CARTA STRACCIA in POLITIKA – Il blog di JURI Bossuto

Praticamente….l’estratto succoso della cronaca politica 6 - 12 maggio 2015

Scritto da juribossuto.it il 13 maggio 2015

PRATICAMENTE 12 MAGGIO 2015


Seconda rassegna stampa del day after Praticamente (Torinow, canale 18 e 199).
Le notizie commentate martedì sera, con Massimo Tadorni e Diego Giacobbe (per i telefilm), sono state tantissime. Alcune le ripresentiamo qui, in una breve sintesi che racchiude quelle più “ghiotte”.
Buona lettura!!
EXPO
Continua l’attenzione dei media su Expo 2015. Interesse di cronaca agiografico per gran parte dei media, mentre per poche altre testate (su tutte Il Fato) l’osservazione, sui fatti che circondano l’esposizione universale, è di carattere squisitamente giornalistico. Queste ultime puntano la lente di ingrandimento sulle pecche (più o meno gravi) della manifestazione stessa. Gianni Barbacetto, giornalista de Il Fatto, il 9 maggio intitola: “Expo, un milione di metri quadrati che nessuno vuole”. L’articolo si pone importanti quesiti sul futuro dell’area all’indomani della fine dell’esposizione milanese: terreno che nessuno pare volere e forse destinato in futuro ad ospitare alcune facoltà universitarie. Del resto a questo servono gli atenei…..riempire i monumenti allo spreco che nessuno desidera gestire nel dopo (magari già solo per i costi manutentivi).
Il giorno seguente, il 10 maggio, Davide Vecchi intitola, sempre su Il Fatto: “Sulla Via Crucis di Expo cercando un po’ di acqua”. Si tratta del resoconto di una giornata qualsiasi tra i viali dell’esposizione milanese, dove “oltre l’ingresso, quando si arriva in questa estrema periferia milanese, c’è il nulla”. La descrizione fatta dall’inviato a Milano pone attenzione alla quasi assoluta assenza di ombra, lungo i chilometri che separano i vari padiglioni Expo, nonché l’impossibilità di trovare acqua all’interno della fiera. Scrive Vecchi: “Per intravedere qualche padiglione si devono percorrere circo due chilometri a piedi. Bisogna attraversare un ponte sopraelevato su strade e ferrovie”. Continua il giornalista: “A metà un signore si sente male. Lui e la moglie cercano una panchina. Non ce ne sono, non gli resta che accasciarsi a terra”. Il pezzo termina con il lungo elenco, ed aggiungerei penoso, delle opere ancora in lavorazione (tra cui il padiglione UE, oltre a quelli esteri in carico all’Italia).
Il mondo del commercio sembra quindi senza pace. Tensioni dovute non solo per la vicissitudini Expo ma anche all’andamento del mercato che testimonia la crisi della grande distribuzione (ancora da Il Fatto). I dati sono in alcuni casi spietati: il calo di fatturato si attesta sul 21% in cinque anni per Carrefour e 4,3% nel caso di Auchan. Alle percentuali negative di profitto si sommano le proteste dei dipendenti di Auchan e Mc Donald’s. Sono proprio i dipendenti del colosso alimentare americano (in cerca di una verginità etica ed ambientale) a dar vita alla manifestazione di maggior effetto: “sono usciti così tra gli applausi dei propri colleghi e con la musica di Bella Ciao in sottofondo” dirigendosi in piazza San Babila (Il Fatto del 9 maggio2015).
CATASTROFI
Questa settimana a Praticamente Carta Straccia uno spazio viene concesso anche alla categoria “Catastrofi”. Sono due le notizie della settimana che narrano di disastri ambientali. La prima è stata pubblicata quasi in sordina (per la serie “meglio non gridarla troppo”) e riguarda l’esplosione verificatasi in una centrale nucleare di New York. Scrive l’inviato de La Stampa: “Attimi di panico poco fuori New York. Un’esplosione nella centrale nucleare di Buchanan ha causato una intensa coltre di fumo visibile a diversi chilometri di distanza”. Una news da “sapere in pochi”. Al contrario grande risalto si decide di assegnare, sempre sul quotidiano torinese, ad una missione spaziale dai compiti molto particolari. Missione che si pone uno scopo risibile, quasi superfluo: salvare la Terra dall’impatto con un asteroide “preoccupante”. Racconta Americo Bonanni: “uno scenario ( …) che avrà per obiettivo l’asteroide Didymos. Nel 2022 avverrà il lancio delle sonda europea che raggiungerà l’asteroide per una serie di osservazioni. Poi arriverà l’americana Dart che lo colpirà alla velocità di 6 chilometri al secondo”. Insomma speriamo in bene …. Non ci resta nel dubbio che assaporare i 7 anni che ci separano dall’impatto.
POLITICA
Il Fatto Quotidiano, non in solitudine, continua a porre una quesito inquietante: “Renzi e Mussolini, trova le differenze”. Maurizio Viroli scrive, nella ricerca di una risposta: “Nella storia d’Italia l’unico precedente di un leader politico che ha fatto approvare una legge elettorale con forte premio di maggioranza ed ha trasformato una delle due Camere elettive in una Camera di nominati è Benito Mussolini”. Continua il giornalista, riuscendo a rassicurare minimamente il suo lettore: “Renzi non ha usato alcuna violenza e non ha violato alcuna libertà fondamentale. Ma le due riforme sommate insieme segnano la nascita di un potere enorme con insufficienti freni e limiti”.
