene solo ad una matrice politica berlusconiana, ma purtroppo anche alla casa cosiddetta democratica.

Del resto la decisione repentina di confermare la costruzione dei parcheggi sotterranei nei pressi della Gran Madre in Torino, tramite concessione ai privati, conferma la tendenza poco pubblica, nonché svilente verso chi ha firmato contro, dell’amministrazione di Fassino: tipica creatura politica del PD. Un segnale di come si possa fare a pezzi la volontà dei cittadini per obbedire al profitto di mercato.

 

  


Evviva i SI!!

14 Giugno 2011

Una vittoria strepitosa. 4 SI CHE RAPPRESENTANO UNO SCHIAFFONE AI POTENTATI ITALIANI E NON SOLO. E poi dicono che sappiamo dire solo dei NO :-)) Attenzione però…ieri su Rai 3 Rosy Bindi ha dichiarato che il referendum non è stato un no alle liberalizzazioni, ma solo ad una legge sull’acqua fatta male. Il PD non si smentisce per essere più liberal dei liberal!!!!!


Ecco perchè hanno ragione coloro che difendono la Maddalena Chiomonte.

13 Giugno 2011

La vicenda Tav racchiude in se un’enorme quantità di contraddizioni, che sembrano esplodere con fragore nel momento in cui pare giungere, drammaticamente, lo scontro finale tra le forze in campo. 

Quella che si profila a Chiomonte è la sintesi di una storia contorta: ricca di ruoli invertiti e deliri istituzionali. Un delirio che assomiglia ad un vortice senza senso, quasi un tornado che innalza per gettare violentemente a terra i concetti di Democrazia, le istituzioni ed l’utilità reale dell’opera. 

La Tav, prima destinata solo ai passeggeri ed in seguito trasformata in linea merci, deve fare i conti con un elemento presente da milioni di anni sul tracciato: le Alpi. Queste, mai così inopportune, obbligano i progettisti ad abbassare la pendenza della linea ferroviaria tramite una galleria di, soli, 54 chilometri da ricavare nelle viscere della montagna. Un’inezia che creerebbe, sempre secondo loro, lavoro e qualche tonnellata di terra da scavo, molto ricca di amianto, da smaltire nelle discariche della Valle Dora.  Inquinamento e lavoro modello “schiavi addetti alle Piramidi”, oggi nuovamente in auge, deriverebbero dalle “fastidiose” Alpi che testimoniano, indirettamente, un’altra assurdità, l’ennesima, scaturente dal progetto TAV: il pre pensionamento del Pendolino, ossia il treno veloce insensibile alla pendenza delle tratte ferrate e, di conseguenza, idoneo al superamento della linea montana (http://it.wikipedia.org/wiki/Pendolino) senza la necessità di tratte ferrate apposite. 

L’equazione che viene in mente è la seguente: liquidazione del Pendolino + presenza Alpi = affari e speculazioni interessanti (seppur per pochi). La sensazione è davvero quella che si profili all’orizzonte un sacco del territorio legato, coscientemente, ai costi altissimi dell’alta velocità, ancor più elevati rispetto a quelli già considerevoli del nostro continente dove, comunque, sono generalmente quattro volte più bassi di quelli nostrani. Se a questi si aggiungono quelli ambientali, quasi mai considerati ma reali ed effettivi, allora il rapporto costi benefici ancor meno depone a favore della infrastruttura (presunta tale). 

La spesa, finanziata alla società privata di gestione dagli enti pubblici, si aggira a centinaia e centinaia di milioni che si somma a quella sostenuta per i progetti, sin qui redatti, ed i famosi carotaggi effettuatati nel gennaio 2010 nei pressi di discariche e rampe autostradali.  

Spesso i sostenitori della TAV argomentano le loro ragioni sulla necessità di trasferire il trasporto su gomma, attualmente dominante, al sistema ferroviario, ma senza mai dire come farlo e da quando iniziare a disincentivare lo spostamento su strade dei pesanti auto mezzi merci. Ufficialmente la TAC permetterebbe, attuando i propositi oggi fermi allo stato di ipotesi, di ridurre l’inquinamento ambientale, senza però spiegare come bilanciare decenni di cantieri con relativi movimenti terra e sua collocazione altrove. 

