CARTA STRACCIA in POLITIKA – Il blog di JURI Bossuto

Torino capitale della Cultura oppure città sotto devastazione …

Scritto da juribossuto.it il 27 settembre 2014


Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’ennesima blindatura della città. La presenza dei Ministri europei della cultura è coincisa con un lampante esempio del “vivace” e stretto legame che contraddistingue sempre più il rapporto cittadino – amministratori eletti. Un unione, quella tra eletti ed elettori, fatto di cordoni di polizia a protezione dei primi; di piazze chiuse al transito anche pedonale (in ultimo piazza Carignano causa spettacolo e conseguente cena lusso al Cambio); controlli capillari ed infinite distanze tra i padroni del vapore e chi li ha messi sul loro scranno.

Abbiamo assistito, durante il summit culturale governativo, alla vera idea di Cultura che lor signori coltivano da tempo tra le pareti dei ministeri: gran galà, spettacoli di lusso e ricevimenti tra stucchi ed affreschi decorativi. In parole povere una visione culturale che si pone all’opposto dell’inclusione.

Mai come ora, al contrario, la Cultura dovrebbe essere popolare, diretta ed aperta soprattutto agli strati più deboli della cittadinanza (coloro che leggono, quando lo fanno, solo la “rete” credendo ad ogni panzana in essa collocata).

Cultura non può trasformarsi in vernissage a corte ed eventi per molti ma non per tutti (emulando uno slogan pubblicitario in voga tempo addietro). Se poi guardiamo a Torino il disorientamento diventa assoluto nel valutare l’assegnazione fattale di “Capitale della Cultura”: titolo che la città stessa con la sua ricca Storia merita ma assolutamente no che la ha amministrata in questi ultimi venti anni.

Il capoluogo piemontese ha assistito negli anni ad un vero e proprio deperimento culturale, paragonabile solamente all’ultimo periodo bellico e le sue vaste demolizioni da bombardamento. Tra incendi (dal Duomo sino alla Cavallerizza), devastazioni da opere pubbliche (gallerie Pietro Micca, piazza San Carlo, piazza Castello  ed in ultimo piazza Carlina) ed uso di fondi quanto meno legati al criterio “ad simpatia” (associazioni private stra foraggiate a fronte di altre private di ogni sostegno pur curando beni unici nel loro genere) hanno annichilito il nostro territorio sino a spegnerlo.

Affermazioni queste avvalorate dalle ultime dichiarazioni provenienti da consiglio regionale che lamenta di non aver potuto vendere palazzo Lascaris (storica e bellissima sede) a causa dei troppi vicoli posti sull’immobile dalle Belle Arti: siamo alla mercificazione pura di tutto, altro che Cultura.

Sicuramente credo che la nostra classe dirigente non meriti di vedere assegnata la Capitale della Cultura a Torino. Per averne prova invito chi legge a recarsi poco distante dalla città pedemontana, ad esempio portandosi a Marsiglia od Avignone: esempi reali di cosa significhi “Cultura”.


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LAVORI IN VIA ALFIERI: CHI “PUO’ ” E CHI CONTINUERA’ AD INCIAMPARE ANCORA. Lettera a La Stampa

Scritto da juribossuto.it il 16 maggio 2013

   Alcuni recenti articoli pubblicati su La Stampa hanno mappato il degrado in cui versa la nostra Città. Il centro cittadino dovrebbe essere la vetrina che si offre ai turisti che raggiungono Torino. Al contrario buche, rattoppi alla buona, materiale lapideo filettato ed a pezzi, cubetti di porfido che si sfaldano, “tacun” fatti con il bitume e transenne perenni fanno dell’ex capitale d’Italia una tipica metropoli allo sfascio.

   Se ci portiamo in periferia assistiamo al tracollo vero e proprio di Torino: voragini sulle strade; alberi ai lati dei viali espiantati e mai sostituiti; aree verdi e gioco abbandonate. Nello sfacelo possiamo ancora una volta appurare che siamo tutti uguali, ma qualcuno lo è di più.

