CARTA STRACCIA in POLITIKA – Il blog di JURI Bossuto

Ecco alcuni frutti del voto espresso dalla maggioranza dei torinese e degli italiani.

Scritto da juribossuto.it il 28 luglio 2011

Assistenza Anziani comune di Torino: gli assistiti firmano contratto (PAI) con comune di Torino (servizi sociali). Il servizio fa capo alla cooperatica CILTE di via San Marino. La quota di assistena viene pagata per metà dal Servizio Nazionale e metà dalle famiglie se non indegenti. La cosa interessante è che la cooperativa si affida non a propri lavoratori ma all’agenzia iterinale Obiettivo Lavoro. Questa ha aumentato il costo del servizio che va a gravare alle famiglie, acquisito senza modificare il contratto che scade il 31 dic 2011.

Alla sua contestazione, fatta da alcuni utenti, questi hanno minacciato di ritirare il servizio ed i medesimi hanno, così, dovuto trattare con l’agenzia iterinale e non con il comune.

Sbaglio o è una privatizzazione nella privatizzazione. Inoltre hanno messo dirigenti dei servizi sociali a scavalco su più quartieri: sta crollando il welfare a Torino.

A questo si aggiunge il desiderio di affidare le scuole materne alle Fondazioni, comprese le compagnie religiose, mentre l’Assessore Pellegrino (Sel) afferma che la gestione privata delle stesse costa meno di quella pubblica.

Siamo alla frutta? Può essere.

Mentre le attenzioni vanno tutte al TAV, dove si è pronti  spendere miliardi di euro gettandoli dai finistrini ad alta velocità, il comune crolla sotto il peso dei tagli governativi ma anche dei proprin inopportuni debiti.

Meno male che ci pensa Borghezio, con l’ideologia della xenofobia armata, a risolvere tutto da qui a qualche mese.

Attenzione, apriamo gli occhi e vigiliamo sui nostri Diritti e sulla agognata Libertà.

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Carcere: una questione insoluta da sempre!

Scritto da juribossuto.it il 4 marzo 2011

Periodicamente la carta stampata, e conseguentemente l’opinione pubblica, si occupa del tema carcerario dimostrando, ogni volta, stupore e meraviglia per come si caratterizza quel lontano mondo.

A lunghi periodi in cui il silenzio sull’argomento regna sovrano, interrompendolo solo grazie a eccellenti arresti che spingono ignoti politici a recarsi in cella sotto lo sguardo dei media, si alternano brevi periodi in cui la popolazione sembra prendere coscienza di quegli edifici racchiudenti i “devianti”.

Una coscienza non sempre mossa da motivi di carattere umanitario, ma al contrario spesso partorita da allarmi sociali dedicati alla sicurezza, oppure al fenomeno dell’immigrazione clandestina. Il ritmo tramite il quale ci si occupa del pianeta carcere, sembra dettato dalla grandi campagne di sensibilizzazione alla difesa sociale: ossia la ricerca del nemico che si annida nella società, e da allontanare con rapidità, collega il suo agire alla conseguenza diretta che essa produce tramite la consegna, di questi, al penitenziario di riferimento.

Ogni periodo storico pare recare in sé i propri nemici, le prassi avverse, gli atteggiamenti da normare in difesa di nuovi interessi, la soluzione di isolamento per chi viola la vita comunitaria: sembrano mutare solo le categorie vittime della repressione, ma i meccanismi all’origine del tutto rimangono immutabili e radicati nella società.

Nei secoli scorsi Torino era flagellata da vagabondi che dormivano sotto i portici, e l’immigrazione dalle campagne portava nel capoluogo subalpino disagio e miseria. Lo sviluppo industriale necessitava di mano d’opera e minor uso della forca, mentre il furto diventava il reato che maggiormente intaccava gli interessi della nuova borghesia imprenditoriale. Lo stato doveva allora garantire, i suoi migliori cittadini, dalle azioni dannose provocate da quei soggetti che turbavano economia e tranquillità: vennero così moltiplicate le misure in via economica contro “i giovani oziosi” ed i penitenziari si attrezzarono ad imprigionare immigrati e ladri, sottraendo quelle braccia potenzialmente operose al boia.