Rimane, ultima ma non meno importante, la questione democratica. Democrazia dovrebbe significare “governo del popolo” (http://it.wikipedia.org/wiki/Democrazia), e non della sola maggioranza, mentre le Istituzioni democratiche dovrebbero essere l’espressione del popolo stesso, di cui sarebbero al servizio. Il paradosso, ancora una volta in casa TAV, è nell’assistere a figure al vertice dell’amministrazione pubblica che invocano l’esercito, e quindi la forza armata, per piegare la volontà di chi si oppone alla TAV stessa. Quindi colui che è eletto dai cittadini (sia esso presidente, assessore o sottosegretario) invoca con energia la militarizzazione di un proprio territorio e, cosa conseguente, la coercizione, anche tramite uso della  violenza, al fine di superare la resistenza dei suoi stessi cittadini, ed elettori.  

Il cantiere TAV si candida ad essere il più vistoso esempio di interesse privato in atto pubblico: un’opera che, in base ad un dogma definito interesse nazionale, tappa la bocca anche a coloro che pur essendo pro TAV indicano soluzioni geografiche diverse. Un cantiere che schiaccia la gente, i cittadini, e li piega alla sua volontà armata; un cantiere a cui sono assoggettate le istituzioni e su cui le stesse chiamano la sorveglianza dell’esercito. 

Molte contraddizioni, quindi, in quello che è, e rimane solo, un interesse sovranazionale non in capo alle popolazioni, ma a quell’economia che da tempo comanda su politici e stati medesimi. L’economia che vuole la TAV a tutti i costi, come farebbe Lucky Luciano, è quella degli affari sulla testa di cittadini ed ambiente: ossia l’economia che regge le fila dei governi e delle nazioni ed avente solo, quale unico scopo, il proprio benessere e profitto (in un’ottica di cecità e breve periodo). 

Ecco come e dove nasce la TAV tanto difesa da gran parte della politica del nostro ex Bel Paese. 

  


Lettera a La Stampa: TAV e Democrazia!!

30 Maggio 2011

Egregio Direttore, 

credevo di non provare più stupore, oramai, innanzi a niente, ma le ultime dichiarazioni rilasciate da alcuni esponenti delle Istituzioni piemontesi mi hanno dimostrato il contrario.  

Mi riferisco agli inviti fatti alle Forze dell’ Ordine di usare la “più assoluta determinazione” al fine di avviare il cantiere TAV presso la zona Maddalena di Chiomonte. Dichiarazioni paradossali guardando a coloro che le hanno formulate, ossia il Presidente della Provincia di Torino, l’Assessore ai Trasporti della Regione Piemonte e l’ex sindaco di Torino, poiché espresse da rappresentanti del popolo democraticamente eletti. 

La Democrazia in Italia soffre di una grave patologia degenerativa, per cui persone che dovrebbero rappresentare tutti i cittadini, alcuni amministratori pubblici, invocano l’uso della violenza da parte di cittadini, la polizia, a danno di altri cittadini, i contrari alla TAV.

Costoro, assessori e presidenti, anziché valutare con serietà le ragioni dell’avversione ad un’opera contestata, e le alternative possibili ad essa in una visione di programmazione ad ampio raggio, ritengono più efficace invocare l’uso della forza stessa: quasi a dire “non ho altre opzioni innanzi al dogma TAV se non inaugurare cantieri difesi dall’esercito, preparandomi ad anni di occupazione di parte del mio territorio, non potendomi permettere di fare il mio mestiere ossia disegnare soluzioni benefiche per tutta la collettività”. 

La scelta obbligata TAV, con tutti i suoi assurdi costi e la sua ampia inutilità ai fini annunciati, può costare oltre alleanza politiche anche lo spianamento fisico di chiunque la contrasti sul campo. Una prassi che rinnega l’espressione elettorale, un metodo che trasforma eletti in despoti assoluti con potere di vita e di morte sul loro stesso popolo.  

L’Italia democratica sancita dalla Costituzione sembra essere svanita tra cemento e mattoni, in un orgia di appalti ed appaltini che hanno priorità anche sui diritti umani e, più banalmente, di cittadinanza.       


Lettera aperta a “La Repubblica”.