   Mi riferisco, tra le altre cose, ai lavori in corso in via Alfieri dinnanzi al nuovo esclusivo palazzo residenziale inaugurato addirittura dal Sindaco qualche tempo fa. Un “condominio” bellissimo con un solo neo: il marciapiede su cui si affaccia, troppo banale ed uguale a tutti gli altri.

   Il costruttore “esclusivo” fa quindi la scelta giusta: spaccare tutto, chiudere la strada e rifarla nel tratto prospiciente alla dimora snob. Si apre così un cantiere di pochi importantissimi metri il cui costo delle opere pare sia equamente diviso tra imprenditore edile e comune stesso. Insomma chi tutto può avrà il moderno marciapiede in tema con il nuovissimo stabile, agli altri la possibilità di continuare a cadere tra buche e pietre poiché “non ci sono soldi” per loro.

   Una Torino a dimensione di facoltosi ed una per tutti gli altri (i più). Un’affermazione che giunge anche guardando l’orribile prefabbricato ricollocato all’inizio di piazza Castello: un pugno nello stomaco che solo alcuni possono infliggere ai visitatori di Torino ed ai suoi cittadini, mentre ad altri non è permessa trasgressione alcuna su insegne o dehors.

   C’è chi può e chi non può a Torino. Prendiamone atto con serenità poiché anche adirandosi a Torino nulla mai cambia (perlomeno in meglio).

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Il formaggino di Torino ed i pescatori indiani: come si estingue la politica e l’umanità.

Scritto da juribossuto.it il 12 marzo 2013

   La politica del formaggino rancido,perseguita dal PD torinese, pare prosegua con forza senza timori o retromarcia. Lo dimostra oggi l’attento Lo Russo che riconosce, sulle pagine de La Stampa, un dato: “Torino è percepita come un sistema di potere chiusi, fine a se stesso, non al servizio dei cittadini”.

   Incredibile affermazione che lascia di sasso lo steso scrivente. Altri inseguendo il capogruppo in Sala Rossa, elencano le aree chiuse della nostra città, indicandole nella cultura, associazionismo e finanza.

   Oggi sono passato innanzi ai giardini chiusi di via Carlo del Prete, il cui accesso, da qualche mese, avviene solo tramite i locali interni di una bocciofila e mi sono venute davanti agli occhi le parole di Lo Russo. Bocciofile, feste di via, alcune associazioni culturali, e relative concessioni, sembrano essere il perno del sistema Torino: zone da coccolare, anche a scapito di progetti sociali importanti, per poi attingere dalle stesse consenso e voti. Una cosa è proteggere i diritti di queste realtà, atto sacrosanto e legittimo, una cosa è irrorare favori per fini non sempre nobili, anzi gravemente perniciosi per la collettività intera.  

   Il formaggino sembra cambiare quindi pian piano confezione, vedremo se verrà modificato anche il suo sapore e le materie prime che lo compongono, oggi non certo sempre di prima scelta. L’effetto Grillo ha scosso e non poco il produttore di formaggini.

   In compenso su altri fronti è invece spiccata la voglia di assomigliare sempre più agli americani. Vi ricordate la strage del Cermis di qualche anno fa? Alcuni piloti americani, forse ubriachi, volarono in modo a dir poco pericoloso urtando la cabinovia del Cermis ed uccidendo decine di persone. La loro “bravata” non trovò giustizia in Italia poiché furono subito inviati negli USA. La stesa cosa sembra accadere oggi con il caso dei fucilieri della marina e la morte dei pescatori indiani: soldati rientrati in patria, per decisione ministeriale, e sottratti al luogo dove risiedevano le vittime.  

   Essendo un garantista non posso che essere felice che i due soldati abbiano trovato rifugio in Italia, ma se voi che leggete queste righe foste i parenti (ad esempio la moglie o i figli) di quei pescatori cosa ne pensereste? Perché i nostri media non hanno mai provato a darci l’immagine di quelle famiglie rimaste senza sostentamento economico ed affetti, in conseguenza della scomparsa dei loro padri o mariti. Forse l’addestramento non ha fornito ai marò la fermezza che permette di riconoscere il nemico dalla persona innocua, ma ad ogni modo i loro proiettili, i nostri proiettili, hanno tolto la vita a persone innocenti che in quel momento lavoravano (non si trovavano su un fuoribordo magari comprato evadendo il fisco) per procurare il pane ai loro cari. Non credo sia giusto che nel nome del nazionalismo, spesso utile a celare fatti ed accadimenti, ci si dimentichi almeno di chiedere perdono alle vittime di quegli spari. 

