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Market sociale, 120mila euro al progetto flop

PRENDI dei locali pubblici, aggiungici centoventimila euro, sempre pubblici, e dalli a una fondazione privata per mettere in piedi un market.

Un “negozio sociale” con prezzi calmierati, secondo gli ideatori del progetto, e non c’ è motivo al momento per dubitarne, ma pur sempre un piccolo supermercato: con la sola differenza che in questo caso a metterci i soldi è stato il contribuente, perché assieme alla vendita di prodotti a chilometri zero il market aveva il compito di distribuire - e i diretti interessati sostengono di averlo fatto per due anni - la bellezza di 30 pacchi viveri, una volta alla settimana, ad altrettante famiglie del quartiere. Progetto considerato lodevole agli occhi di alcuni (tanto da essere sostenuto dalla Circoscrizione 2 presieduta allora dal consigliere regionale Andrea Stara), quello del «Punto vendita» della Agrisocialcoop, come ancora recita l’ insegna affissa in via De Canal 33 bis, quartiere Mirafiori Nord, si è concluso con un flop clamoroso. Dieci mesi, tra il novembre del 2011 e l’ agosto del 2012, sono bastati per mandare in fumo quei 120mila euro stanziati da Urban 2 a favore di una fondazione, «Dare», nata apposta il 6 dicembre 2010 senza capitale sociale, se non quello che sarebbe arrivato dagli ultimi rimasugli del grande piano di riqualificazione europeo di Mirafiori.

C’ è chi adesso chiede il conto di quell’ esperienza, come la lista civica «La Piazza» che ha presentato un esposto alla Procura della Corte dei Conti per chiedere di verificare un eventuale danno erariale. Compresii canoni mai pagati- si parla di 6.400 euro - nonostante i locali che un tempo ospitavano un centro di orientamento al lavoro fossero stati concessi dalla Circoscrizione con un affitto agevolato di 3.200 euro all’ anno, cioè un abbattimento del 90 per cento rispetto al valore di mercato. Prendere gli alimenti invendutie metterli sul mercatoa prezzi popolari, oppure distribuirli gratis alle famiglie povere, era l’ idea originaria. Insieme con questi sarebbero stati venduti anche i prodotti freschi della cooperativa Agrisocial, tra i soci fondatori della Fondazione Dare. «Peccato che il progetto realizzato si sia rivelato completamente diverso rispetto a quello presentato all’ inizio» fa notare Marco Muzzarelli, che siede oggi tra i banchi della Sala Rossa ma che allora era coordinatore al Commercio della Circoscrizione 2. La piega sembra essere un’ altra. C’ è chi, come riporta la denuncia alla magistratura contabile, fa notare come la merce «non si discosti né nella tipologia né nel prezzo da quella venduta nei negozi limitrofi». Il presidente della Fondazione Dare, Giovanni Paciariello, smentisce: «I prezzi erano ottimi, vendevamo il filetto a 10 euro al chilo, il pane a un euro, con un servizio sociale enorme». Il negozio resta aperto dieci mesi. Finita l’ estate 2012 chiude. «La politica ha smesso di aiutarci, i locali non erano idonei, ci pioveva dentro.

E la Circoscrizione, dopo le elezioni e il cambio di presidenza, non ci ha più messo nelle condizioni di andare avanti» dice Paciariello. Dieci mesi non bastano però per rispettare i tempi minimi di apertura imposti dal progetto, che erano di due anni. Paciariello sostiene che si sia andati avanti fino alla scadenza dei termini necessari: «Ci ho rimesso tremila euro di tasca mia per fare andare avanti il piano da settembre a maggio con la distribuzione dei pacchi viveri: solo in un anno abbiamo dato 90 tonnellate». Come siano stati spesi i 120mila euro, tuttavia, è una delle domande che restano alla fine. «Ci è stata fatta vedere una relazione con il rendiconto di quei fondi, ma è mai stata verificata?», chiede il consigliere di La Piazza, Marco Barla. «I soldi sono spariti in un attimo - risponde Paciariello - Perché li abbiamo spesi per adeguare i locali, comprare il furgone, i frigoriferi, il bancone».