23 Maggio 2011

Gentile Direttore,

ho letto con interesse il commento da Lei pubblicato qualche giorno addietro, ed a firma di Revelli. Il commento, ospitato sulle pagine del Suo quotidiano, trattava le ragioni dell’uscita dalle sedi di rappresentanza istituzionale delle forze di Sinistra.

L’analisi di Revelli andrebbe, a mio dire, discussa ulteriormente poichè apre, di fatto, ad un dibattito sul futuro della Democrazia in Italia: futuro che riguarda anche la presenza in Parlamento, e negli enti locali, delle forze politiche che si richiamano all’ideologia socialista e comunista. Forze che sembrano lasciare spazio ad altre di matrice, apparentemente, qualunquista oppure all’astensione.

Non avremo putroppo modo di farlo, a causa della scelta editoriale di fermarsi al dire che tali forze sono “schegge del sistema politico”.

Mi spiace, direttore, che Lei abbia scelto di dedicarci spazio solo per pubblicare il nostro necrologio, a firma Revelli, mentre durante la campagna elettorale non ho mai avuto il piacere, se non una volta in un quadro generale, di avere la Sua gradita attenzione.

Peccato poichè avevamo idee e proposte, in antitesi al vincitore sindaco, ma degne di essere portate alla conoscenza dei Suoi elettori, tra cui mi annovero.

La Democrazia, caro Direttore, passa anche come ben sa dalla libera informazione: cosa di cui avremmo tutti gran necessità, ma che a quanto pare non è garantita neppure da testate editoriali collocate idelamente nella casa del centrosinistra. Il giornalismo in Italia, forse, richiederebbe il coraggio di inchiesta e confronto libero, anche a Sinistra, e non solo spot elettorali.

Un saluto cordiale,

Juri Bossuto(già candidato Sindaco Comune di Torino.) 


www.juribossutosindaco.it

9 Aprile 2011

Invito tutti coloro che visitano questo sito a vedere anche: www.juribossutosindaco.it (se non è già chiuso).


Carcere: una questione insoluta da sempre!

4 Marzo 2011

Periodicamente la carta stampata, e conseguentemente l’opinione pubblica, si occupa del tema carcerario dimostrando, ogni volta, stupore e meraviglia per come si caratterizza quel lontano mondo.

A lunghi periodi in cui il silenzio sull’argomento regna sovrano, interrompendolo solo grazie a eccellenti arresti che spingono ignoti politici a recarsi in cella sotto lo sguardo dei media, si alternano brevi periodi in cui la popolazione sembra prendere coscienza di quegli edifici racchiudenti i “devianti”.

Una coscienza non sempre mossa da motivi di carattere umanitario, ma al contrario spesso partorita da allarmi sociali dedicati alla sicurezza, oppure al fenomeno dell’immigrazione clandestina. Il ritmo tramite il quale ci si occupa del pianeta carcere, sembra dettato dalla grandi campagne di sensibilizzazione alla difesa sociale: ossia la ricerca del nemico che si annida nella società, e da allontanare con rapidità, collega il suo agire alla conseguenza diretta che essa produce tramite la consegna, di questi, al penitenziario di riferimento.

Ogni periodo storico pare recare in sé i propri nemici, le prassi avverse, gli atteggiamenti da normare in difesa di nuovi interessi, la soluzione di isolamento per chi viola la vita comunitaria: sembrano mutare solo le categorie vittime della repressione, ma i meccanismi all’origine del tutto rimangono immutabili e radicati nella società.

Nei secoli scorsi Torino era flagellata da vagabondi che dormivano sotto i portici, e l’immigrazione dalle campagne portava nel capoluogo subalpino disagio e miseria. Lo sviluppo industriale necessitava di mano d’opera e minor uso della forca, mentre il furto diventava il reato che maggiormente intaccava gli interessi della nuova borghesia imprenditoriale. Lo stato doveva allora garantire, i suoi migliori cittadini, dalle azioni dannose provocate da quei soggetti che turbavano economia e tranquillità: vennero così moltiplicate le misure in via economica contro “i giovani oziosi” ed i penitenziari si attrezzarono ad imprigionare immigrati e ladri, sottraendo quelle braccia potenzialmente operose al boia.