Per Renzi continuano, oltre i paragoni con Mussolini, le avvisaglie di un malcostume che neppure il neo premier sembra voler allontanare dalle camere del potere. Ne riferisce Il Fatto con il titolo “Renzi prende un aereo blu con corte e deputati a seguito”. Carlo Tecce raccoglie le parole degli onorevoli Kronbichler (SeL) e Fraccaro (M5S), per loro: “Renzi è andato (in Trentino) a fare un tour elettorale mascherandolo da visita di Stato, scegliendosi una combricola da portarsi appresso”. Il repotage descrive un premier accompagnato da decine di persone nella visita a Bolzano, e dintorni, molti dei quali politici locali e collaboratori vari. A detta dei deputati che hanno firmato un’interrogazione, in merito alla vicenda, lo “scontrino pubblico” da presentare all’ospite di Palazzo Chigi ammonta a circa 26.000 € (9.000 € l’ora per ognuno dei due Falcon e 8.400 € per un elicottero). Costi per ora addebitati alla collettività.
Sempre Carlo Tecce firma un articolo dall’occhiello esplicito “Zoccola in aula si può dire”. Il corrispondente de Il Fatto illustra le sanzioni varate dalla Presidenza della Camera, in seguito ai disordini in aula durante il voto per la riforma costituzionale (13 febbraio scorso). Scrive Tecce: “Carla ruocco (M5S) sospesa ed espulsa per aver disturbato, insieme ai colleghi del gruppo, i lavori con il motivetto o-ne-stà. Sanna (Pd) che più volte ha definito –zoccola- la medesima Ruocco, non ha subito punizioni dall’ufficio di presidenza”.
Infine Andrea Scanzi, sempre da Il Fatto, dopo le polemiche che hanno recentemente investito il rapper Fedez (per le sue dichiarazioni in seguito ai recenti fatti di Milano) pubblica un articolo in cui misura il polso alla canzone di protesta. Intitola il suo pezzo: “La protesta del rapper, l’unica (o quasi) opposizione”. Scanzi cita, nell’articolo, un Frankie Hi Nrg che, nel salotto di Formigli, si “è trovata davanti Paola De Micheli, droide renziana di riserva (ieri lettiana, l’altro ieri bersaniana)”. Secondo il resoconto giornalistico “(…) la de Micheli accetta il martirio, Frankie l’ha demolita con agio, avvertendo quella sensazione un po’ appagante ed un po’ frustrante che è tipica di chi gioca- e vince- da solo”. L’articolo termina prendendo atto della fine della canzone di protesta dei cantautori, ad eccezione di Finardi e pochi altri (Baccini, De Andrè figlio).
TAV
Sul TAV, sinceramente, sono a corto di parole poiché ho già scritto e detto tutto negli anni scorsi. Anni fa, in rientro dopo un viaggio in Borgogna, avevo redatto un articoletto in cui affermavo che in Francia non transitano treni merci sull’alta velocità. All’epoca avevo trascorso una giornata intera a ridosso della massicciata ferroviaria TAV, con lo scopo di osservare ed annotare. Nessuno mi rispose ed oggi, anni dopo, le ferrovie italiane iniziano ad ammettere che le merci non viaggiano su TAV, mentre a Parigi molti esperti stanno dichiarando quelle tratte inutili e costose. Mi limito quindi a segnalare due articoli: il primo tratto da La Stampa in cui con toni enfatici si comunica che “il mega tunnel avanza. Scavati i primi 128 metri(Aggiungerei: “bene, ne mancano solo altri 54.000 circa”); il secondo invece è un trafilettino apparso sempre sul quotidiano torinese, il cui titolo è significativo: “Sulla Torino – Lione il traffico merci cala” (cvd come volevasi dimostrare).
VARIE ED EVENTUALI (Badalamenti, caffè Tamar di Tel Avivi).
Da La Stampa apprendiamo che “Cinisi cancella la via dedicata al boss”. Scrive Laura Anello, inviata a Cinisi: “La strada è nel cuore del paese di Cinisi parallela a quel corso (…) dove 100 passi separavano la casa del boss Tano Badalamenti da quella di Peppino Impastato, il militante che irrideva lui e Cosa Nostra prima di venire punito con la morte il 9 maggio 1978”. Il fratello del boss pare sia stato fucilato dai fascisti nel cuneese durante la lotta della Resistenza: triste evento da cui anni fa il comune ha tratto le motivazioni per dedicare una via al partigiano partente stretto di don Tano. Non si conoscono le cause della sua condanna a morte, ma di certo Badalamenti faceva parte delle brigate bianche, quelle vicine a Donat Cattin. Il sindaco oramai pare deciso a sostituire il suo nome con quello di Wojtyla, ma qualcuno parla fuori dal coro. Si tratta di Giuseppe Ruffino, vecchio amico di Impastato. Laura Anello lascia proprio a Ruffino il compito di terminare l’articolo ponendo ai lettori una domanda: “ Chi può escludere che Badalamenti sia caduto da autentico partigiano”. Il dubbio allora è uno solo: giusto rimuovere il suo nome dalla topografia cittadina solamente perché fratello dell’assassino di Peppino?
Infine sempre La Stampa, nelle pagini culturali, ospita un articolo di Elena Loewenthal dal titolo “Tel Aviv, gli ultimi giorni dell’umanità Tamar”. La Loewenthal descrive il caffè in oggetto quale “con un bancone spoglio e così largo che sembra più una macelleria che un bar”. Pochi i generi di conforto tra cui “qualche pezzo di pasticceria che ricorda la mitica bignola Luisona del Bar Sport di Stefano Benni”. Il bar Tamar è stato il simbolo ed il ritrovo della sinistra israeliana, di un mondo intellettuale aperto e pieno di sogni. Tra i suoi clienti il più esposto politicamente è stato Yitzhak Rabin. Insomma la crisi culturale, o meglio il riflusso, che ha colpito la cultura di sinistra non sembra arrestarsi, e la chiusura del Tamar è l’ennesima conferma di una emorragia di valori assai preoccupante.
Per questa settimana è tutto (o quasi) a martedì prossimo ore 18,30 - 20,00 su Torinow, con Massimo Tadorni (conduttore) e Diego Giacobbe, oltre al sottoscritto!!