GABRIELE GUCCIONE

Mettiamo il caso che un comune, in linea con le scelte di un governo, decida di esternalizzare alcuni servizi pubblici. Mettiamo sempre il caso che lo faccia ufficialmente perché ha violato il patto di stabilità e conti di risparmiare, sul proprio bilancio, affidandosi al privato ed alle fondazioni (ossia privatizzando). Pensiamo inoltre ad un comune che, nell’assegnare i servizi ai nuovi gestori privati, fornisca loro anche una lista di proscrizione contenente i nominativi dei lavoratori, anch’essi esternalizzati ed ex precari, un po’ troppo ribelli. Insomma immaginiamo quindi un ente pubblico non del tutto capace nell’applicare i principi costituzionali a tutela del lavoro e della libera espressione.

Immaginiamo sempre che la nazione, a cui appartiene il comune di cui sopra, sia attraversata da un vento, che soffia da oramai da oltre vent’anni, che la spinge ad abbandonare le proprie attività sociali, per assegnarle alle imprese cooperative esterne, oppure a vere e proprie aziende (come accade sovente nella Sanità) che già si occupano dei beni comuni.  

In tale contesto il vento viene alimentato da chi, in politica, sostiene la necessità che lo Stato non occupi la società con proprie attività sottolineando, al contempo, la piena avversione allo statalismo quale principio di governo poiché, affermano costoro, frena lo sviluppo e l’occupazione.

Immaginiamo ancora, quindi, che proprio nel nome del lavoro quella nazione, molti anni indietro, abbia varato una serie di norme a favore del lavoro precario rassicurando, al contempo, i suoi cittadini tramite rappresentazioni di imprese felici, grazie a quelle leggi, e prosperità per tutti: lavoratori ed imprenditori.

Ora facciamo uno sforzo di fantasia e proviamo ad immaginare quale epilogo potrebbe avere la nostra storia fantastica. Ad esempio scoprire, dopo martellanti messaggi mediatici generosi nell’elencare i benefici della precarietà, che nel comune di cui sopra la disoccupazione giovanile superi il 20 % e che l’impresa industriale abbandona la nazione in cerca di più facili guadagni.

Immediatamente dopo si potrebbe verificare che lo Stato è si uscito dai servizi pubblici, ma per metterci il privato “amico”, ovvero soggetti legati ai politici e non allo Stato stesso: ossia a questo è subentrato il potere clientelare partitico con tutta la sua grande area di influenza. Potremmo dire che in quella città si ripete la Storia: in passato lavorava chi aveva in tasca la tessera del Partito Nazionale Fascista, ora chi può disporre di un pacchetto di voti (magari equamente suddivisi) in aggiunta alla tessera medesima. La Democrazia è quindi maturata. 

A questo punto potremmo pensare che la nostra storia abbia risvolti da 48, oppure che la classe politica, dopo aver misurato i propri fallimenti, rivoluzioni le sue scelte in merito. Invece no.

La gente porta i suoi bambini nei nuovi servizi affidati a fiduciari del partito al potere, i lavoratori (sempre gli stessi) operano con un nuovo contratto e paghe ottocentesche, seppur superiori a colleghi che beneficiano invece di salari settecenteschi, mentre il comune suddivide il suo popolo in buoni e cattivi: i primi lavorano con riconoscente precarietà o allegro salario da semi fame; gli altri guardano mentre il popolo applaude e balla sotto il palco del gruppo rock alla moda e, soprattutto, amico degli amici comunali.

Contemporaneamente consiglieri e politici vari, dalle proposte dimostratesi fallimentari, continuano imperterriti per la loro strada scavalcando i disoccupati e dispensando, ancora, lezioni di buon governo a destra ed a manca.