    Sinceramente fossi in loro, nei soldati, avendo dato la parola mi imbarcherei nell’aereo e farei ritorno in India: un atto di grande coraggio, umanità e coerenza che il governo non pare conoscere e che sembra essere un orizzonte lontano anche per noi distratti italiani.

 

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UNA STORIA, PIU’ O MENO BELLA, IN UNA CITTA’ IMMAGINARIA, MA NON TROPPO

Scritto da juribossuto.it il 14 settembre 2012

Mettiamo il caso che un comune, in linea con le scelte di un governo, decida di esternalizzare alcuni servizi pubblici. Mettiamo sempre il caso che lo faccia ufficialmente perché ha violato il patto di stabilità e conti di risparmiare, sul proprio bilancio, affidandosi al privato ed alle fondazioni (ossia privatizzando). Pensiamo inoltre ad un comune che, nell’assegnare i servizi ai nuovi gestori privati, fornisca loro anche una lista di proscrizione contenente i nominativi dei lavoratori, anch’essi esternalizzati ed ex precari, un po’ troppo ribelli. Insomma immaginiamo quindi un ente pubblico non del tutto capace nell’applicare i principi costituzionali a tutela del lavoro e della libera espressione.

Immaginiamo sempre che la nazione, a cui appartiene il comune di cui sopra, sia attraversata da un vento, che soffia da oramai da oltre vent’anni, che la spinge ad abbandonare le proprie attività sociali, per assegnarle alle imprese cooperative esterne, oppure a vere e proprie aziende (come accade sovente nella Sanità) che già si occupano dei beni comuni.  

In tale contesto il vento viene alimentato da chi, in politica, sostiene la necessità che lo Stato non occupi la società con proprie attività sottolineando, al contempo, la piena avversione allo statalismo quale principio di governo poiché, affermano costoro, frena lo sviluppo e l’occupazione.

Immaginiamo ancora, quindi, che proprio nel nome del lavoro quella nazione, molti anni indietro, abbia varato una serie di norme a favore del lavoro precario rassicurando, al contempo, i suoi cittadini tramite rappresentazioni di imprese felici, grazie a quelle leggi, e prosperità per tutti: lavoratori ed imprenditori.

Ora facciamo uno sforzo di fantasia e proviamo ad immaginare quale epilogo potrebbe avere la nostra storia fantastica. Ad esempio scoprire, dopo martellanti messaggi mediatici generosi nell’elencare i benefici della precarietà, che nel comune di cui sopra la disoccupazione giovanile superi il 20 % e che l’impresa industriale abbandona la nazione in cerca di più facili guadagni.

Immediatamente dopo si potrebbe verificare che lo Stato è si uscito dai servizi pubblici, ma per metterci il privato “amico”, ovvero soggetti legati ai politici e non allo Stato stesso: ossia a questo è subentrato il potere clientelare partitico con tutta la sua grande area di influenza. Potremmo dire che in quella città si ripete la Storia: in passato lavorava chi aveva in tasca la tessera del Partito Nazionale Fascista, ora chi può disporre di un pacchetto di voti (magari equamente suddivisi) in aggiunta alla tessera medesima. La Democrazia è quindi maturata. 

A questo punto potremmo pensare che la nostra storia abbia risvolti da 48, oppure che la classe politica, dopo aver misurato i propri fallimenti, rivoluzioni le sue scelte in merito. Invece no.

La gente porta i suoi bambini nei nuovi servizi affidati a fiduciari del partito al potere, i lavoratori (sempre gli stessi) operano con un nuovo contratto e paghe ottocentesche, seppur superiori a colleghi che beneficiano invece di salari settecenteschi, mentre il comune suddivide il suo popolo in buoni e cattivi: i primi lavorano con riconoscente precarietà o allegro salario da semi fame; gli altri guardano mentre il popolo applaude e balla sotto il palco del gruppo rock alla moda e, soprattutto, amico degli amici comunali.