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Referendum in Scozia: la dimostrazione che non esistono scelte “obbligate” da parte dei governi europei.

Scritto da juribossuto.it il 19 settembre 2014

La vicenda referendaria scozzese credo abbia avuto un pregio enorme: quello di riportare governi nazionali ed autorità europee alla realtà svelando che le azioni politiche sono tutte realmente “possibili”, non esistendo di fatto scelte dal carattere obbligatorio.

Da decenni siamo abituati a sentire affermazioni del tipo: “Non possiamo che privatizzare poiché l’Europa lo chiede”; oppure siamo messi innanzi all’ineluttabilità del doversi adeguare agli inviti del FMI (Fondo Monetario Internazionale) o dei potentati locali.

Su questa “ineluttabilità” abbiamo assistito alla privatizzazione, o meglio al saccheggio, del sistema sanitario pubblico inglese ad opera del governo Thatcher. Devastazione che si univa, all’epoca, alla demolizione della rete ferroviaria nazionale ed a migliaia di licenziamenti tra gli operai delle miniere di carbone. La politica della “Dama di ferro” purtroppo ha avuto parecchi emuli in Europa sia tra le fila di Destra che in quelle, sempre più disorientate di Centro sinistra.

I risultati di opzioni politiche dettate dal mondo industriale, sempre più in via di estinzione, e soprattutto da quello finanziario dei grandi speculatori sono sotto i nostri occhi traducendosi,  quotidianamente, in tagli di servizi alla cittadinanza e riduzione macroscopica di spazi di libertà e diritti sociali.

Gli inglesi negli anni ’80 hanno reagito votando i loro carnefici ma recandosi in Scozia per usufruire ancora della sanità pubblica mantenuta, con tutti i mezzi possibili, da Edimburgo. Un ennesimo meccanismo paradossale di questo curioso sistema democratico che vede il cittadino, spesso poco informato e con scarsa coscienza, dare il proprio consenso elettorale a chi gli riduce i diritti fondamentali (il diritto alla salute è tra questi) per poi però, sempre inconsapevolmente, osservarlo ad usufruirne disperatamente laddove altri garantiscono ancora quanto da lui negato a se stesso. Un paradosso in crescita che ha portato numerose simpatie alla voglia secessionistica scozzese.

Il referendum indipendentista della Scozia non sembrava avere le caratteristiche egoistiche, bieche e nazionalistiche a cui ci hanno abituati i nostri padani ed i nostalgici monarchici del nostro Sud. Al contrario è parso come un tentativo estremo di resistenza al volere dei veri poteri europei: sempre più arroganti ed a difesa degli arricchiti a suon di speculazioni realizzate sulla pelle della gente. La prova risiede nelle dichiarazioni del premier inglese Cameron il quale, improvvisamente, viene colto dall’illuminazione della giustizia affermando, mentre guarda preoccupatissimo ai ribelli del nord, che tutto sommato welfare e sanità nazionale possono essere rafforzati e non solo garantiti agli attuali scarsi livelli.

Il miracolo del referendum voluto da Edimburgo è proprio questo: scoprire che volendo tutto è possibile e che non esistono ricette sociali inviolabili ed inevitabili. Innanzi ad uno stato che rischia di spezzarsi in due le politiche neoliberiste si scoprono opzionabili, ossia una possibilità e non “la” scelta unica senza altre alternative. Di colpo la privatizzazione si trasforma in una valutazione tra le tante a cui poter contrapporre la nazionalizzazione ed il sistema di tutela pubblico.