Insomma la nostra storia è immaginaria e non a lieto fine, ma soprattutto è interattiva: se vogliamo possiamo cambiarla con un piccolo sforzo di partecipazione, poiché il finale non è scritto nel destino. Se vogliamo possiamo, parola dell’autore!

La Stampa in edicola ieri riportava due interessanti lettere contenute nella rubrica “Specchio dei Tempi”.

La prima narrava la cinica, insopportabile, insistenza di una compagnia telefonica che è riuscita prima ad imporre il cambiamento del gestore ad una signora afflitta da Alzheimer, quindi non titolata a farlo, e poi ad impedirle di recedere dal nuovo patto poiché necessaria la dichiarata volontà della medesima. 

La seconda lettera invece conteneva una lamentela di una cittadina nei confronti dell’agenzia trasporti torinese, di cui un addetto ha verbalizzato una sanzione non dovuta, ma a nulla è valsa l’opposizione alla multa se non nel comportare il pagamento, alla fine del faticoso percorso burocratico di difesa, del doppio della contravvenzione stessa. 

Le due lettere hanno destato la mia attenzione poiché credo che bene ritraggano le conseguenze derivanti dalla privatizzazione dei servizi alla collettività: l’abbandono delle persone a se stesse ed il loro continuo soccombere innanzi al privato.

Con l’uscita della gestione pubblica dal cosiddetto mercato, il cittadino non è stato più considerato tale dagli erogatori delle prestazioni, ma semplicemente un papabile cliente a cui prendere il più possibile. La corsa ad accaparrarsi un nuovo utente, sia nella telefonia che nel settore energie, non conosce limiti di decenza giungendo a proporre, attraverso canali strettamente impersonali, presunti vantaggiosi contratti a cui accedere con un semplice “si” dichiarato alla cornetta telefonica. Un sistema che facilita truffe e ricerche persecutorie nei riguardi dei cittadini soprattutto anziani. Idem per i trasporti che hanno il compito di fare cassa senza assolutamente affidarsi alla comprensione oppure alla pietà umana: chi non paga viene punito pesantemente, ogni appello viene reso difficile nella sua trafila burocratica, cosicché anche chi può dimostrare le sue legittime ragioni, come nel caso descritto nella rubrica “Specchio dei Tempi”, si vede costretto a soccombere. 

Eppure mai come oggi continuano a dirci che la privatizzazione è giusta nonché bella, anche se sfido tutti a farmi un solo esempio di privatizzazione utile agli utenti ed all’economia pubblica.  

Gran parte della politica sembra non voler vedere cosa sta accadendo intorno a se stessa. Diritti assoluti, personali e decenza sembrano affondare ogni giorno di più sotto il tallone dell’interesse di mercato. Chi viene eletto nelle pubbliche istituzioni si adatta molto bene al contesto sprezzante, verso ogni buona fede, che è venuto a crearsi nelle pieghe della società connessa agli affari facili. 

Lo testimonia il fare politica unito a doppio filo con il sistema clientelare. In questi giorni un esponente del mondo politico cittadino sembra abbia consegnato, ad alcuni suoi elettori, una decina di posti di lavoro legati ad un nuovo centro commerciale collocato a Torino Nord, nei pressi dell’ex stadio delle Alpi, mentre un altro (dello schieramento opposto) si dice sia riuscito ad inserire ancora una volta associazioni e consorzi, a lui vicini, in assegnazioni di immobili appena ristrutturati a spese del capoluogo piemontese. 

Stare sul territorio non credo voglia dire fare regalie ai propri amici, ma comprendere le difficoltà in cui si vive quotidianamente e combattere per l’affermazione dei diritti violati. Purtroppo vige il contrario a favore di valvassori e valvassini feudali, introducendo nuovamente un sistema dove progetti pubblici ed assunzioni avvengono quasi solo più per raccomandazione e voto di scambio: ombre di un terribile medio evo su cui nessuno accende lumi, neppure chi dovrebbe ordinare indagini ed invece guarda solo a chi manifesta dissenso in valle Susa.