Foucaul, nella sua opera “Sorvegliare e punire”, scrive che le riforme penitenziarie non maturano alcun frutto, rimandando sempre ai soliti sette punti di intervento ripetuti all’infinito, ossia: la detenzione quale occasione di trasformazione del detenuto, la pene modulate in base all’individuo reo, la classificazione dei detenuti, lavoro quale strumento essenziale alla socializzazione ed alla trasformazione del condannato, educazione del carcerato quale azione prioritaria del sistema pubblico, uso di personale specializzato in settori della struttura penitenziaria ed, infine, misure di assistenza per riadattare il detenuto stesso.

Il legislatore, quando redige proposte di legge sul carcere, sarebbe come una mosca impazzita imprigionata in un bicchiere di vetro, incapace di uscirne seguendo pensieri logici e razionali cosicché non entrarvi più una seconda volta.Garland individua il motivo determinante l’inefficacia delle riforme carcerarie, succedutesi nel tempo, nella dialettica libertà / controllo”. Tale dialettica, secondo il giurista, ha letteralmente caratterizzato gli anni che viviamo, condizionandone le scelte legislative. La liberazione sociale degli anni ’60 e la libertà di mercato diffusa negli anni ’80, hanno fatto crescere controllo sociale e repressione penale. Il mercato impone il controllo serrato sugli esclusi, che neppure sono attraenti in veste di consumatori, stabilendo il principio per cui “la criminalità è una decisione, non una malattia”.

Il quadro che emerge è quello di un immobilismo che perdura da decenni: la carenza di fondi, l’assenza di approfondimenti in merito, la difesa dello status quo sembrano impedire ogni ragionamento oggettivo sul sistema penale.Un esempio ulteriore viene fornito dal dibattito sull’ergastolo. La pena detentiva perpetua, che al 31 dicembre 2004 coinvolgeva 1.161 cittadini, si avvale di un nuovo modello ad uso burocratico che sostituisce la vecchia dicitura “fine pena: mai”. Oggi, gli ergastolani, vengono indicati quali persone libere nel 99/99/9999: una soluzione informatica che sembra farsi beffa di quei detenuti che vivono, in cella, le loro giornate senza porsi speranze o mete di recupero sociale.  Agli scritti del recluso Mele, impegnato nella denuncia dell’istituto ergastolo, si alternano quelli di Mario Gozzini il quale, nel 1988, affermava che l’ergastolo “di fatto non c’è più”. Nel 1981 il referendum popolare ha bocciato la sua abrogazione, mentre la Corte Costituzionale ha ritenuto legittimo il suddetto istituto penale poiché non in contrasto con l’articolo 27 della Carta costituzionale.

Il recupero sociale del detenuto, previsto dalla norma costituzionale, è garantito dalla possibilità di accedere alla libertà condizionata dopo 28 anni di reclusione, oppure alla semi libertà in seguito all’aver scontato 20 di prigionia. Secondo Gozzini le citate garanzie nella pratica forniscono un incentivo di libertà al condannato alla reclusione perenne, eliminando di fatto l’ergastolo: la difesa sociale dalle offese criminali sarebbe garantita in base al dominio delle norme scritte. Altri obietterebbero che il carcere quale luogo di segregazione in cui controllare i devianti, i diversi in quanto nemici della società onesta o presunta tale, è regolato da norme non sempre scritte, e la libertà condizionata non sempre viene emessa su basi certe.

Scorrendo i titoli dei giornali di questi ultimi anni emerge quanto affermato all’inizio. Il quotidiano “La Repubblica, del 22 settembre 2010, in un articolo denunciava 32.000 nuovi ingressi all’anno negli istituti penitenziari e le condizioni difficilissime vissute da chi vi entrava per la prima volta. Il giornalista scriveva, in chiusura al suo pezzo: “sicurezza e giustizia rendono le carceri simili ad una tonnara nel giorno di mattanza”. Seguivano i dati dei suicidi, 54 nel 2010 a settembre, e la superficie destinata ad ogni detenuto in cella: 2,66 metri quadri, al di sotto dei 3 definiti limite di guardia per non definire la reclusione quale tortura.

Quadro disperato di una situazione richiamata già il 15 novembre 1990, quando la rivista “ASPE” intitolava una sua inchiesta “Carcere indietro tutta”: al fine di evidenziare la distruzione attuata sulla legge Gozzini dai vari testi normativi su criminalità organizzata, immigrazione e tossicodipendenza.

Il quotidiano “Il Manifesto”, l’11 luglio 2004, prendeva atto della crisi del sistema detentivo e informava sulle nuove misure dirette solo alla costruzione di nuovi edifici carcerari. La mancanza di fondi, secondo il giornale, faceva prendere in considerazione l’idea di istituti privati oppure strutture in leasing fornendo ai costruttori la gestione stessa.

