Sembra fatto sconcertante, ed impossibile da concepirsi, la facilità con cui un manager, strapagato generalmente, cancella dal territorio un’ azienda con un tratto di penna. Una riga d’inchiostro sotto cui cadono lavoratori, famiglie e amministrazioni comunali.L’unica motivazione che muove la mano, che si dedica alla cancellazione di stabilimenti produttivi, è il “profitto”, ossia la ricerca di salari al limite della sopravvivenza unita agli incentivi, di localizzazione, rilasciati da molti stati esteri.

Su tale premessa in pochi anni, centinaia di imprese piemontesi hanno alzato la vela per dirigersi nei porti di Polonia, india, Romania, Serbia, Ungheria, Brasile e Cina.Il risultato è uno svuotamento lento della produzione che comporta, nel breve periodo, uno stato di miseria per numerose famiglie  e la desertificazione territoriale.

Cabind, Eaton, Dyco, Danfoss, Bialetti, Stampal sono solo alcune delle tante fabbriche che hanno chiuso i battenti, accollando (mentendo spudoratamente) la colpa alla crisi, per portare le macchine all’estero.Attualmente un peggioramento della situazione, già drammatica di suo, deriva dalla scelta di Fiat: marchio in gran parte a capitale pubblico, i cui dirigenti hanno da poco avviato una duplice sfida. Fiat ha scelto i suoi nuovi campi di battaglia:  da una parte l’assalto ai diritti dei lavoratori (Pomigliano) tramite il ricatto della delocalizzazione produttiva; dall’altro il passare direttamente ai fatti presso Mirafiori, dove lo stabilimento guarda al prossimo trasloco in Serbia.

Eppure per impedire la generazione in premessa, bastava davvero poco: una legge, ad esempio, come quella da noi presentata nella scorsa legislatura regionale. Una legge dai pochi e chiari articoli: finanziamenti a chi si impegna a non fuggire via dal territorio, riconoscendo al contempo i diritti costituzionali e sindacali ai lavoratori; rimborso e restituzione di quanto erogato in caso di violazione del contratto stipulato dall’azienda con l’Ente finanziatore; costituzione di un fondo per promuovere l’imprenditorialità collettiva in capo ai dipendenti.Una proposta di legge definita dalla coppia Bresso-Morgando “troppo socialista e statalista”, e quindi liquidata con il suo affossamento dal centro sinistra. Ora Cota pare abbia voluto appropriarsi dei principi base della nostra proposta anti delocalizzazione, naturalmente epurando il testo da ogni riferimento all’autogestione aziendale dei lavoratori.

Una contraddizione che lascia senza fiato: la Lega coglie parte di quanto il PD ha negato per lungo tempo alla sinistra. Questa storia porta i segni chiari di quanto si poteva e non si è voluto fare, salvo piangere sul latte versato. Un insegnamento del valore che porta ancora in sé la lotta: unica speranza per una giustizia reale nel mondo del lavoro.

Unica speranza per fare si che la proposta di legge, di cui ero primo firmatario ed oggi assunta da Artesio, diventi un reale freno allo sfruttamento dei lavoratori.  

 

Condivido la spietata ironia che Gramellini riversa sulla prima pagina de “La Stampa” di ieri. Condivido con amarezza ,e con il doloro finale, di chi prende atto di un crollo annunciato da tempo  ed anticipato da mille scricchiolii. Il dolore è ancora più grande se si considera la discussione lacerante, tanto per cambiare, che ha coinvolto il mio partito sui temi dell’alleanza regionale, a cui sono stato sempre contrario.

La scelta dell’ex presidente della regione piemontese di rinunciare al ricorso in cambio della propria conferma in Europa, bene ci narra del concetto di politica attuale: non contano idee, principi e speranze, conta solo lo scambio personale. O meglio questi concetti metafisici, pieni di filosofia sociale, contano solo più per gli elettori, i quali si otturano il naso da decenni per votare “il meno peggio” e fermare l’ascesa delle destre: poveri idealisti, poco concreti e “ingenuamente” preoccupati dei danni che il nuovo assessore al lavoro potrebbe causare alle politiche a lui delegate.

Non è stata quella di ieri una nobile pagina, anzi è stata la cornice di cinque anni passati più a tutelare interessi di singole lobby, vedi la TAV, che quelli della comunità che ci aveva espresso. Laicità, difesa della scuola pubblica, difesa della rappresentanza democratica, difesa dei diritti e dei territori sono temi spesso sacrificati ai principi del tatticismo e della politica di piccolo cabotaggio.

Che delusione Presidente se penso alle lezioni di moralismo con cui ci aveva deliziato in tante occasioni in consiglio, lezioni da cui erano naturalmente esentati i poteri reali ed i premi letterari internazionali; che delusione se ricordo le tante volte in cui, contestata da dialettiche politiche naturali di maggioranza, ci ricordava che eravamo “nessuno” e come Ella stessa poteva vivere anche senza l’indennità regionale, al contrario nostro.

L’ultima campagna elettorale regionale è stata l’apoteosi delle scorrettezze e delle pratiche malsane, a destra come a sinistra. Nella Sua lista qualcuno pare proprio abbia fatto stravaganti incontri con i cittadini a spese del pubblico, riuscendo in fine a partorire due gruppi uniti, solo nelle parole, nel Suo nome.

La magistratura torinese è molto impegnata a vigilare sui centri sociali, gravissimo problema cittadino che non toglie il sonno ad alcuno, chissà quando vigilerà anche su una politica oramai degradata su interessi  che tutto sono fuorché politici. Non mi interessa sapere ora se era meglio all’epoca candidare Chiamparino o Bresso,  specialmente alla luce delle loro considerazioni sulla sinistra, mi interessa invece guardare ad una scena pubblica pulita  e priva di “meno peggio”: a servizio della collettività, dei più deboli.