Rivelazioni dal sapor divino che si schiudono mentre il Italia al contrario si riscopre, nelle dirigenze partitiche di tutto l’arco costituzionale, il tatcherismo quale panacea di ogni male. Non passa anno in cui i governi, che si succedono a palazzo Chigi (da Berlusconi sino a Renzi), dedichino la loro azione amministrativa all’elogio delle “dismissioni” oppure alla grande voglia di privatizzare lo Stato. Il tutto sotto la pressione non nascosta di Confindustria e proprietari di grandi yacht ormeggiati in Costa Azzurra, che alla peggio vanno a farsi curare a pagamento in Svizzera.

La Scozia ha voluto alla fine dimostrare che l’agenda politica può essere dettata anche dal popolo e non solo da ricche famiglie in adunata nei salotti buoni. Conferma, al contrario, che giunge in Italia nel momento in cui, per l’ennesima volta, un premier tenta l’affondo contro diritti conquistati a fatica negli anni della ribellione sociale. Mi riferisco alla modifica, o meglio abrogazione, dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Ancora una volta assistiamo ad un Presidente del Consiglio che vanta la ricetta giusta ed ineluttabile: togliere garanzie per favorire assunzioni, come dire che si permette di licenziare con maggior facilità per sostenere l’occupazione. Una tesi che stride con la verità degli intenti già solo descrivendola in queste poche righe. Come si può creare flessibilità (termine in voga quando si trattano diritti) nel lavoro permettendo di espellere lavoratori anche quando solamente osano dissentire; come si può creare impiego nuovo favorendo i licenziamenti facili; come diventa possibile parlare di rilancio dell’economia favorendo lo sfruttamento dei salariati e lo svilimento dl lavoro salariato stesso.

Decenni di erosione delle norme di tutela della parte debole di un rapporto contrattuale sbilanciato, che vede da un lato il ricco proprietario e dall’altra chi vive solo del proprio stipendio, hanno prodotto solamente miseria e disoccupazione anziché rilancio dell’industria (oramai all’estero dove ancora qualcuno redige politiche industriali nazionali) e dell’economia: fatti sotto gli occhi di tutti.

Eppure malgrado il dramma che il nostro malato sistema sociale vive continuamente c’è chi ancora suggerisce tagli, privatizzazioni e misure contro le riforme (quelle vere e degne di tale nome) attuate negli anni ’70. Incuranti della povertà disseminata ovunque i governi senza idee, ma con suggeritori provenienti dai mercati speculativi finanziari, proseguono nella loro folle corsa: eliminazione di spazi democratici quali Senato e Provincie, oramai eletti dagli “eletti”; ridefinizione della Costituzione considerata dai potentati troppo democratica ed antifascista; azzeramento delle protezioni verso i più deboli. Un ritorno al XVII secolo ma con una grande differenza: le vittime (i cittadini) votano e sostengono i loro carnefici sociali salvo poi disperarsi nel momento in cui misurano, sulla propria pelle, il frutto del loro incauto voto.

La Scozia quindi ha dimostrato che le strade della democrazia sono svariate e non a senso unico obbligato. Ha insegnato a noi tutti l’esistenza in vita della “scelta”. Certamente il risultato della vittoria del “No” era scontato grazie ad una partita elettorale giocata sul terrore del crack economico in caso di secessione, oltre a ragioni di Stato di carattere internazionale che impedivano un diverso esito, ma aver tenuto sul filo del rasoio per mesi tutti i governi europei è stato, di per se, un grande successo.

Quando penso ai promotori del referendum scozzese non mi viene in mente l’On. Borghezio, che con tutto questo non ha nulla a che fare poiché diametralmente all’opposto, ma al nervosismo provocato in chi da decenni comanda su tutto e tutti nell’incontrastato potere assolutistico. Penso ai volti imbellettati delle foto scattate ai consessi del G8; penso ai benestanti lineamenti curati dei dirigenti del FMI e di tanti altri organismi sovranazionali; penso agli arroganti ministri che regnano, letteralmente, negli stati europei. Dittatori in erba che per un attimo hanno tremato e che dovremmo invece più spesso obbligare all’ascolto di chi ogni giorno paga per le stolte scelte dagli stessi portate a compimento sulla base di un consenso “viziato” ad arte.

 

 

 

 

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Lettera aperta ai connazionali: “Riforme”? Ma siamo sicuri che di questo si tratti?

Scritto da juribossuto.it il 24 luglio 2014


Cari connazionali,

quando capirete che dietro alla parola “Riforma” si nasconde l’esatto contrario del rinnovamento nell’ottica del bene sociale e collettivo.

Oggi siete tutti con il fiato sospeso nella speranza che la “Riforma” costituzionale passi velocemente al vaglio del Parlamento, poiché (viene detto continuamente) senza di essa il Paese rischia, secondo il governo, di affondare dopo essersi impantanato nel fango della crisi. “Riforma” miracolosa quella bloccata dall’inopportuna opposizione delle minoranze politiche (fastidiose le opposizioni, forse meglio toglierle di mezzo con una bella “Riforma” che vada oltre lo sbarramento del 4%) che vi tiene tutti con il fiato sospeso.