Foucaul, nella sua opera “Sorvegliare e punire”, scrive che le riforme penitenziarie non maturano alcun frutto, rimandando sempre ai soliti sette punti di intervento ripetuti all’infinito, ossia: la detenzione quale occasione di trasformazione del detenuto, la pene modulate in base all’individuo reo, la classificazione dei detenuti, lavoro quale strumento essenziale alla socializzazione ed alla trasformazione del condannato, educazione del carcerato quale azione prioritaria del sistema pubblico, uso di personale specializzato in settori della struttura penitenziaria ed, infine, misure di assistenza per riadattare il detenuto stesso.

Il legislatore, quando redige proposte di legge sul carcere, sarebbe come una mosca impazzita imprigionata in un bicchiere di vetro, incapace di uscirne seguendo pensieri logici e razionali cosicché non entrarvi più una seconda volta.Garland individua il motivo determinante l’inefficacia delle riforme carcerarie, succedutesi nel tempo, nella dialettica libertà / controllo”. Tale dialettica, secondo il giurista, ha letteralmente caratterizzato gli anni che viviamo, condizionandone le scelte legislative. La liberazione sociale degli anni ’60 e la libertà di mercato diffusa negli anni ’80, hanno fatto crescere controllo sociale e repressione penale. Il mercato impone il controllo serrato sugli esclusi, che neppure sono attraenti in veste di consumatori, stabilendo il principio per cui “la criminalità è una decisione, non una malattia”.

Il quadro che emerge è quello di un immobilismo che perdura da decenni: la carenza di fondi, l’assenza di approfondimenti in merito, la difesa dello status quo sembrano impedire ogni ragionamento oggettivo sul sistema penale.Un esempio ulteriore viene fornito dal dibattito sull’ergastolo. La pena detentiva perpetua, che al 31 dicembre 2004 coinvolgeva 1.161 cittadini, si avvale di un nuovo modello ad uso burocratico che sostituisce la vecchia dicitura “fine pena: mai”. Oggi, gli ergastolani, vengono indicati quali persone libere nel 99/99/9999: una soluzione informatica che sembra farsi beffa di quei detenuti che vivono, in cella, le loro giornate senza porsi speranze o mete di recupero sociale.  Agli scritti del recluso Mele, impegnato nella denuncia dell’istituto ergastolo, si alternano quelli di Mario Gozzini il quale, nel 1988, affermava che l’ergastolo “di fatto non c’è più”. Nel 1981 il referendum popolare ha bocciato la sua abrogazione, mentre la Corte Costituzionale ha ritenuto legittimo il suddetto istituto penale poiché non in contrasto con l’articolo 27 della Carta costituzionale.

Il recupero sociale del detenuto, previsto dalla norma costituzionale, è garantito dalla possibilità di accedere alla libertà condizionata dopo 28 anni di reclusione, oppure alla semi libertà in seguito all’aver scontato 20 di prigionia. Secondo Gozzini le citate garanzie nella pratica forniscono un incentivo di libertà al condannato alla reclusione perenne, eliminando di fatto l’ergastolo: la difesa sociale dalle offese criminali sarebbe garantita in base al dominio delle norme scritte. Altri obietterebbero che il carcere quale luogo di segregazione in cui controllare i devianti, i diversi in quanto nemici della società onesta o presunta tale, è regolato da norme non sempre scritte, e la libertà condizionata non sempre viene emessa su basi certe.

Scorrendo i titoli dei giornali di questi ultimi anni emerge quanto affermato all’inizio. Il quotidiano “La Repubblica, del 22 settembre 2010, in un articolo denunciava 32.000 nuovi ingressi all’anno negli istituti penitenziari e le condizioni difficilissime vissute da chi vi entrava per la prima volta. Il giornalista scriveva, in chiusura al suo pezzo: “sicurezza e giustizia rendono le carceri simili ad una tonnara nel giorno di mattanza”. Seguivano i dati dei suicidi, 54 nel 2010 a settembre, e la superficie destinata ad ogni detenuto in cella: 2,66 metri quadri, al di sotto dei 3 definiti limite di guardia per non definire la reclusione quale tortura.

Quadro disperato di una situazione richiamata già il 15 novembre 1990, quando la rivista “ASPE” intitolava una sua inchiesta “Carcere indietro tutta”: al fine di evidenziare la distruzione attuata sulla legge Gozzini dai vari testi normativi su criminalità organizzata, immigrazione e tossicodipendenza.