Notizie ed affermazioni che indicano la paralisi che insegue il sistema penitenziario da secoli, e da cui sembra impossibile trovare una via di uscita: poiché schiacciati tra luoghi comuni e qualunquismo.

Il direttore della casa circondariale Lo Russo Cotugno, già “carcere delle Vallette”, Buffa cita in un suo lavoro letterario Goffman, sottolineando in tal modo le difficoltà che prova chi, vivendo nel mondo libero, tenta di comprendere le dinamiche interne di un’istituzione coatta. Goffman si era detto convinto che un buon modo per apprendere qualcosa fosse quello di partecipare alla vita “internata” pur sapendo che “ogni carcere è una repubblica autonoma”. Le differenze che infatti caratterizzano le strutture detentive sono tra le medesime, a livello di organizzazione e regole, enormi e variegate: spesso la qualità della vita, di chi risiede in prigione, è determinata dalla professionalità in capo al direttore ed alla sua sensibilità.  Direttori, magistrati di sorveglianza, ministri del governo sono figure determinanti nell’esecuzione penale, a tal punto che a condanna simile non sempre segue identità di percorso punitivo.

Due reclusi potrebbero paradossalmente essere soggetti ad identica condanna, derivante da identica fattispecie di reato, ma percorrere strade molto diverse sino ad una parziale riduzione della stessa in capo ad uno dei due, e la piena esecuzione in capo all’altro.

La Rivoluzione francese ha avuto la capacità di modificare il rapporto corpo del condannato- Stato, creando una prassi che si è evoluta lentamente tra regole di mercato e voglia di sicurezza. Oggi, come ieri, contraddizioni e confusione sembrano essere i soli elementi su cui si incentra il dibattito sulla sempre annunciata riforma carceraria.

La Costituzione repubblicana in questo caso, come in tanti altri, rappresenta la punta più avanzata di una legislazione normativa mai portata a pieno compimento. Una Carta fondamentale a cui segue il nulla di un dibattito che non pone all’ordine del giorno il superamento del carcere, ma che si incentra solo sul “punire”  riabilitando desideri di vendetta che, sinceramente, speravamo relegati ad un profondo passato storico.   

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Chiude la mensa, un’altra botta sociale per Torino.

Scritto da juribossuto.it il 15 maggio 2010

Nel pomeriggio di sabato 15 maggio, la mensa per i poveri di via Nizza, servirà l’ultimo pasto. Da “domani” si annuncia una chiusura della stessa a tempo indeterminato.

Il servizio della mensa, curato da un’organizzazione ecclesiastica, è stato per anni l’unica speranza alla portata di migliaia di persone. Un servizio che ha compensato anche molte carenze pubbliche, in merito alla distribuzione di pasti caldi a chi impossibilitato a far fronte ai propri bisogni.

E’ penoso pensare alle probabili speculazioni che potrebbero interessare l’area della mensa, nonché quanto strida la scelta di chiusura con le parole espresse dal Santo Padre in visita recente alla città.

Essere, nella Torino dei Santi Sociali, vicini all’emarginazione significa ampliare questi servizi anziché chiuderli: mi appello alle Istituzioni civili e religiose per trovare al più presto una soluzione che dia continuità al servizio di mensa oramai di fatto soppresso.

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Torino sembra scegliere la via autoritaria.

Scritto da juribossuto.it il 15 maggio 2010

Sinceramente non comprendo la scelta che ha condotto agli arresti, ed al rastrellamento collegato, di alcuni giovani appartenenti a centri o case occupate torinesi.

A distanza di alcuni giorni continuo a cercare di comprendere su quali reali motivazioni politiche, si è attuata una misura repressiva di tale portata.

Mi stupisce anche l’aver di fatto rischiato, con questa operazione, di infrangere una tregua utile, alle Istituzioni, al fine di assicurare un regolare svolgimento alla manifestazione, turistico religiosa, legata alla Sindone. Una tregua rispettata invece dai movimenti torinesi e No Tav, come gli stessi hanno dimostrato adeguandosi alla scelta, quasi provocatoria, di vietare l’ utilizzo della piazza San Carlo in occasione del  Primo Maggio.

Spero non sia questo il biglietto da visita della nuova giunta Cota e mi appello al senso democratico di chi ancora si definisce tale nella Torino “che conta”, richiamando tutti alla vigilanza verso la continua negazione del diritto di opinione: una negazione frutto di una involuzione autoritaria di molte Istituzioni solo ufficialmente democratiche.