L’appello della maggioranza politica italiana è chiaro: il Senato rallenta tutto per cui va soppresso, o meglio non deve più essere un organo democratico elettivo, mentre al contempo si necessita di una nuova legge elettorale deve garantire ampi premi di maggioranza e liste bloccate. Un disegno costituzionale che riduce di molto lo spazio d’azione agli elettori per lasciarlo esclusivamente nelle mani della politica di carriera.

Una visione renziana della Legge fondamentale dello Stato, ossia di tutti noi, che se portata all’eccesso legittima l’ipotesi di uomo unico al comando: un ritorno indolore al regime di Mussolini, uomo che (come ricordiamo) decidendo guerre e repressione senza il vaglio democratico, poteva definirsi rapidissimo nel legiferare nonché nell’attuazione delle sue “Riforme”.

Noi tutti quindi scopriamo in queste settimane che è il Senato la causa di tutti i nostri mali e non l’incapacità della classe politica di formulare nuove leggi economiche, nuovi piani industriali, nuove norme a tutela dei cittadini e dei consumatori, nuove visioni contro la disoccupazione e di tutela del lavoro.

Certamente è più facile per politici incompetenti ed auto centrati eliminare un’assemblea elettiva anziché, magari, ridurre indennità e benefit parlamentari e mettersi a lavorare su visioni politiche di ampio respiro, di lungo raggio. Così come è più semplice mettere 80€ nella busta paga degli italiani che lavorano, tagliando sui contratti del pubblico, invece che trovare vere soluzioni per fronteggiare i salari bassi e lo sfruttamento crescente che si nasconde tra le recenti, e vecchie, facoltà derivate dalla legge.

Marchionne, l’uomo la cui azienda che dirige ha vissuto e vive di finanziamenti pubblici e tradimenti continui verso i territori a cui ha preso il sangue, plaude a Renzi: non dovete stupirvi ma forse preoccuparvi.

Cari connazionali forse avete fatto poco caso a quanto accade all’indomani dell’approvazione di nuove “Riforme”; forse vi siete distratti e non avete percepito il vero significato di tale parola. “Riforma” in realtà nel vocabolario politico italico nasconde un’altra voce che consegna alla medesima il suo vero significato. “Riforma” in Italia equivale al termine “Contro Riforma”, si tratta un mascheramento del vocabolo che caratterizza atti legislativi dal sapore ottocentesco.

Pensateci. Pensate alle “Riforme” di questi ultimi anni. “Riforma delle Pensioni”: per la gente normale più difficoltà a chiudere la pagina lavorativa causa innalzamento dell’età pensionistica; per i giovani maggiori difficoltà nel trovare lavoro e vantaggi per il Privato in termini finanziari (fondi pensionistici, contribuzioni, spread). “Riforma Sanitaria”: meno posti letto per tutti, i cittadini normali, e maggior caos negli ospedali con liste d’attesa infinite e rafforzamento del Privato. “Riforma del Lavoro”: flessibilità, contratti ad ore, scomparsa del tempo indeterminato e disoccupazione unita a stipendi da fame (in alcune catene di supermercati 1.50€/ora ad esempio) mentre per i Privati minori costi e mani libere nel mercato del lavoro.  “Riforma delle Partecipate”: svendita dei gioielli di Stato ai Privati con conseguente possibilità per i medesimi di portare a buon fine ampie speculazioni e, per i cittadini, peggioramento conseguente dei servizi alla persona. “Riforma scolastica”: peggioramento delle condizioni dell’istruzione per i cittadini e contribuzione ai Privati delle scuole paritarie. “Varie Riforme elettorali”: maggioritario e liste bloccate per una Seconda Repubblica inetta e piena di scandali che si profila peggiore della Prima. Naturalmente per “Privato” si intende settore altolocato della società con predisposizione naturale a “fare lobby ed ottenere buoni risultati per sé”.

Insomma potrei andar avanti ancora per molte righe trattando si trasporti, università, welfare e molto altro ma preferisco non farlo per evitare che il vostro risveglio sia troppo traumatico. A tal fine mi sono limitato a pochi preziosi esempi.

Infine un consiglio, e poi il silenzio per non turbare troppo il vostro sonno catalitico. Alla luce di quanto sopra elencato forse meglio assumiate una posizione che faciliti l’assorbimento di contraccolpi sul vostro corpo.  Se decidete di non alzarvi ancora dal vostro comodo giaciglio allora preparatavi ad un forte pugno nello stomaco, poiché la nuova annunciata “Riforma” non sarà meno dolorosa delle altre, ma al contrario un enorme Cavallo di Troia che vi introdurrà a nuove pirotecniche e devastanti (per noi tutti) “Riforme”: a noi le lacrime ed ai “Privati” nuove ricche praterie.