Il quotidiano “Il Manifesto”, l’11 luglio 2004, prendeva atto della crisi del sistema detentivo e informava sulle nuove misure dirette solo alla costruzione di nuovi edifici carcerari. La mancanza di fondi, secondo il giornale, faceva prendere in considerazione l’idea di istituti privati oppure strutture in leasing fornendo ai costruttori la gestione stessa.

Notizie ed affermazioni che indicano la paralisi che insegue il sistema penitenziario da secoli, e da cui sembra impossibile trovare una via di uscita: poiché schiacciati tra luoghi comuni e qualunquismo.

Il direttore della casa circondariale Lo Russo Cotugno, già “carcere delle Vallette”, Buffa cita in un suo lavoro letterario Goffman, sottolineando in tal modo le difficoltà che prova chi, vivendo nel mondo libero, tenta di comprendere le dinamiche interne di un’istituzione coatta. Goffman si era detto convinto che un buon modo per apprendere qualcosa fosse quello di partecipare alla vita “internata” pur sapendo che “ogni carcere è una repubblica autonoma”. Le differenze che infatti caratterizzano le strutture detentive sono tra le medesime, a livello di organizzazione e regole, enormi e variegate: spesso la qualità della vita, di chi risiede in prigione, è determinata dalla professionalità in capo al direttore ed alla sua sensibilità.  Direttori, magistrati di sorveglianza, ministri del governo sono figure determinanti nell’esecuzione penale, a tal punto che a condanna simile non sempre segue identità di percorso punitivo.

Due reclusi potrebbero paradossalmente essere soggetti ad identica condanna, derivante da identica fattispecie di reato, ma percorrere strade molto diverse sino ad una parziale riduzione della stessa in capo ad uno dei due, e la piena esecuzione in capo all’altro.

La Rivoluzione francese ha avuto la capacità di modificare il rapporto corpo del condannato- Stato, creando una prassi che si è evoluta lentamente tra regole di mercato e voglia di sicurezza. Oggi, come ieri, contraddizioni e confusione sembrano essere i soli elementi su cui si incentra il dibattito sulla sempre annunciata riforma carceraria.

La Costituzione repubblicana in questo caso, come in tanti altri, rappresenta la punta più avanzata di una legislazione normativa mai portata a pieno compimento. Una Carta fondamentale a cui segue il nulla di un dibattito che non pone all’ordine del giorno il superamento del carcere, ma che si incentra solo sul “punire”  riabilitando desideri di vendetta che, sinceramente, speravamo relegati ad un profondo passato storico.   


Infine Laurea fu!

2 Marzo 2011

Mi scuso per questi mesi di silenzio, ma avevo un sospeso da lunghissimo tempo con la facoltà di giurisprudenza di Torino.

Martedì scorso mi sono laureato, ora potrò tornare ad essere più presente su questo blog!!!

Quindi a prestissimo……parlando delle comunali di Torino.


La democrazia passa dal silenzio e dall’accettazione?

16 Gennaio 2011

Il piano d’azione di coloro che reggono le fila del potere sembra terribile quanto preciso. Leggendo, nei giorni scorsi, La Stampa si poteva comprendere la concezione democratica in capo all’Associazione Quadri Fiat. Secondo il presidente di tale associazione non esiste agibilità sindacale in fabbrica: ne è prova la contestazione subita da chi illustrava in assemblea le ragioni del “SI”. Ancora una volta, quindi, passa il messaggio che la contestazione è prova di anti democraticità, dando in tal modo vita ad una teoria politica che ha già avuto le sue premesse nelle vicende universitarie.