Contemporaneamente consiglieri e politici vari, dalle proposte dimostratesi fallimentari, continuano imperterriti per la loro strada scavalcando i disoccupati e dispensando, ancora, lezioni di buon governo a destra ed a manca.

Insomma la nostra storia è immaginaria e non a lieto fine, ma soprattutto è interattiva: se vogliamo possiamo cambiarla con un piccolo sforzo di partecipazione, poiché il finale non è scritto nel destino. Se vogliamo possiamo, parola dell’autore!

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POLTRONE E GELATINA

Scritto da juribossuto.it il 2 luglio 2012

AGENZIA PER I SERVIZI E DISSIDENTI: PER UN ATTIMO LA “MARMELLATA” DIVIDE GELATINA DALLA FRUTTA CONFONDENDOSI A SUA VOLTA.

Qualche tempo fa il Consiglio comunale approvava il nuovo Statuto dell’Agenzia per i Servizi pubblici locali di Torino: organo di controllo del Consiglio comunale in merito ai servizi pubblici locali. In esso venne previsto che i quattro commissari e il presidente dell’Agenzia devono essere indicati da una apposita delibera approvata dalla maggioranza qualificata del Consiglio comunale (i due terzi dei consiglieri). Al presidente viene corrisposta un’indennità mensile di carica pari al tetto massimo raggiungibile mensilmente dai consiglieri comunali, per gli altri quattro componenti l’indennità mensile di carica sarà pari al 60% dell’ammontare massimo percepito mensilmente da un consigliere comunale per la partecipazione a Consiglio e Commissioni.

L’Agenzia si occupa di informazione ed approfondimento normativo inoltre, ad essa viene demandata la possibilità di proporre al Consiglio comunale modifiche alle concessioni, alle convenzioni e ai contratti di servizio oltre alla possibilità di studiare l’evoluzione dei servizi per proporre migliori condizioni tecniche, giuridiche ed economiche relative all’erogazione dei servizi stessi.

Insomma i temi da questa toccati sono sensibili poiché rientrano nell’ambito dei beni comuni quale l’acqua, l’energia, i trasporti e l’ambiente. L’indennità, non certo tra le più basse, garantisce a chi spicca per scarsa attenzione nei confronti dei temi sopracitati, comunque un motivo per inseguirne la nomina al suo interno.

Oggi il consiglio comunale non ha raggiunto la quota necessaria dei due terzi dei votanti necessari al fine di eleggere i commissari, e poi il presidente, della struttura di controllo dei servizi pubblici. Di conseguenza i nominativi che i media hanno da tempo annunciato naufragano nel nulla del niente di fatto. Incarichi bruciati da una girandolo di astensioni che la raccontano lunga. Astensioni che evidenziano la profonda spaccatura che anima il gruppo consiliare del PD, il cui capogruppo sembra il capitano del Titanic poco prima dell’affondamento, nonché l’ininfluenza del collega capogruppo di SeL.

Dieci voti di non scelta, quindi, destinati a sottolineare un metodo che caratterizza l’attività politica dei protagonisti della giunta e del consiglio: un metodo fatto di scelte apparentemente calate dalle segreterie e su cui non si discute neppure (nuovo ed efficace concetto democratico) all’interno della maggioranza (pensiamo quale può essere la partecipazione con i cittadini). Inoltre sembra apparire chiaramente la guerra per gruppi che contrappone i consiglieri di uno stesso partito su nomine da cui deriva esercizio di potere, pur non trattandosi dell’importante San Paolo: conflitto purtroppo tutt’altro che ideologico, ma basato su appartenenze che sembrano sfiorare il modello feudale.

Come scriverebbe Pagliassotti la marmellata ha colpito ancora, mentre i torinesi, troppo occupati a fare feste e partecipare alla movida secondo Rai e stampa, perdono ogni giorno un pezzetto di diritti e di lavoro nell’apparente inconsapevolezza di quanto sia vischiosa quella marmellata che hanno votato.