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Una possibile analisi elettorale in una Città che dorme tra i guanciali forniti dagli “yes men” e dalle regine del salotto bello

Scritto da juribossuto.it il 11 giugno 2014

Scrivere sull’ultima tornata elettorale non è cosa semplice per me. Non lo è perché ho sofferto prima, dopo e durante le elezioni (dovrei essere abituato poiché non è la prima volta che mi accade negli ultimi anni); non lo è perché sono tristi le analisi che elaboro prendendo, al contempo, atto di quanto avviene in questo Paese. 

Incrociare le dita per raggiungere almeno lo sbarramento elettorale è oramai un’abitudine che mi porto dietro da tempo, così come quella di valutare che l’asticella è oramai troppo alta per i nostri poco allenati polpacci. Per cui ho sperato, nei giorni di campagna elettorale volantinando in alcuni mercati, che la lista Tsipras facesse più del 4% alle europee. Il risultato, seppur di misura, mi ha regalato un po’ di serenità dopo una giornata al fulmicotone: grazie a percentuali che, durante le proiezioni, oscillavano un po’ sopra ed un po’ sotto lo sbarramento medesimo. Per quanto riguardava le regionali mi sono arreso molto prima poiché ho rivisto a Sinistra le dinamiche che già avevo riscontrato, seppur in forma minore, durante la mia campagna elettorale per le comunali del 2011 a Torino.

 E’ chiaro che malgrado l’elezione di tre deputati al Parlamento europeo ci sia poco da stare allegri per chi si riconosce, come me, negli ideali socialisti/comunisti della Sinistra. Da un rapido conto incentrato sui voti assoluti (per me meno infidi delle percentuali che sono relative ai votanti) la Sinistra, in un anno, ha comunque perso più di 500.000 voti: quel 4 virgola qualcosa per cento si rivela una sorta di esito da sforzo disperato.

 Evidentemente in Italia la Sinistra sta pagando il conto presentato dai cittadini, dai propri elettori, dopo anni di errori strategici e “snobbismo intellettuale”. Le continue scissioni hanno certificato la mancanza di affidabilità verso un movimento politico che, nel tempo, aveva perso tutte le caratteristiche, nonché le energie, acquisite durante la lotta di Liberazione ed il dopoguerra. Una sensazione di inutilità sostanziale avvolge oggi gli eredi del PCI e di DP: forse anche a causa di una classe dirigente assolutamente impreparata ed allergica alle contrapposizioni interne nonché alle critiche, anche quando costruttive.

 I leader, nel folklore di alcune aree politiche, vengono relegati ad un ruolo inutile e borghese ma quando mancano crolla tutta la struttura emergendo solamente l’incapacità di rinnovamento dei quadri unita all’assenza sostanziale di questi ultimi. Anche nella Sinistra istituzionale, come nelle imprese private e nei grandi partiti di centro, i dirigenti amano circondarsi da “yes men” e “yes women”. Sapere dire “si” nei partiti è requisito essenziale per aspirare a candidature e poltrone: fenomeno di cui non sono esenti i partiti più piccoli e quasi ridotti ad un lumicino.

  Una contraddizione pesante in ambiti social/comunisti quella di basare le candidature sulla base della propensione alla condivisione delle scelte fatte dai vertici: caratteristica molto borghese, quasi monarchica o da regime, che oltre ad uccidere i bravi militanti annienta la critica sana da cui emergono normalmente idee e limiti da superare. Un asservimento molto pericoloso che toglie autorevolezza mettendo a nudo la scarsezza reale di azioni politiche a fini di bene collettivo evidenziando, al contempo, l’aver tali partiti come unico fine la propria sopravvivenza. Tipica manifestazione di tale fenomeno è quello della migrazione dei quadri e dei livelli medi da un leader all’altro: a favore di chi si gioca buone carte per diventare un cavallo vincente.

In un quadro triste di questa natura non può che trovare fortuna un partito come il M5S. Nell’entropia del quotidiano, e nel fallimento di sempre della Sinistra, ecco una formula vincente: un bel vaffanculo a tutti recitato da un uomo che sa tenere il palcoscenico così come lo schermo televisivo. Un grido “artistico” che smuove lo stagno piatto e sembra idoneo a ridare speranza ai tanti delusi. Oltre a volti di candidati che sembrano voler spazzare via anche quelle posizioni acquisite, ed intoccabili, presenti a Sinistra come a Destra. Il voto di Livorno dimostra ampiamente come il popolo della Sinistra stia dimostrando, ancora una volta, tutto il suo malessere. Contemporaneamente alcune frange della lista Tsipras discutevano sulla mancata rinuncia della Spinelli al seggio conquistato in Parlamento Europeo: ennesima prova pubblica di spappolamento generale di quel settore politico.

Le grida purtroppo, specialmente nel popolo di chi si informa, hanno fiato corto. Per cui se a queste non segue qualcosa di concreto, tipo un cambiamento palpabile sociale, ecco che queste si spengono e l’ugola risuona nel vuoto (o quasi). E’ così allora che Tsipras prende voti nelle zone bene di Torino mentre Grillo va meglio in periferia (pur incassando una sconfitta) ed il PD acquista fiducia pur stando sotto i voti assoluti di Veltroni per circa un milione di preferenze.