Anche in occasione dell’ultimo movimento studentesco, infatti, ogni manifestazione di dissenso esplicita, nei riguardi della riforma Gelmini, veniva tacciata quale azione antidemocratica. Il paradosso è assoluto. La democrazia, secondo questi signori che ne sono alfieri, passerebbe per alcuni elementari punti che la certificherebbero come tale:

-          sistema elettorale a sbarramento 4% e premio di maggioranza, cosicché tenere fuori dal Parlamento i gruppi politici minori e garantire ampi numeri di consenso assembleare a chi governa;

-          sistema maggioritario di rappresentatività parlamentare, in modo da garantire due mega schieramenti intorno ai partiti egemoni, ed una rincorsa al voto dei moderati di centro da ambo le parti, annullando così ogni progetto sociale alternativo;

-          eliminazione del confronto sindacale, con rottura del fronte stesso tramite accordi separati frutto di ricatti del tipo “o accetti le condizioni capestro o me ne vado con gli stabilimenti altrove”;

-          insofferenza ad ogni contestazione delle scelte maturate nell’assenza di confronto con la popolazione, e cresciute in compenso con  i liberi suggerimenti delle lobbies interessate alle stesse;

-          uso della polizia quale strumento di ordine pubblico nelle piazze e durante le manifestazioni politiche;

-          separazione dei cittadini in gruppi di conflitto reciproco tra gli stessi in cui chi ha meno garanzie chiede non un suo miglioramento, ma il peggioramento delle condizioni dei garantiti, oppure più semplicemente chi sta meglio non si interessa di chi sta peggio (come i quadri Fiat hanno dimostrato nel referendum ultimo);

-          potere smisurato delle grandi imprese e delega delle decisioni in materia economica alle commissioni europee non elette democraticamente, ma ottimo alibi per poter fare dire ai governi nazionali “non possiamo fare niente sulle scelte industriali a causa dei patti comunitari europei”. 

Chi accusa altri di scarsa democrazia propugna sempre, e pubblicamente, i principi sopra elencati, dimostrando in modo lapalissiano che forse confonde alcuni termini di cui non conosce significato. L’errore che questi commette è grave poiché crede di difendere la democrazia ed invece instaura la dittatura, crede di vedere negli altri degli anti democratici ed invece ha di fronte a se una disperata richiesta di libertà, crede infine di difendere il diritto di espressione ed invece tutela solo i suoi interessi sacrificando un’intera comunità umana.

La democrazia di costoro, che lamentano scarsa agilità politica e sindacale laddove si contesta, ha un nome preciso che si cela dietro alla loro assoluta ipocrisia: regime dittatoriale del forte su tutti gli altri.  


Poveri noi! In un giorno solo anche i ciechi potevano vedere. Ma non hanno voluto aprire gli occhi per paura.

21 Ottobre 2010

I fatti che si sono succeduti nei giorni scorsi, bene rappresentano la sintesi di quanto sta avvenendo nel nostro Paese.

In un solo giorno abbiamo assistito al voto favorevole, seppur in sede di commissione, alle linee di principio del lodo Alfano (l’immunità del Presidente del Consiglio tra l’altro appena portato a giudizio per l’ennesima ipotesi di reato); alla relazione del Presidente della Corte dei Conti in cui si è evidenxiato che l’unico dato in crescita è la corruzione politica ed amministrativa; alla curiosa e politica sentenza del Consiglio di Statro che sospende il riconteggio dei voti in Piemonte, accogliendo il ricorso di Cota; al voto del Parlamento, unanime, in cui si evidenzia la priorità assoluta dell’opera TAV sulla tratta Torino- Lione (il cui costo suera i 100 milioni al chilometro); al voto negativo del Parlamento per quanto riguarda l’autorizzazione a procedere nei confronti di Lunardi (grande si Tav da sempre).

Credo  che non occorra aggiungere altro. Ogni altra parola rischia davvero di essere prolissa, basta guardare la classe politica che ci governa e, purtroppo, anche parte di quella all’opposizione.

Tutti unanimi sulla necessità di buttare soldi, e devastare una parte della regione Piemonte, grazie al Tav: tutti unanimi a sponsorizzare una spesa folle mentre sanità ed istruzione affondano in un pantano fatto di disattenzioni e tagli senza senso alcuno. Tutti pronti ad auto assolversi magari immaginando già nuove frontiere ricche di facilio speculazioni.

Dove è finito l’interesse cosiddetto collettivo, dove la dignità di chi ci dovrebbe rappresentare e dove, soprattutto la nostra! Guardate la Francia, o la Valle Susa, e la dignità la riconoscete, ma altrove?

A guardare questa Italia viene da rimpiangere Cavour: povera Italia, povero Risorgimento! Poveri noi!

  


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