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ASILI NIDO: UN BANDO CHE SVELA IL VERO VOLTO DELLA PRIVATIZZAZIONE ED IL SILENZIO DEI PRESIDENTI DI CIRCOSCRIZIONE.

Scritto da juribossuto.it il 18 giugno 2012

La lettura del bando, pubblicato in questi giorni, riguardante l’affidamento a privati di nove nidi ex pubblici, conferma tutti i dubbi più volte manifestati in questi mesi sulla privatizzazione stessa.

L’atto di affidamento non pone garanzia alcuna sui lavoratori, precari o dipendenti del comune essi siano,  e sembra voler consegnare il sistema solo a quelle centrali cooperative dalle caratteristiche che potremmo definire tipiche della grande impresa.

Inoltre l’affidamento ai privati sembra durare ben più di un anno, giungendo sino a quattro, contraddicendo anche in questo caso le promesse della giunta fatte nelle settimane precedenti alla redazione del bando medesimo.

Il criterio del prezzo più basso nell’assegnazione della gestione dei nidi, prioritario a qualsiasi altro parametro, conferma come sia stato inteso quale elemento secondario il riavvio al lavoro dei precari. Aver richiesto nel bando un’esperienza nel settore infanzia all’aggiudicatario, esclude altresì ogni tentativo di autorganizzazione delle medesime al fine di un affidamento al comitato fondazione “Zero Sei” di almeno un lotto del succulento appalto concesso al mondo imprenditoriale.

L’impressione è quella che verranno assunte solo le precarie dei nidi privatizzati, mentre il bando consentirà alla cooperativa vincente di disporre di proprio personale che abbia maturato esperienza soprattutto nei nidi privati, permettendo alla medesima di avviare nei nidi altre attività, sempre di carattere privato, legate al tema ludico e dell’educazione (naturalmente a pagamento degli utenti).

Le garanzie in mano a lavoratori e genitori sono davvero blande e quel che sconcerta ancor più è il fatto che una scelta di questo genere, ossia di grande impatto sul territorio e nel servizio alle famiglie, sia stata varata senza la formalizzazione di alcun parere da parte delle circoscrizioni. I quartieri infatti hanno taciuto totalmente su uno stravolgimento del sistema nidi che li riguarda tutti.

Nessun Presidente di circoscrizione, che ricordo essere anche il Presedente delle Commissioni Uniche Nidi nei quartieri, ha fatto sentire la sua voce. Solo la lista civica La Piazza insieme ad una manciata di consiglieri circoscrizionali della FdS e del M5S hanno osato manifestare le molte perplessità che la delibera comportava.

Un silenzio in realtà molto rumoroso, poiché butta con fragore una lapide sulla partecipazione democratica dei cittadini alla gestione della res pubblica ed, inoltre, certifica l’inutilità di circoscrizioni sempre più erogatrici di contributi ad personam e sempre meno luoghi di confronto nelle scelte cittadine.

Forse era meglio non licenziare le precarie dei nidi e, a maggior ragione dopo questa dimostrazione di inutilità,  risparmiare togliendo ai quartieri  i capitoli di spesa: si sarebbe così ottenuto un mantenimento del servizio pubblico negli asili e, al contempo, la trasformazione delle circoscrizioni in ritrovati luoghi del decentramento e della  partecipazione.

 

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LA SOLITUDINE DELLA JUNGLA PER LE EDUCATRICI DEI NIDI

Scritto da juribossuto.it il 31 maggio 2012

La jungla. Una jungla pericolosa e senza pietà per nessuno in cui vengono gettate persone, lavoratori e cittadini. Una foresta buia, animata da predatori che aggrediscono nell’ombra approfittando di ogni piccola distrazione o momento di sconforto della vittima.

Questo è il triste luogo naturale in cui vengono gettati soprattutto i giovani, i precari, tutti coloro per cui è impossibile immaginare una prospettiva di un qualsiasi futuro. Gettati quasi nudi tra i flutti verdi di una vegetazione senza pietà, laddove ognuno combatte per la sopravvivenza senza badare agli altri e, soprattutto, senza sperare in aiuto o sostegno alcuno.