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Banca Italia svende tra sprechi e incuranza verso il destino delle attività commerciali.

Scritto da juribossuto.it il 3 febbraio 2010

 Gentile ed Illustrissimo Presidente,Gentile Governatore, 

con la presente è mia intenzione segnalare alla Vostra attenzione il mio personale disagio nell’osservare le scelte, gestionali, attuate da Banca Italia Torino. La medesima ha sede in via Arsenale, in un palazzo storico che, in passato, era anche residenza di affittuari, parti contrattuali con Banca d’Italia, privati e commerciali. Lentamente Banca d’Italia non ha rinnovato i contratti di locazione e l’edificio si è lentamente svuotato riducendosi ad ospitare, oltre la Banca, due attività commerciali a cui è già stata comunicata l’intenzione di non rinnovare il patto, giungendo in un caso al proprio e vero sfratto esecutivo. 

La piccola impresa sfrattata è un bar, la cui licenza è stata acquisita da non molto tempo dalla famiglia che lo conduce, la quale è sull’orlo della disperazione in seguito alla cessata attività forzata verso cui va incontro. In tempi di grave crisi economica, come gli attuali, ritengo paradossale che Banca d’Italia crei altri tre disoccupati almeno, così come è assurda la collocazione di un ponteggio a ridosso della facciata aulica del palazzo che da quattro anni ne caratterizza i contorni: ponteggio elevato a causa di un tema architettonico pericolante il cui costo di messa in sicurezza, probabilmente, era minore del noleggio dei tubi in ferro medesimi.

Il tutto sembra sempre più un grande spreco di risorse pubbliche: alloggi ed esercizi vuoti da anni con il mancato introito conseguente, si sommano al costo del ponteggio stesso. Suggerirei, con umiltà, che sarebbe cosa opportuna evitare gli ultimi sfratti almeno sino all’alienazione effettiva dello stabile: un piccolo gesto di umanità ed intelligenza in mezzo a tanti atti incomprensibili e, ritengo, opposti al concetto di chi amministra da “Buon padre di famiglia” i beni pubblici. 

Ringrazio per l’attenzione prestata a questa mia e, con l’occasione, porgo i più cordiali saluti.     

 

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Abolita l’antica norma che tutelava i cittadini dagli abusi di potere pubblico.

Scritto da juribossuto.it il 29 settembre 2009

ORDINE DEL GIORNO

OGGETTO: abrogazione dell’art. 4 del decreto legislativo luogotenenziale n. 288 del 14 settembre 1944.  

Premesso che: ·        recentemente, tramite l’istituto del voto di fiducia, il Senato della Repubblica Italiana ha abrogato l’art. 4 del decreto legislativo luogotenenziale n. 288 del 14 settembre 1944; ·        l’articolo abrogato prevedeva che i cittadini sono esenti da sanzioni “quando il Pubblico Ufficiale o incaricato di Pubblico Servizio ovvero il Pubblico Impiegato abbia causato la reazione dei cittadini eccedendo con atti arbitrari i limiti delle sue attribuzioni”; ·        l’art. 4 del decreto legislativo luogotenenziale n. 288 del 14 settembre 1944 era di fatto un’esimente infatti nei casi previsti dal medesimo, ossia cittadino che agisca in modo penalmente rilvante in seguito ad arbitri da parte di personale pubblico, non si applicano in capo al soggetto dante causa le disposizioni dell’articolo 337 e 339 c.p.; ·        si assiste nel silenzio assoluto dei mass media, ad un lento ed inesorabile erodere del sistema giuridico di garanzia, ed a salvaguardia, dei cittadini innanzi ad eventuali soprusi attuati dal potere pubblico.                   

Il Consiglio regionale, impegna la Giunta:

 ·        a manifestare, nelle opportune sedi istituzionali, la propria contrarietà nei confronti dell’abrogazione dell’art. 4 del decreto legislativo luogotenenziale n. 288 del 14 settembre 1944; ·       

.         a formalizzare presso la conferenza Stato – Regioni la richiesta di iniziative comuni atte al ripristino della norma abrogata, auspicando la direzione che porti ad una riforma diritto penale di maggior tutela verso chi, nei limiti dei principi costituzionali, manifesti adeguatamente il suo dissenso verso l’operato politico di governi ed amministrazioni locali.

     

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