Quella di Renzi sembra una vittoria di Pirro: il trionfo di un ragazzotto viziatello che ha speso tutto per comprarsi un giochetto che potrebbe smontarsi mentre lo regge in mano. La vicenda dello scandalo veneto temo dimostri bene quel che intendo nelle righe precedenti.

Qualcuno ribadisce che si possa vincere regalando 80 € in busta paga alla classe medio bassa, ma se questa è davvero la cambiale firmata da Renzi, al fine di poter vincere, allora prepariamoci ad un clamoroso protesto notificatogli in tempi brevi: infatti il Decreto legge n.66/2014 (art. 8 comma 8   ) prevede, insieme al bonus,  riduzioni del 5% di tutti i costi dei contratti da parte di Comuni e Province, costringendo in tal modo gli enti pubblici territoriali a rifare tutti gli appalti in corso modificandoli al ribasso. E’ inutile ricordare che alcuni servizi potrebbero essere messi pesantemente a rischio.

Come se il quadro non fosse già drammatico la Lega Nord resuscita con una percentuale non altissima di consensi ma importante, ancor più alla luce degli scandali che ha colpito la sua dirigenza in passato e le sue responsabilità di governo con i vari esecutivi Berlusconi. Una riaffermazione farcita di slogans popolati da fantasmi xenofobi ed enormi parole d’ordine qualunquiste e viscerali (immigrazione ed uscita Euro).

 In merito all’ex “Cavaliere nero” poco da aggiungere se non la fortuna sfacciata di un affidamento ai servizi sociali che impone, all’ex premier, quattro ore di tanto in tanto di volontariato in una casa per anziani. Non sappiamo quali siano le sue mansioni in quell’istituto religioso, ma certamente la situazione ha fruttato non poco a livello mediatico riuscendo ancora a garantirgli una percentuale di elettori fedeli che probabilmente nessuno si attendeva (nemmeno in FI). Berlusconi ancora una volta ha saputo, purtroppo per noi tutti, giocare al rilancio lo scacco matto in cui è stato messo per qualche minuto.

 Ecco la fotografia di una nazione in cui non vota oltre il 40% dei suoi cittadini senza che nessun partito batta ciglio: l’importante è la percentuale ottenuta e certamente non il numero di chi si reca ai seggi. Attenzione però che il malcontento sale ma in Italia non sembra profilarsi uno scenario da Rivoluzione francese bensì di Vandea tra superstizioni, slogans semplicisti (a Destra come a Sinistra) e forte implosione sociale (anche da parte dei proletari e sottoproletari italici che cura solo più l’estrema destra).

 Si continua ad ignorare, da una parte e dall’altra degli schieramenti politici, il grido di sofferenza che giunge da tante famiglie e tantissimi giovani, spesso senza elevata educazione scolastica, che vivono nelle sempre più abbandonate periferie metropolitane. Un urlo a cui si associa quello dei tanti laureati rimasti senza lavoro e senza entrate economiche. Categorie destinate all’oblio oppure a cadere sotto i colpi di una crescente demagogia priva di proposte: gran colpa di questa situazione ricade, purtroppo, sulla sfasciata Sinistra.

 Ad ogni modo Torino presenta un caso nel caso. L’elezione di Sergio Chiamparino a presidente della regione era cosa prevedibile ma certamente non con tali percentuali di adesione. Soprattutto avendo sott’occhio lì impoverimento della Città (di Torino) in questi ultimi anni. Una povertà che si concentra in alcune zone della metropoli ma che è resa ancor più grave dalla carenza di fondi pubblici per interventi nel disagio anche solo di tamponamento. Una miseria che oramai si nota anche nel centro storico pedemontano tra trascuratezza dei servizi (giardini e pulizia), difetti di manutenzione (piazze e porfidi) ed aumento del fenomeno di senza tetto che fanno dei portici (soprattutto le gallerie) il loro giaciglio.

 Il Piemonte è molto conservatore e quest’ultimo è stato un voto di conservazione. Un voto che ha riconfermato il potere ai salotti buoni di Torino, i quali sono tornati al timone della malconcia galera piemontese. Timonieri, quindi, colti nel mondo degli imprenditori e delle regine di quadri mentre in molto casi le competenze sono rimaste fuori dalla porta dei locali dove si riunirà la giunta.

 Tutto cambia perché niente muti: questa sembra la miglior frase da assurgere a motto cittadino (di fianco al Toret verde). Nulla muta nel capoluogo pedemontano che vive il suo quotidiano tra baroni e regnanti incontrastati. Una nobiltà senza neppure più un Gramsci che gli si scateni contro con tutta la sua lucida intelligenza: la Torino dei ricchi negozi, dal cibo per ricchi, e delle prossime televisioni accese sui mondiali brasiliani può continuare a dormire tranquilla in un sonno catatonico. Una sola raccomandazione: attenzione al risveglio poiché potrebbe essere brusco a fare molto male.