Un’immagine netta e precisa di questa jungla mi è giunta innanzi agli occhi lunedì scorso, davanti al comune di Torino. Mi è apparsa mentre osservavo le educatrici dei nidi torinesi nel momento della sconfitta, degli interventi in Sala Rossa, nell’attimo del tradimento della missione pubblica e delle derisione della Costituzione. Le ho viste lì, sole, abbandonate e gettate come nulla fosse in quella foresta cupa e micidiale, impenetrabile al Sole ed a punti di riferimento che ne indichino l’uscita.

Giovani, e meno giovani, lavoratrici per cui si spalanca il baratro del cosa fare, del dove andare a cercare lavoro per mettere insieme il pranzo con la cena, dove poter portare l’esperienza ultra annuale maturata negli asili comunali. Per qualcuna di loro si aggiunge la certezza di non vedere più quei bambini accolti al mattino, in inverno come d’estate, unita allo sconforto verso un privato che prenderà il loro posto nel nome del profitto.

Lavorare per vivere, non per andare in ferie o a fare shopping; lavorare per sentirsi vivi. Aspirazioni impossibili, seppur “modeste”, poiché per loro non è esistito un Pubblico che lanciasse il salvagente, non è esistito un sindacato forte al loro fianco che le difendesse, infatti la CGIL firmando l’accordo le ha condannate definitivamente, non è esistito realmente un supporto politico (se non quello dato da molte colleghe a tempo indeterminato e da alcuni genitori).

Hanno aperto le paratie degli aerei in quota e le hanno abbandonate a quei flutti, come non esistessero per nessuno, come fossero una zavorra da sganciare al più presto. Fantasmi per i poteri forti che reggono questa complice e vile città, così come per quei poteri deboli destinati ad essere sempre più tali nella cecità del condurre piccole battaglie dal respiro di poche ore.

Cantava Ivano Fossati in “Terra dove andare”, qualche anno fa, “Il sindacato gli fa segno di firmare ed il cielo è il comitato centrale”: così è avvenuto sotto la Mole in questo maggio molto lontano da quello messo in poesia da De Andrè. Sole in un buio dove partiti e sindacati, tranne gli autorganizzati, non hanno saputo fare altro che i loro piccoli calcoli a breve periodo. Istituzioni che hanno operato senza pensare a quelle foreste sempre più popolate ed agli iceberg alla deriva posti sulla loro rotta. Una cecità che spalanca le porte a tutto quanto non porti nomi legati a questo naufragio.

La foresta della sopravvivenza solitaria si apre adesso a queste ragazze, le attende. Per senso del dovere le educatrici continuano a prestare al meglio il loro servizio per quel Comune che le ha condannate senza appello, senza ascoltarle realmente. Un senso del dovere forse eccessivo, ma che deriva da una forza che le sosterrà anche in quella selva e che le aiuterà a ritrovare la via d’uscita. Una forza d’animo che unita ad altre potrebbe creare un miracolo: gettare un giorno tra quei rami coloro che giocano sui destini altrui, regalando un po’ di luce in questa Torino che a forza di guardare altrove sta morendo in una agonia lenta e soffocante.

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LA MASCHERA DELLA QUESTIONE DI GENERE NASCONDE LICENZIAMENTI E SACCHEGGIO DEI NIDI TORINESI

Scritto da juribossuto.it il 8 maggio 2012

SI ANNUNCIA LA TUTELA DI GENERE E NEI FATTI SI LICENZIANO DONNE E BAMBINI

 

La decisione della giunta comunale torinese inerente la esternalizzazione del 15% degli asili comunali comporterà il licenziamento, di fatto, di circa 300 maestre. Trecento giovani donne che dopo anni di servizio a favore dell’infanzia verranno lasciate a casa. Un fatto scandaloso che mi porta a chiedere dove siano finite tutte quelle consigliere, o assessori, emerse all’onore della politica grazie al proprio impegno nelle pari opportunità.

Tra queste ricordo, sin dai tempi del consiglio regionale, un neo assessore. Donna politica che ha fatto sempre bandiera del suo impegno rivolto alla questione di genere, ma mi pare che in questo caso abbia taciuto consentendo la mattanza di educatrici e maestre che lavorano nei nidi. Non ha impedito tutto questo neppure l’assessore Pellerino, di Sinistra e Libertà, se non presentando un’elaborazione di proposta nebulosa che contempla la loro trasmigrazione presso le cooperative appaltanti, naturalmente con uno stipendio molto ridotto e, forse, insufficiente al proprio mantenimento.

Non mi risulta che tra loro vi siano stati interventi a favore del servizio pubblico alle famiglie, a favore dell’infanzia, a tutela delle lavoratrici e della loro professionalità. Ancora una volta solo giochi di parte e tattiche che ricordano, tristemente, la cosiddetta Prima Repubblica. Temo che a volte appartenenze di genere e sensibilità politiche su diritti negati, emergano sovente solo per accedere a ruoli di potere e gestirli esattamente come fanno i peggiori maschi.

Lo dimostra il lavoro di una giunta che non ha cercato soluzioni reali per evitare l’esternalizzazione dei nidi, magari anche solo redigendo un progetto di gestione pubblica, seppur emergenziale, da sottoporre alla contribuzione di Regione e Stato. Non si è voluto dare sfogo alla fantasia, non si è voluto tirarsi su le maniche e lavorare per salvare la “Città dell’Infanzia”. Come sono lontani i tempi in cui gli assessori, quelli di Novelli, lavoravano di notte per reperire fondi e risorse, correndo magari il mattino dopo a Roma per bussare alle porte dei ministeri. Sembra invece chiaro, oggi, la totale assenza di volontà in merito: si doveva privatizzare e lo si doveva fare con l’aiuto della Fondazione San Paolo ed una strizzata d’occhio alle vicine cooperative sociali.

Constatazione che mi rattrista molto, ma che mi fa sperare in una nuova presa di coscienza collettiva che avvolga donne e uomini, riportando ad una politica di valori ed ideali. Una politica lontana dall’attuale, forse più vicina dopo i terremoti elettorali europei di questi ultimi giorni.

 

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LETTERA APERA ALLA POLITICA TORINESE

Scritto da juribossuto.it il 26 aprile 2012

 

Che effetto può fare avere la consapevolezza che i cittadini contano nulla quando scendono in campo le potenti lobbies?

 

Quando scendono in campo le lobbies il cittadino cade nella più grande contraddizione della politica. Comprende che nulla può fare contro un potere politico condizionato dai gruppi di pressione economica, quello stesso potere che, magari qualche mese prima, si è rivolto ossessivamente a lui per carpirne il voto.

L’incontro con i gruppi economici di pressione è spesso traumatizzante poiché coincide da una parte con una resa della politica nel fare il proprio lavoro, non si sceglie più il bene collettivo ma esclusivamente quello lobbistico, e dall’altra con l’elettore che di colpo comprende quanto sia marginale il suo ruolo: l’elettore infatti non conterà più nulla sino alle prossime elezioni.

Amministrare dovrebbe voler dire programmare il futuro di una città in base agli interessi della medesima, di conseguenza l’Amministrazione stessa non dovrebbe aver problemi nel confrontarsi con le persone ed i soggetti portatori di idee contrastanti. Al contrario quando i consiglieri o i sindaci lavorano con il fine principale di assecondare un gruppo economico, magari anche mascherato dalla dicitura di cooperativa o di sociale, lo sguardo alla programmazione cittadina cade a con esso il confronto con gli amministrati.

Potrebbe essere un caso o forse no che prosegua ora scrivendo della vicenda asili nido della città di Torino. Partendo, naturalmente, dalle parole del sindaco secondo cui nelle sue attuali scelte non si troverebbe traccia  di privatizzazione, bensì della creazione di un sistema misto a vantaggio di tutti. Di tutti, afferma Fassino, ma il dettaglio di chi siano i vantaggiati non è chiaro.