 Meglio sognare ad occhi ben chiusi e pensare che il manovratore, che decide per tutti, sappia il da farsi. Si consiglia di non disturbarlo mai e se dovesse sbagliare pazienza poiché facile criticarlo al bar, come al mercato, ma guai dovesse affidare al popolo le proprie sorti: troppa fatica, meglio fare una croce sempre sui soliti ….. così tanto per poter dormire ancora un pochetto.


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Renzi come Veltroni, anzi un pochetto meno

Scritto da juribossuto.it il 26 maggio 2014

Allora se guardiamo i voti assoluti scopriamo una cosa interessante. PD 2014 11.645.000 voti; PD 2013 8.642.000 voti per cui oggettivamente malgrado la forte astensione (di cui non gliene frega niente a nessuno alla faccia della Democrazia) ha preso 3.000.000 di voti in più. Ma, sorpresa, nel 2008 il PD di Veltroni aveva preso 12.095.306 voti. Diciamo che Renzi è come Veltroni, anzi un pochetto me…no….Hanno da festeggiare poiché erano dati defunti ma finiti gli applausi qualche calcolino forse dovrebbero farselo. Specialmente guardando al Sud Italia dove suona non solo un campanello d’allarme.
Grillo invece oggettivamente ha toppato: troppe battute sbagliate non recepite dalla gente come tali (dalla vivisezione al cane di Berlusconi sino ai processi popolari) e scarso sul mondo del lavoro.
Tsipras se si conferma al 4 è buono, ma rispetto alla politiche 2013 non dobbiamo raffrontarci solo a Rivoluzione Civile (2,3%) ma anche al risultato di SeL.
Insomma l’italia brontola ma poi va tutto bene così ed 80€ in più buttali via e se poi il nipote è disoccupato e non riesce neppure ad arrivare al 3 del mese cavoli suoi…

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Renzi tra sorrisi e proposte istituzionalmente deliranti

Scritto da juribossuto.it il 20 gennaio 2014


 

Ieri sera ho avuto la sventura di seguire alcuni minuti di una delle tante interviste concesse dal neo segretario Renzi, ospite questa volta del programma “Invasioni Barbariche”. Poche battute che mi hanno consegnato alla rassegnazione nel constatare la folle corsa di un Paese, il nostro, verso il baratro.

Durante la trasmissione il segretario PD spiegava alla presentatrice, con solito sorriso da tv e look informale, la sua proposta di riforma delle istituzioni parlamentari: “non elimino il Senato, ma i senatori che non è poca cosa….eh?!”. Dichiarazione seguita da sguardo “piacioso” e sornione di chi spera di sfondare il video e raggiungere nuovi impossibili frontiere del gradimento e degli indici d’ascolto.

Un’affermazione confezionata ad uso del qualunquismo dominante e forse frutto di un caos mentale maturato nell’esclusivo proposito di prendere consenso, anche a costo di sacrificare la già moribonda democrazia italiana. Proposte da stregoni apprendisti impegnati, disperatamente, a raccattare approvazioni senza meditare a fondo sulle conseguenze dei propri atti. Parole che mi hanno fatto venire un brivido di disgusto ed immediatamente cercare un altro canale idoneo al gettarmi nell’oblio totale.

La Costituzione è nata all’indomani della guerra, della dittatura, tramite una sintesi tra ideologie diverse in cui è stato garantito, sostanzialmente, il bene comune e la struttura parlamentare democratica e garantista verso i cittadini. Le due Camere, il metodo di formazione delle leggi ed anche il sostegno economico ai partiti (poi ingigantito e diventato spesso unico motivo per cui fare politica) sono frutto di un confronto serrato tra le varie componenti elette al Parlamento, tra politici che hanno patito galera e sofferenza negli anni del fascismo: persone che si sono posti il problema di evitare alle generazioni future quanto accaduto alla loro. La Carta fondamentale è stata elaborata da intellettuali poco “piaciosi”, senza sguardi buca audience, ma pieni del carisma di chi è riconosciuto come statista e non semplice anchorman.

Oggi ogni deputato, ogni segretario, si sente capace e nel giusto quando propone modifiche all’assetto istituzionale del Paese. Presunte riforme affrontate con superficialità, in assenza di approfondimenti e motivazioni, come ad esempio il piano job renziano, che pongano al centro l’interesse per lo Stato.  Proposte rivelatesi quasi sempre demenziali alla prima attuazione pratica, come ci ricorda l’esercito dei disoccupati e degli esodati targato Fornero.

Renzi temo sia il degno figlio di questi tempi: sorriso accattivante ed assoluta approssimazione negli argomenti di cui parla. Insomma l’apparire anche a scapito della già sin troppo vilipesa democrazia repubblicana. Cercare consenso a tutti i costi con formule facili e leggere da digerire. Così muore la Repubblica e nasce la dittatura: davanti al sorriso sornione di un leader che ama le telecamere.   

 

P. s. ma tutte le sue perplessità sul Tav in che angolo del sorriso giacciono silenziosamente dopo la sua elezione a leader del PD?

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