La cosa certa è quella che riguarda una decina o forse più di nidi, i quali già da luglio passeranno sotto la gestione delle cooperative sociali. In seguito circa trecento precari, che sino ad ora sono stati fondamentali per la sostituzione dei tempi determinati ed il mantenimento del servizio, resteranno senza lavoro. A questi si aggiunge l’incertezza dei lavoratori fissi, altro pilastro fondamentale de servizio a favore dell’infanzia, che si troveranno con orari più lunghi, classi più numerose e sballottati da una sede all’altra.

Sorte simile toccherà ai bambini, destinati a cambiare maestri e vederli sostituiti da personale di cooperativa magari mal pagato e probabilmente con scarsa esperienza. Il comune non risparmierà, l’unica differenza sarà sulla busta paga dei lavoratori, ridotta a pochi Euro all’ora (4/5 Euro lordi). La Città dell’Infanzia rimarrà un amaro ricordo.

Il sistema misto non è un miglioramento e lo sanno i lavoratori della maggior parte delle cooperative sociali, ossia di quelle che di sociale hanno solo la denominazione, lo sanno i dirigenti amministrativi e lo sanno i cittadini a cui regolarmente viene negato il controllo di garanzia sui servizi appaltati. All’indomani dello scandalo dei cimiteri lo avevamo capito tutti, ma la memoria dei Torinesi è corta. Se i lavoratori del sociale fossero pagati il giusto (cosa che non sempre avviene) e non vi fosse il profitto che, in molti casi, va a vantaggio dei dirigenti della stessa, allora forse potremo sperare in qualcosa di meglio: speranza attualmente negata dalle non scelte istituzionali.

Oggi ci prepariamo ad assistere all’ennesimo spettacolo di sfruttamento del lavoro in uno scenario di dismissione del pubblico. L’assenza nei momenti di confronto sul tema asili e materne, come è avvenuto lunedì scorso, del sindaco (all’estero) e dell’assessore competente (per ragioni personali) lo dimostrano ampiamente.

Clientele e voti elettorali sembrano voler disegnare la finta programmazione politica delle nostre città, con buona pace di diritti, servizi ed informazione libera. Chiniamo la testa poiché ci stanno mettendo intorno al collo l’ennesimo cappio, rassicurandosi prima che non scalceremo neppure più una volta sospesi per aria.

 

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Lettera a mia firma pubblicata su Torini Sette del 5 aprile 2012

Scritto da juribossuto.it il 16 aprile 2012

    Torino: una città che sembra voler dimenticare il passato rinunciando a cultura e turismo. Un’affermazione scontata se pensiamo alla cappella del Duomo distrutta da un incendio qualche decennio scorso e su cui solo da pochi giorni si è siglato l’appalto per la sua ricostruzione; restauro comunque non garantito per mancanza di fondi.
Non garantita è stata anche la salvaguardia del sottosuolo di Piazza San Carlo, le cui antiche vestigia sono state demolite per edificare un parcheggio al cui interno sarebbe stato garantito, a detta della giunta dell’epoca, un percorso archeologico oggi visibile: una colonna anonima in mattone tra auto e cemento. Neppure si sono risparmiate le Gallerie di Pietro Micca, sventrate dai lavori di Porta Susa, e tanto meno il sottosuolo di piazza Vittorio o i resti romani delle porzioni del quadrilatero destinate, tanto per gradire, ad altri parcheggi.
Al triste elenco si aggiunge ora la Galleria Sabauda, chiusa e danneggiata da un riscaldamento impazzito, e presto lo scalone juvarriano del Museo Egizio, sacrificato per migliorarne l’ingresso al pubblico.
Un elenco che consentirebbe senza dubbio di attribuire il premio “Attila” ad alcuni amministratori cittadini ed a qualche funzionario dei beni architettonici, ma che invece culla dolcemente Torinesi ed intellettuali, incuranti del vizio, destinato a sempre meno persone e certamente meno redditizio del Gratta e Vinci, chiamato Cultura.
Mi pongo solo una domanda finale: perché non trasferire la Galleria Sabauda alla Reggia di Venaria, per cui invece i milioni si sono trovati e pure i buchi, oppure a Stupinigi. E’chiedere troppo conservare il nostro patrimonio per le generazioni future e, magari, per dare lavoro a qualche persona in più?

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